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Fine vita, la sentenza: «Dj Fabo scelse in autonomia, solo allora Cappato lo aiutò»

Suicidio assistito
I giudici: la condotta messa in atto dal Radicale «esclude» che si configuri il reato di «agevolazione al suicidio».
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La condotta messa in atto da Marco Cappato «esclude» che si configuri il reato di «agevolazione al suicidio». A scriverlo sono i giudici di Milano, che lo scorso 23 dicembre hanno assolto l’esponente Radicale e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni dall’accusa di aver aiutato a morire in Svizzera Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, rimasto tetraplegico dopo un incidente stradale.  Nelle 17 pagine di motivazioni viene evidenziata la scelta consapevole di dj Fabo di morire, in quanto affetto da una patologia irreversibile, «fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che trovava assolutamente intollerabili».

Antoniani, inoltre era tenuto in vita da macchine ed era capace di decisioni libere e consapevoli. Condizioni, queste, certificate da medici, dalle parole della madre e dalla fidanzata e contenute nel testamento biologico di dj Fabo, che aveva dichiarato le sue intenzioni in un’intervista televisiva. La sentenza è arrivata dopo l’intervento della Corte costituzionale, che con la propria sentenza ha ridotto la portata l’area della punibilità, stabilendo dei paletti per poter individuare le condizioni per le quali non sussiste reato, ovvero la presenza di una patologia irreversibile, la volontà del soggetto espressa in modo «chiaro e univoco» indice di una capacità di prendere decisioni libere e consapevoli, e che al paziente venga «prospettata la possibilità di porre fine alla propria vita mediante la sedazione profonda e l’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale». Condizioni che nel caso di dj Fabo si sono tutte verificate.Antoniani era rimasto tetraplegico e cieco per due anni e 9 mesi dopo un grave incidente d’auto prima di prendere l’irremovibile decisione di ricorrere al suicidio assistito, rifiutando la sospensione delle cure prospettata dallo stesso Cappato. E così il Radicale lo aveva aiutato a recarsi in Svizzera, nella clinica Dignitas, dove poi dj Fabo strinse tra i denti il pulsante col quale si iniettò il veleno, senza che Cappatto incidesse sulla decisione del paziente di mettere fine alla propria vita.

Fabo aveva infatti escluso di sospendere le cure, in quanto avrebbero costituito un prolungamento dell’agonia, in una condizione «probabilmente dolorosa e comunque non dignitosa». Una volta apprese le alternative a sua disposizione, affermano dunque i giudici, Antoniani ha scelto di recarsi in Svizzera, per morire nel modo in cui «aveva consapevolmente e autonomamente deciso». Struttura in cui Cappato lo accompagna, ma quell’aiuto, per i giudici, non costituisce reato. «Le emergenze istruttorie hanno (…) dimostrato che Marco Cappato ha aiutato Fabiano Antoniani a morire, come da lui scelto, solo dopo aver accertato che la sua decisione fosse stata autonoma e consapevole – si legge infatti nella sentenza -, che la sua patologia fosse grave e irreversibile e che gli fossero state prospettate correttamente le possibilità alternative» come il rifiuto alle cure.

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