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Brexit, dopo l’addio parte la riscossa autonomista

Il parallelismo tra la separazione del Paese dal Vecchio Continente e quella di Harry e Megan dalla Casa reale britannica è una plastica metafora di questa fase storica
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È successo davvero. Se ne sono andati. La Gran Bretagna ha lasciato l’Unione Europea, e Harry e Meghan si sono trasferiti a vivere in Canada come ( quasi) dei commoners di alto rango. Alla mezzanotte di ieri il premier Boris Johnson ha annunciato alla nazione che «si apre una nuova era», e solo pochi giorni prima con uno statement ufficiale Elisabetta II di Windsor – come dai tempi della Prima guerra mondiale si è autodenominato il ramo inglese degli Hannover- Sassonia Coburgo- ha dato l’addio ai duchi di Sussex.

Entrambi, come si sa, travagliatissimi eventi. Non suoni eterodosso o irrispettoso mettere sullo stesso piano le due cose, pure avvenute in una qualche contemporaneità.

L’eccezionalismo britannico, l’Impero costruito nei secoli grazie al dominio sui mari a partire da un’isola, sta pure nel modello Westminster, con una corona nel ruolo di garanzia e di rappresentanza dell’unità nazionale che altrove ( in Italia, ad esempio) è assolto da un capo dello Stato. Ma molto più che per un secolare presidente repubblicano, ogni accadimento anche personale che riguardi la Royal Family ha ripercussioni politiche ampie sulla nazione, anche perché chi occupa il trono di San Giacomo è pure capo della Chiesa anglicana.

Ma se le parole con le quali Elisabetta II ha acconsentito alla richiesta di Harry e Meghan di vivere le loro vite da ( non) ordinary people e dunque senza obblighi di corte chiudono in bellezza un tormentone di variopinte invidie e gelosie narrate da tabloid e programmi tv che a Londra esistono solo in quanto royal watcher, la partita della Brexit è assai lontana dal traguardo. Harry duca di Sussex mantiene il suo posto come sesto nella linea di successione al trono, e la regina ha precisato di essere «orgogliosa di Meghan» e che i duchi restano «membri amatissimi della famiglia» : è il segnale che chiude un’altra, lontana e ben più dolorosa e politicamente squassante controversia, quella dell’abdicazione alla quale fu costretto re Edward VII al fine di poter sposare la divorziata americana Wallis Simpson.

Il segnale che The Firm ( sí, in Inghilterra chiamano la famiglia reale come Bersani chiamava il Pd, La Ditta) sta al passo coi tempi, si evolve con la società che regalmente guida, e lo spartiacque in questo senso fu dato da Tony Blair e Alastair Campbell, quando spiegarono a Sua Maestà che non scendere ai cancelli di Buckingham Palace dove da giorni stazionavano milioni di britannici in gramaglie per la morte di Lady D avrebbe messo a rischio la stabilità della nazione. La lezione è stata bene appresa, e quando i Sussexes hanno brutalmente accelerato i tempi annunciando via social media il loro imminente trasferimento in Canada, il tempo per accogliere la decisione e definirli “amatissimi” è stato un lampo: la notizia politica era che la Regina capisce e modernamente accetta il to-MeghanMarkle,

il verbo che dal quel giorno è stato creato nella lingua inglese per definire «il tenere alla propria salute mentale tanto da scegliere di lasciare una situazione in cui la tua vera natura non è accettata», come documentato sul Corriere della Sera da Gianna Fregonara.

dalla Brexit. Intanto, è probabile che Harry e Meghan resteranno al centro dell’attenzione dei tabloid britannici perfino più di quando erano sul suolo patrio e in prima linea nei royal duty: è di questi giorni la deflagrante “notizia” del loro divorzio, previsto per il 2025.

Soprattutto, Brexit è per ora solo l’addio dei parlamentari inglesi a Bruxelles, tra pianti e abbracci al suono del Valzer delle Candele, che altro non è che l’Auld lang syne tardo settecentesco, con parole del poeta ( scozzese) Robert Burns. Le condizioni alle quali, dopo aver avuto il generico via libera di Westminster, la Brexit avverrà davvero sono ancora tutte da negoziare. Entro il 31 dicembre 2020, ma in realtà solo a partire da marzo prossimo, e sempre con Michel Barnier in prima linea.

Torna ad aleggiare insomma lo spettro di una possibile hard Ma la Megxit non basterà a mettere Buckhingham Palace al riparo Brexit, rischiosa e nociva per entrambe le parti, mentre sono ebidenti già ora i rischi politici per UK. L’Irlanda del Nord, secondo quanto fissato dal negoziato condotto da Boris Johnson, si trova ad essere uno spazio giuridico ed economico diverso da tutti gli altri Stati che compongono il Regno Unito: nel suo mare adesso passa il confine con l’Unione europea. In Scozia, il partito al governo, lo Scottish National Party di Nicholas Sturgeon, chiede insistentemente un secondo referendum per l’indipendenza : e questo perché i nazionalisti scozzesi vorrebbero entrare nella Ue, pur mantenendo la sterlina. «È indispensabile per la nostra economia, e l’Europa è il futuro», ha già dichiarato Sturgeon «noi siamo progressisti, purtroppo la parola “nazionalisti” oggi indica solo politiche di destra». Per lo SNP quel referendum lo si deve agli scozzesi, che faranno di tutto per averlo. E se una rottura formale con l’Irlanda del Nord rinfocolerebbe il terrorismo, la cui sanguinosissima e secolare stagione si è chiusa solo da troppo poco, quella con la Scozia negando – come Johnson ha già fatto- il referendum non farebbe che spingere ancora di più Edimburgo su quella via. Del resto, come diceva Stephen Zweig che pure li amava, «gli scozzesi sono italiani senza buona cucina», ovvero testardi e litigiosi.

È per questo che l’avvio della Brexit è stata salutata dal Guardian – uno dei più antichi e autorevoli quotidiani del mondocon il titolo “Small Island”. Perché nessuno ha veramente capito quale sia il motivo per cui si vuole la Brexit, che non è ancora attuata ma già pare sia costata 200 miliardi di sterline, oltre al crollo dell’amata moneta. Nessuno sa veramente indicare quale sia il fattore scatenante dell’incredibile e anche rocambolesca serie di strani eventi per i quali il Regno Unito ha finito per alzare, nelle acque dei propri mari, una barriera col resto degli europei.

Tutto quel che si capisce, come ha scritto Timothy Garton Ash, è che «adesso che non c’è più un’Inghilterra in Europa si apre la sfida per un’Inghilterra europea». E il rischio, che neanche la moderna gestione della casa regnante avutasi con la Megxit può aiutare a fronteggiare, è che a furia di coltivare britanniche nostalgie dell’Impero, Elisabetta II si trovi a regnare sulla small island dalla quale Elisabetta I era riuscita a gettare, grazie alla supremazia sui mari, proprio le basi dell’Impero.

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