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“Io, avvocato, minacciata perché difendo un presunto femminicida”

La professionista sotto attacco spiega: "Il nostro dovere è garantire una giusta difesa anche a chi è considerato il peggiore dei mostri"
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Non nasconde il suo turbamento l’avvocato Daniela Serughetti che da qualche giorno è oggetto di violenza verbale sui social a causa dell’esercizio della sua professione: «Non mi sarei mai aspettata – racconta al Dubbio – una reazione del genere. È doloroso essere oggetto di insulti e minacce solo per aver svolto il proprio lavoro». L’odio social si è scatenato dopo la sua decisione di proporre impugnazione innanzi alla Corte d’Assise d’Appello di Brescia per il suo assistito Ezzedine Arjoun, condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio della moglie Marisa Sartori, uccisa a coltellate il 2 febbraio dell’anno scorso a Curno.

Per l’avvocato non c’è stata premeditazione, né maltrattamenti e violenza sessuale, ma il merito dei motivi di appello poco importa in questa sede. «In realtà – prosegue Daniela Serughetti – ho presentato l’atto d’appello a dicembre ma la notizia è stata pubblicata pochi giorni prima della ricorrenza della morte della vittima, andando così a stimolare una reazione di pancia in molti cittadini». Ed infatti, soprattutto su Facebook, a commento di alcuni articoli pubblicati su testate locali si leggono post di questo tenore: “Una donna come avvocato, vergognati – chiuderei i legali in gabbia con lui – non ha dignità, lo fa solo per soldi – fate alla figlia dell’avvocato quello che lui ha fatto a Marisa”.

Fra le variabili del populismo giudiziario che confonde la funzione del difensore con la figura dell’imputato, c’è infatti anche quella che stigmatizza le avvocate che difendono uomini indagati o imputati di reati dove le vittime sono altre donne. «Quando decido di accettare un incarico non lo faccio da avvocato-donna, ma semplicemente da avvocato. In merito alle minacce: chiedere la morte per la figlia del legale è davvero sconcertante. Queste persone non conoscono quanto sia stato difficile affrontare questo processo e non mi riferisco solo al punto di vista tecnico. Non sanno delle notti insonni trascorse a comprendere come affrontare al meglio una difesa che avrebbe potuto, anzi, sicuramente avrebbe urtato la sensibilità dei familiari delle vittime. Se solo sapessero quanto è massimo lo sforzo che tutti noi avvocati infondiamo nel garantire a chiunque, anche a chi è etichettato come il peggiore dei “mostri”, il diritto alla difesa e ad un giusto processo, come la Costituzione prevede. Velleità di arricchimento e di notorietà in un procedimento penale – ove il mio assistito è, peraltro, ammesso al patrocinio a spese dello Stato – così sensibilizzato dall’opinione pubblica comprensibilmente avversa a questa tipologia di reati sono prive di logica».

Purtroppo il ruolo dell’avvocato sta subendo molti attacchi, da diverse parti, istituzionali e non. «Noi ricopriamo un importante ruolo sociale nella tutela delle garanzie – continua l’avvocato – ed è per questo che non mi lascio toccare da queste minacce e proseguo nel mio lavoro, spero in futuro senza ulteriori clamori. Le parti di questo processo, tutte, meritano rispetto». Storie come questa ne raccontiamo molte e «alla base – dice ancora Daniela Serughetti – non c’è tanto un analfabetismo giuridico, non pretendo infatti che le persone conoscano i meccanismi del processo; credo invece che alla base si soffra di un grave analfabetismo culturale, si ignorano i basilari principi costituzionali che non tutelano solo i cosiddetti “mostri”, ma tutti quanti noi”.

Solidarietà all’avvocato Serughetti è giunta da colleghi di tutt’Italia, dalle Associazioni Forensi sia locali che nazionali e in particolare dal Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Bergamo: “vicinanza e solidarietà alla Collega, che si è trovata a subire attacchi verbali di inaccettabile e inimmaginabile gravità da parte degli utenti delle reti social. Ciò solo perché ha esercitato ed esercita, con correttezza e piena consapevolezza deontologica il diritto di difesa di cui all’art. 24 della Costituzione in favore di un proprio assistito, annunciando l’impugnazione di una sentenza che condanna quest’ultimo alla sanzione più grave prevista dal nostro ordinamento”

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