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Lega, gli orfani padani infelici e confusi del nuovo corso

Il sogno di separare il nord «con un bel muro all’altezza di Bologna» s’è tramutato nell’incubo di «prima gli italiani»
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Liliana Segre non parteciperà al convegno sulle nuove forme dell’antisemitismo organizzato dalla Lega per il 16 gennaio. «Ritengo – ha spiegato – che non si debba mai disgiungere la lotta all’antisemitismo dalla più generale ripulsa del razzismo e del pregiudizio che cataloga le persone in base alle origini, alle caratteristiche fisiche, sessuali, culturali o religiose». Della serie “a buon intenditor…”. In realtà, il “buon intenditor” Salvini ha indetto quel convegno più pro Israele che contro l’antisemitismo.

«Lanceremo una grande campagna in difesa di Israele, perché i suoi nemici sono miei nemici» ipse dixit. Che l’antisemitismo non si coniughi d’emblée con Israele e la sua politica tout court, è un fatto, ma qui interessa un altro fatto: la scomparsa della Lega. E i conseguenti orfani. Sì, perché la Lega Nord è morta. Ora c’è la Lega di Salvini.

Non una evoluzione della prima: proprio un’altra cosa, come ha sobriamente sottolineato col dito medio Bossi nel congresso che ha sancito il trapasso della sua creatura. La sua, quella di Bossi, era infatti la Lega che dava addosso a «Roma ladrona» e ai meridionali. Era il tempo in cui, guarito dalla giovanile infatuazione per il comunismo – rigorosamente padano, come il parmigiano – Salvini aveva scoperto la vocazione per il canto. Nel segno del comando bossiano, si esibiva sui minimalisti palcoscenici delle feste leghiste cantando «Senti… senti… senti che puzza… senti… senti… senti… arrivano i napoletani» come testimoniano un video e una condanna spuntata dalle carte del processo di Torino che lo vede imputato per vilipendio della magistratura.

Sulle elezioni del 26 gennaio in Emilia Romagna, Salvini punta ( e rischia) parecchio relativamente al corso delle nuova Lega. Un corso che non vede l’assalto a quella che è storicamente percepita come la zecca rossa più che la zona rossa d’Italia da parte di un Carroccio che – dopo aver ampiamente sfondato sulla direttrice della autostrada A4 facendo leva su «Le ragioni del Nord» – tenta ora di intercettare un elettorato tradizionalmente di sinistra ( come quello di Sesto San Giovanni, ormai ex Stalingrado d’Italia).

È una Lega diversa quella che vede lo scarrocciato partito di Salvini andare lancia in resta contro il bolscevico Stefano Bonaccini per sostituirlo con la pulzella di Bologna: quella Lucia Borgonzoni che – scarsa in geografia – compensa con una solida preparazione politica, come dimostrano le due leggi da lei avanzate sulle rievocazioni storiche e sui disabili. «Ma ci sono già quelle leggi» ha vociato qualche paesano. Vero, ma lei – come la ha insegnato la Bestia di Salvini – ripete le cose che «così diventano vere».

A tentare l’intentabile, cioè la conquista della terra del liscio e dei tortellini, non è dunque la Lega “per l’indipendenza della Padania”, ma un altro partito che di uguale ha solo la dicitura Lega. Prova ne sia che pure la Borgonzoni ripete nei comizi «Prima gli italiani», slogan primario di questo nuovo partito. ( Ed è il meglio che le viene, quando è ammessa ai presidi del capo). Quello slogan è stato uno dei mantra dell’ultima adunata nel pratone di Pontida: quella che ha ufficialmente salutato la nascita di un partito – nazionale – di estrema destra.

Il movimento – regionalistico di Bossi e Maroni non esiste più. Quello sosteneva pure una sorta di antifascismo militante. «Andremo a prendere fascisti uno per uno» tuonava il Bossi nei comizi in cui prendeva le distanze dagli italiani. «C’è forse qualche italiano qui in mezzo?» chiese con voce e modo rauco in un comizio a Maderno, sul Garda. Trovandomi lì per dovere di cronaca, stavo per alzare incautamente la mano quando mia moglie mi salvò dall’insano gesto.

Nell’ultima edizione del festival di Pontida, i leghisti della prima ora hanno dovuto ingoiare nuove – irritanti – parole d’ordine: quelle poi risuonate nel recente congresso. All’ombra di Alberto da Giussano, sono cadute di nascosto le lacrime dei tanti orfani leghisti ustionati di illusioni. Il sogno di separare il Nord «con un bel muro all’altezza di Bologna» s’è tramutato nell’incubo di «Prima gli italiani». E il professor Gianfranco Miglio ( buonanima) è tornato quel Carneade che era prima d’incontrare Bossi.

«Sono andato a Pontida anche quest’anno – dice un leghista della prima ora che incontro in Valsabbia, terra da numeri bulgari per la Lega di Bossi – ma non mi è piaciuto quello che ho sentito». Diciamola tutta: Salvini è un traditore che manco Iago. «Prima gli italiani? E tutti questi anni abbiamo scherzato, allora?». Poi c’è l’antifascismo, nel senso che non ce n’è più traccia, anzi… «Non è un mio problema. Non mi interessa niente di fascisti o comunisti – spiega l’ex dreamer della “padania libera” –. A me interessa che i miei soldi restino qui».

L’orfano padano si sente insomma tradito da chi ha ucciso l’antico sogno di separare i destini della padania dal resto di un paese – tuttora – percepito come «terrone» da Bologna in giù. Il glorioso «non si affitta ai meridionali» degli anni 60 riapparso recentemente in più città del Nord lascia qualche speranza a chi si sente di dover praticare una sorta di resistenza attiva sul fronte della Lega «per la liberazione della padania». Cartelli che certificano una resistenza. La persistenza della filosofia leghista della prima ora. E chissà che un giorno – magari con il terapeutico aiuto del serensissimo Luca Zaia – Matteo Salvini possa rinsavire e tornare ai bei canti di un tempo contro i napoletani.

 

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