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Pandemia, il virus geopolitico che fa più danni della malattia

La mappa dell’imbecillità è strettamente connessa alla interconnessione delle notizie, alla globalizzazione che dà voce alle volgari idiozie della rete
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Come se non bastasse il virus biologico, si sta diffondendo anche quello “geopolitico”. Parte dalla Cina, coerentemente con il virus propriamente detto, e si diffonde in tutto il mondo. Da Wuhan, dove il morbo si è inizialmente manifestato a Pechino è tutto un fiorire di accuse contro chiunque per “non aver fatto niente” al fine di arginare l’epidemia. Dalla Cina ai confinanti Paesi dell’Est si imputa all’Occidente una “fatale” inerzia. L’imputato principale è il solito Satana americano che sembra essersene altamente fregato della tragedia che ha gettato nel panico popolazioni ai quattro angoli della Terra. Non è vero, ma è “comodo” far credere che sia così.

Una portavoce diplomatica cinese ha chiaramente ed ufficialmente rimproverato gli Stati Uniti di aver diffuso il panico. La risposta del segretario di Stato, Mike Pompeo, non si è fatta attendere: l’America sta cooperando in tutti i modi possibili, soprattutto scientificamente, per isolare il “coronavirus”, cosa che nel nostro piccolo, in Italia, allo Spallanzani, abbiamo già fatto grazie a quattro straordinarie ricercatrici che non hanno cercato la notorietà in questi giorni, ma con intelligenza e passione – loro sì hanno dato inequivocabilmente una mano, come si dice. Ed ora si può cominciare ad approntare il vaccino che purtroppo non sarà disponibile, per motivi puramente tecnici, prima di cinque- sei mesi.

I giornali stranieri – lo ricordiamo senza vittimismo – non hanno dato molto spazio alla scoperta dello “Spallanzani”, né risulta un pubblico ( o almeno ufficioso) riconoscimento da parte delle autorità cinesi dell’importante risultato ottenuto dalle biologhe italiane che lavorano nel silenzio e, a parte una inevitabile foto di gruppo ( sono soltanto quattro), di più non hanno concesso.

L’Italia, quando c’è viene nascosta; quando non c’è la si accusa di “diserzione”. Proprio non ce ne va bene una, neppure nella tragedia.

E che poi proprio con le nostre non soverchianti forze abbiamo fatto forse lo sforzo maggiore in Europa nell’approntare le evacuazioni dalla Cina e mettere a punto un piano di emergenza di tutto rispetto a beneficio di chicchessia, forse un riconoscimento – non certo narcisisticamente motivato – lo meriteremmo. Anche a beneficio di qualche politico in campagna elettorale permanente che non perde occasione per crocifiggere autorità varie – senza specificare mai, ovviamente – contro il muro di presunte inadempienze. Va così.

Andava meglio ai tempi del colera, alcuni decenni fa, quando una solidarietà corale si manifestò e a nessuno venne in mente di gridare demenziali slogan tipo “Vesuvio lavali con il fuoco” all’indirizzo dei napoletani.

La “geopolitica” dell’imbecillità è strettamente connessa alla interconnessione delle notizie, alla globalizzazione che non può che dare voce a tutte le volgari idiozie che la Rete vomita.

La Cina, da quel che sembra, cerca un “nemico”. Ma a nessuno viene in mente di indicare la Cina stessa come un “nemico” perché lì il male si è prodotto, manifestato e dispiegato. Forse un appunto lo si dovrebbe fare a Xi Jinping ed al suo regime: come mai – secondo fonti cinesi – del morbo si è cominciato a sapere qualcosa dopo circa cinquanta giorni dalle sue prime apparizioni, perdendo tempo prezioso per agire sia dal punto di vista sanitario che da quello logistico?

Una bella domanda alla quale, pur posta da ambienti vicini all’OMS, non è stata fornita risposta. Forse la campagna per la conquista del mondo del Nuovo Timoniere sarebbe stata meno trionfale e la Cina, come tutti i Paesi, avrebbe mostrato quella fragilità connessa alla condizione umana. Adesso, dopo che la “bomba” virale è deflagrata, si guarda all’Africa. Un continente perduto, dimenticato, assente. Non abbiamo una sola rilevazione da parte delle autorità mondiali preposte alla salvaguardia sanitaria, né dall’Onu e neppure dall’OUA, l’Organizzazione per l’unità dei paesi africani, che ci informino sullo stato delle cose da quelle parti.

Qualcuno, opportunamente, ipotizza che di casi ce ne sono, ma a nessuno viene in mente di documentarli. L’Africa è inessenziale. L’Africa è una colonia per traffici ricchissimi paradossalmente. L’Africa è la cattiva coscienza del mondo civilizzato. In Africa la Rete è muta, come coloro che ne hanno fatto una discarica dei loro scarti da offrire agli “scarti umani” che nessuno vuol vedere vagare per il mondo alla ricerca di un destino.

Chissà se tra tanti drammi che devono fronteggiare, gli africani si sono posti il problema di una epidemia che senza salvaguardia alcuna potrebbe fare una vera e propria strage in pochissimo tempo. È la “geopolitica” del terrore, praticata con indifferenza.

 

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