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Udienze a raffica, gli avvocati si dimettono: «E’ un processo “speciale”»

Gli avvocati dei sei imputati abbandonano la difesa. Sciopero di cinque giorni dopo la compressione di 130 testi in poche settimane, per consentire al giudice di chiudere il caso prima di essere trasferito, paralizzando così l’intero tribunale
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Il giudice a breve cambierà ufficio e così i testi della difesa vanno ascoltati il più velocemente possibile. Ovvero con tre udienze a settimana, per smaltire entro il giorno del trasferimento – previsto a metà febbraio – 130 testimoni, bloccando però il resto delle udienze previste negli stessi giorni nelle due uniche sezioni del Tribunale. Una «eccessiva compressione dei tempi del processo» che ha portato i difensori dei sei imputati ad abbandonare la difesa, come forma di protesta nei confronti del presidente Francesco Chiaramonte.

Il processo è quello in corso al Tribunale di Napoli Nord, che vede tra gli altri imputati anche gli imprenditori Raffaele e Aniello Cesaro, fratelli del senatore di Forza Italia Luigi ( prosciolto nello stesso procedimento), accusati di concorso esterno in associazione mafiosa. All’ultima udienza, calendarizzata per martedì scorso, i difensori hanno messo in atto la protesta, dopo un acceso scambio di battute tra l’avvocato Vincenzo Maiello, difensore dei fratelli Cesaro, e il presidente Chiaramonte. A spingere il giudice a velocizzare l’iter è il suo trasferimento al Tribunale di Sorveglianza, dove si sposterà il prossimo mese.

Da qui un calendario serratissimo per smaltire tutti i testimoni della difesa entro quella data. Tant’è che su richiesta della coordinatrice dei collegi penali, Domenica Miele, il presidente del Tribunale di Napoli Nord, Elisabetta Garzo, ha esonerato i componenti del collegio del processo Cesaro da tutte le altre udienze previste nelle stesse date. Da qui la protesta: i difensori hanno denunciato l’istituzione di un «processo speciale», con la predisposizione una corsia preferenziale di trattazione, al punto di sacrificare le esigenze di tutti gli altri processi – con «un florilegio di violazioni dei diritti della difesa».

«Innanzi ad una inesistente ragione normativa di determinare un’accelerazione dei tempi di trattazione di questo processo – avevano argomentato in aula – noi riteniamo che si sia aperta la falla per una mortificazione eclatante dei diritti della difesa e della dignità dell’attività del difensore, che è intollerabile. Per queste ragioni, noi abbandoniamo la difesa e quindi non partecipiamo allo svolgimento di questo processo, che riteniamo paradigmatico di un oscurantismo nella gestione dei diritti.

Mentre noi andiamo e stiamo in Europa, che è la civiltà dei diritti fondamentali, noi qui stiamo centrando la morte di un processo che tutela i diritti fondamentali». Ad aumentare l’indignazione anche il paragone con le tempistiche relative all’audizione dei testimoni dell’accusa: le 37 udienze necessarie per ascoltare tutte quante le persone chiamate a deporre dalla procura sono state distribuite in un arco di tempo di due anni, mentre la difesa, lamentano gli avvocati, si vede costretta ad «un tour de force».

«Come si fa a sentire 130 testi e a prevedere la requisitoria del pm e le arringhe di 10 difensori entro il 15 febbraio?», si sono chiesti i penalisti, secondo cui «il Tribunale non è sereno». Ciò anche alla luce della notevole pressione mediatica che si è abbattuta sul Tribunale in apertura di processo: alcuni articoli di stampa, nel 2018, avevano documentato la frequentazione del presidente dell’originario collegio assegnatario con gli ambienti forzisti vicini a Luigi Cesaro, pur non essendo mai stati, i suoi fratelli, impegnati in politica. Da ciò si è arrivati all’astensione del giudice. E da tale dato è stata fatta scaturire l’esigenza di garantire una priorità assoluta al processo, finendo, appunto, per decretarne la specialità.

Un’accelerazione inutile, per gli avvocati, dal momento che la sostituzione di Chiaramonte non comporterebbe un azzeramento del processo e anche considerando che i termini delle misure cautelari scadranno a maggio 2021.

Dopo il fatto la Camera Penale di Napoli Nord ha programmato cinque giorni di astensione dalle udienze, dal 27 al 31 gennaio, chiedendo al presidente Garzo la revoca del decreto. Una protesta che ha trovato il sostegno della Giunta dell’Unione Camere Penali Italiane, secondo cui il presidente del Tribunale avrebbe assegnato «una inopinata e squilibrata priorità alla trattazione di quel processo, mediante l’adozione di provvedimenti organizzativi senza precedenti», sintomo «di una indebita “specialità” che pregiudica la indispensabile terzietà del giudicante».

Anche perché l’esonero dei componenti del Collegio da ogni altro impegno giurisdizionale, denuncia l’Ucpi, comporterebbe una paralisi dell’amministrazione della giustizia «nel già collassato distretto di Napoli Nord», ed alla «citazione dei testi della difesa ad horas e d’imperio da parte del Tribunale». Legittimo, affermano i penalisti, soddisfare «esigenze di sviluppo di carriera», ma le stesse non possono prevalere «sul diritto di difesa degli imputati, nonché sui diritti e sulle legittime aspettative di molte centinaia di altri imputati e persone offese nei processi che, per tale incredibile ragione, sono destinati ad una ingiustificabile paralisi nei prossimi mesi».

 

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