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Mauri, immortale Re Lear. La lotta e l’amore padri- figlie

In scena al'lEliseo di Roma fino al 2 febbraio. L’attore confessa: “per interpretarlo non servono tanto le eventuali doti tecniche maturate nel tempo quanto la grande ricchezza umana che gli anni mi hanno regalato “
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Al Teatro Eliseo di Roma, in scena fino al 2 febbraio, un immenso e potente Glauco Mauri interpreta per la terza volta “Re Lear” di William Shakespeare, con Rosario Sturno nel ruolo del Conte di Gloucester, entrambi diretti da Andrea Baracco. Nella traduzione di Letizia Russo, la riduzione e l’adattamento sono dello stesso Baracco e di Mauri. Col contorno di tanti altri interpreti, quali Dario Cantarelli, Enzo Curcurù, Linda Gennari, Paolo Lorimer, Francesco Martucci, Laurence Mazzoni, Aurora Peres, Emilia Scarpati Fanetti, Francesco Sferrazza Papa, Aleph Viola.

“Ed eccomi qui per la terza volta – scrive l’attore e regista – alla mia veneranda età, impersonare Lear. Perché? Mi sono sempre sentito non all’altezza ad interpretare quel sublime crogiolo di umanità che è il personaggio di Lear. In questa mia difficile impresa mi accompagna la convinzione che per tentare di interpretare Lear non servono tanto le eventuali doti tecniche maturate nel tempo quanto la grande ricchezza umana che gli anni mi hanno regalato nel loro, a volte faticoso, cammino”.

Re Lear, una delle più imponenti ed enigmatiche tragedie di Shakespeare, scritta tra il 1605 e il 1606, nell’allestimento di Andrea Baracco, cattura e catalizza l’attenzione dello spettatore per circa due ore e mezza di spettacolo, in cui i protagonisti si muovono in una scenografia che ha un’ampia spazialità metallica e innovativa. Colpisce la complessa macchina teatrale che punta sul dinamismo meccanico: l’ascensore con cui sale e scende il trono di Lear, le scale, i carrelli, le entrate dalla platea, la corona metallica di Lear ed un’altra gigantesca sospesa che pende dal soffitto.

Re Lear è la rappresentazione del dramma dell’amore padri- figli e della follia ma anche del perenne conflitto generazionale che destituisce l’autorità paterna e la confina nella categoria “vecchiaia” priva di ogni valore autentico. Il dramma scaturisce dalla decisione di Re Lear di abdicare e dividere il suo regno fra le tre figlie Goneril, Regan e Cordelia, quest’ultima è la sua preferita. Ad esse chiede di dimostrare con le parole l’amore verso il padre, una sorta di gara a cui ogni figlia riceverà dei territori in proporzione delle dichiarazioni di affetto.

A questo gioco Cordelia si sottrae e da qui la decisione del padre di metterla al bando, di diseredarla, dividendo le quote del regno tra le prime due figlie che maggiormente l’hanno adulato. Goneril e Regan sono sposate mentre Cordelia nonostante si trovi senza eredità, viene chiesta in sposa dal re di Francia. Un dramma nel dramma: il Conte di Gloucester, intrepretato dal bravo Roberto Sturno, al fianco di Mauri, anche nelle due passate edizioni nel ruolo del Matto, ha due figli Edgar ed Edmund, quest’ultimo inventa racconti calunniosi sul fratellastro legittimo che è costretto all’esilio e a fingersi Tom, il pazzo di Bedlam. Edmund corteggia Goneril e Regan. Il conte di Gloucester, che fa condurre Lear a Dover dalla sola figlia fedele.

Intreccio intenso di azioni, parole ed emozioni, ma anche un viluppo di complotti, attraversati da colpi di scena e da stati di follia in cui cade il vecchio Re e lo stesso Edgar che deve fingersi matto per sfuggire al fratello. “Padri indegni e figli inetti, padri indegni che hanno generato figli inetti – scrive il regista Andrea Baracco – le madri assenti, estromesse dal dramma, parafrasando Amleto, qui la fragilità è tutta e solo maschile. Nessuno dei personaggi è in grado di regnare, di assumersi l’onere del potere, nessuno sembra avere la statura adatta… Solo giganti o nani in questo universo dipinto da Shakespeare. I tormenti di Lear, di Gloucester, i turbamenti di Edgar, i desideri di Edmund, i tremori e i terrori delle tre figlie del Re, Cordelia, Goneril e Regan, attraggono da sempre perché la complessità e in alcuni casi la violenza che produce il conflitto generazionale è per forza di cose universale”.

Il dramma si compone di interessanti antinomie: l’ottusità del vecchio Re che gli impedisce di riconoscere oltre la superficialità delle lusinghe la sincerità dei sentimenti, così, come all’opposto, Gloucester comincerà a capire solo quando perderà la vista. Ma anche le figlie del re Goneril e Regan che si contendono Edmund nella contrapposizione tra eros, desiderio e veleni. “Come può un folle dire delle cose così vere, così grandi? Questa è la bellezza, e la grandezza di Shakespeare – dirà a commento il grande attore Glauco Mauri – ma anche la difficoltà di interpretare un personaggio di questo genere come Re Lear. Attraverso la follia capisce la verità, i suoi errori ed arriva inevitabilmente alla fine della vita, ma ha capito che cosa è l’amore, che la propria potenza è a danno dei più deboli.

Questa è una parte del mio Re Lear… è pieno di protagonisti, basti pensare alle tre figlie, ai figli di Cloucster che, come Lear, ha bisogno di diventare cieco per scoprire la verità, tutti sono protagonisti nel Re Lear..” E poi conclude: “Questo Re Lear è diverso dagli altri… per raccontarsi sembra farsi teatro.. Ecco perché è la scenografia non è tradizionale, per far capire al pubblico che luogo magico è il palcoscenico. Spero solo che possa venire in soccorso ai nostri limiti. Cosa c’è di più poeticamente coerente di un palcoscenico per raccontare la vita? E nel Re Lear è la vita stessa che per raccontarsi ha bisogno di farsi teatro”.

Standing ovation per Glauco Mauri, convincenti tutti gli attori e le attrici, in particolare Dario Cantarelli nel ruolo del matto lugubre di corte che vede lontano, in scena o in platea in nero con un alto cilindro rosso sulla testa.

Le scene e i costumi sono di Marta Crisolini Malatesta, le musiche di Giacomo Vezzani e Riccardo Vanja, le Luci di Umile Vainieri. La produzione è della Compagnia Mauri Sturno, Fondazione Teatro della Toscana.

 

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