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Strage di via D’Amelio, Petralia su Contrada: «Lo vidi per la prima volta e mi colpì la sua faccia»

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Il procuratore aggiunto di Catania al processo sul depistaggio di via d’Amelio. Il magistrato prende le distanze dall’ex numero tre del Sisde e sulle indagini dice che inizialmente «erano nelle mani di Ilda Boccassini»
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Non solo il Sisde, ma ad indagare sulla strage di Via D’Amelio, oltre ovviamente alla Procura di Caltanissetta e alla squadra mobile guidata da Arnaldo La Barbera, c’era l’Fbi e persino il Bundeskriminalamt tedesco. A dirlo ieri è stato l’attuale procuratore aggiunto di Catania, Carmelo Petralia, all’epoca dei fatti tra i pm che a Caltanissetta indagarono sull’autobomba che il 19 luglio del 1992 uccise Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta.

Ha deciso di non avvalersi della facoltà di non rispondere in quanto indagato di calunnia aggravata insieme alla collega Anna Palma, nel procedimento connesso a quello nisseno, aperto a Messina. Secondo la ricostruzione della Procura, gli inquirenti dell’epoca avrebbero creato a tavolino pentiti imbeccandoli, costringendoli ad accusare otto innocenti e depistando, così, le indagini. Nei mesi scorsi, ricordiamo, i pm di Messina, che per legge hanno la competenza sulle indagini a carico dei colleghi catanesi – da qui la loro inchiesta su Petralia e Palma – ha scoperto una serie di bobine, mai analizzate prima, con le registrazioni delle intercettazioni di telefonate tra il falso pentito Vincenzo Scarantino, uno dei protagonisti chiave del depistaggio, alcuni investigatori dell’epoca e i due pm. A giugno la Procura di Messina notificò ai due magistrati l’avviso di garanzia e l’iscrizione nel registro degli indagati contestualmente alla notizia che sulle bobine sarebbero stati effettuati accertamenti tecnici. Quelle conversazioni sono ora agli atti del processo in corso a carico dei poliziotti.

A proposito delle telefonate registrate tra Scarantino e il magistrato Petralia, così ha riferito in aula: «Spiegavo a Scarantino che iniziava la fase prodromica della deposizione e lui era in una fase di stress. Come ogni pm che si è occupato di processi con collaboratori di giustizia, anche problematici – ha sottolineato -, volevo spiegare a Scarantino che non doveva andare fuori dalle righe e che doveva evitare di replicare e di avere ad aver quei codici comportamentali che ogni collaboratore di giustizia deve avere». In sintesi la spiegazione di Petralia è che non ha ammaestrato nessuno, ma solo dato dei chiarimenti visto che Scarantino era problematico.

Per quanto riguarda il rapporto tra la Procura di Caltanissetta e il Sisde tramite Bruno Contrada, l’attuale procuratore aggiunto Petralia ha spiegato che i rapporti li avrebbe curati l’allora capo procuratore Giovanni Tinebra. Il magistrato Petralia però ha voluto aggiungere che Contrada non gli piaceva. «Io lo vidi per la prima volta e mi colpì la sua faccia. Poco tempo dopo seppi che venne arrestato».

Non solo, Petralia ci ha tenuto a precisare che la sua presenza gli evocava qualcosa di sinistro, perché i collaboratori di giustizia «mi riferivano del rapporto di scarsa stima che Giovanni Falcone aveva nei confronti di Contrada». Da ricordare che Contrada ha deposto, nel medesimo processo, ad aprile scorso dove ha spiegato alla corte che se avesse avuto la possibilità di continuare, avrebbe svolto indagini nei confronti dei Madonia, a differenza delle indagini che poi vennero indirizzate verso Scarantino, il falso pentito della Guadagna.

Ma le indagini di supporto non le ha potute portare a compimento, come inizialmente si era prefissato, anche perché non aveva acquisito ancora elementi certi. Da ricordare, anche, che a distanza di 5 mesi dall’attentato, ovvero alla vigilia di Natale del 1992, viene arrestato con l’accusa di “concorso esterno in associazione mafiosa” sulla base delle dichiarazioni di quattro pentiti di mafia. Uno dei quattro era Gaspare Mutolo, perseguitato e fatto condannare a nove anni per estorsione proprio dallo stesso Contrada quando era capo della squadra Mobile di Palermo. Carmelo Petralia rimarca le distanze dall’ex numero tre del Sisde e dice che inizialmente le redini dell’indagine sulla strage di via D’Amelio «erano nelle mani di Ilda Boccassini»

 

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