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La giustizia aperta di Patroni Griffi parte dall’alleanza con l’avvocatura

Alla cerimonia inaugurale di palazzo Spada per la prima volta prendono la parola anche l’avvocato generale dello Stato e il vertice della massima istituzione forense
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È una scelta chiara. Un segnale netto. Filippo Patroni Griffi, presidente del Consiglio di Stato, presenta la sua Relazione inaugurale sulla giustizia amministrativa accompagnato dagli avvocati. È la prima volta che accade. E la scelta ha un significato preciso, di apertura della giurisdizione a tutte le sue componenti in vista di una sua ancora maggiore autonomia e «immagine di imparzialità».

Lo colgono i due relatori chiamati appunto a prendere la parola dopo di lui nella cerimonia di Palazzo Spada: l’Avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli e il presidente del Consiglio nazionale forense Andrea Mascherin. Patroni Griffi non si limita a un formalismo cavalleresco, cortese ma solo esteriore. L’opzione rientra in una prospettiva assai più generale. Disegnata con chiarezza, e con alcune importanti sorprese, proprio nella Relazione letta alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Della visione di Patroni Griffi vanno subito segnalati alcuni capisaldi. Innanzitutto la accresciuta «richiesta di tutele», tanto più pressante quanto «più la crisi si fa profonda». Si tratta di «istanze» o di «nuove pretese» avanzate «nei confronti dei poteri pubblici», ma anche dell’esigenza diffusa che «la politica si riappropri del suo ruolo e l’amministrazione della responsabilità delle proprie scelte».

Vuol dire pensare a una giurisdizione amministrativa integrata, che allontana da sé il timore – «delle parti e dei loro difensori» – di trovarsi di fronte a un giudice fatalmente più orientato a preservare l’integrità dell’interesse del solo pubblico potere. Secondo, Patroni Griffi avverte che «il giudice deve anche evitare le frequentazioni che possono ripercuotersi negativamente sulla propria attività giudiziaria o che possono dare la sensazione di un appannamento della terzietà percepita», oltre a «resistere alle sirene della visibilità, alla tentazione di fare delle proprie uscite pubbliche occasioni per esprimere visioni improprie del mondo, opinabili e soggettive». E qui ancora ritorna la prospettiva di una giustizia amministrativa che sia tanto autorevole e irreprensibile anche nella propria proiezione pubblica da rendersi davvero camera di compensazione degli interessi, pubblico e privato, in un quadro di rafforzata autonomia.

Ancora, nel testo del suo documento il vertice di Palazzo Spada cita una pronuncia, in particolare, fra le molte emesse dal Consiglio di Stato nell’anno trascorso: la 1321 del 2019, relativa a una richiesta di vedersi riconosciuta l’abilitazione all’insegnamento da parte di una docente, in cui si è stabilito un principio, ossia che nel verificare la correttezza del dato formale di un procedimento amministrativo, non si può prescindere da una lealtà sostanziale del potere nei confronti del cittadino. Non si può dunque dare l’impressione che il riconoscimento, da parte del giudice amministrativo, di vizi formali nell’atto pubblico possa essere banalmente superato con un affinamento delle motivazioni tali da svuotare le contestazioni del ricorrente riconosciute come giuste. Lealtà, dunque, non solo correttezza formale.

Adesso, è abbastanza evidente come una simile idea di giustizia amministrativa, inserita peraltro nella complessità delle «dinamiche europee» da cui parte la relazione di Patroni Griffi, rafforzi l’idea di autonomia e indipendenza della giurisdizione. Ed è proprio in questo particolare snodo del processo culturale individuato dalla relazione di Patroni Griffi che trova la sua motivazione l’apertura agli avvocati. Avvocatura dello Stato, certo, ma anche avvocatura del libero Foro con tali esatte definizioni subito evocate dal presidente del Consiglio di Stato fin dai saluti.

Il coinvolgimento della Difesa è dunque funzionale a quella idea di rafforzata immagine imparziale, equidistanza, affidabilità a cui tiene Filippo Patroni Griffi. E un simile discorso trova una oggettiva convergenza con l’idea del presidente del Cnf Mascherin di una giurisdizione che può tutelare al meglio la propria autonomia solo nel riconoscimento, all’avvocatura, del ruolo di equilibratore tecnico interno, e perciò in grado di allontanare il rischio di «ingerenze» di altri poteri, quello politico innanzitutto.

A beneficare di tale autonomia è la «collettività». Che va «ricambiata» anche sotto un particolare profilo: «Se tradizionalmente era l’appartenenza al Consiglio di Stato a conferire al magistrato prestigio e autorevolezza, oggi è il magistrato», secondo Patroni Griffi, «che, con un’autorevolezza e una competenza da dimostrare sul campo, deve perpetuare quella tradizione di prestigio della giustizia amministrativa».

Missione che il presidente del Consiglio di Stato ritiene sia stata bene assolta, nel complesso, anche in termini di efficienza: «Nel 2019 a Palazzo Spada sono stati decisi 8.920 appelli, con un abbattimento di ricorsi pendenti pari all’ 8%», ricorda. Risultato possibile anche grazie alla scelta, pure rivendicata da Patroni Griffi, di una «prevalenza della funzione giurisdizionale e consultiva rispetto allo svolgimento di incarichi amministrativi cosiddetti esterni da parte dei magistrati». Una linea che, se non precondizione, è quanto meno un doveroso corollario di quella «imparzialità» che il Consiglio di Stato mostra di voler salvaguardare.

 

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