Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

«A Silivri ho incontrato quattro avvocati nella città- prigione»

Nel carcere di Silivri, a più di un’ora di macchina da Istanbul, sono detenuti quattro avvocati, la cui unica colpa è quella di aver difeso chi è inviso all’attuale regime turco
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Che tristezza entrare in carcere per fare visita a dei colleghi avvocati detenuti, la cui unica colpa è quella di avere fatto bene la propria professione, difendendo chi è inviso all’attuale regime turco.

E che carcere è quello di Silivri, a più di un’ora di macchina da Istanbul: praticamente un’intera cittadina, con strade, slarghi, incroci, una grande moschea e bottegucce, perché contiene 23.000 detenuti e un altrettanto adeguato numero di guardie. Tutto recintato da rete e filo spinato, con torretta ogni cento metri. All’interno di questo recinto vi sono cinque “quartieri”, ciascuno dei quali alloggia 5000 detenuti e dall’ingresso ai “quartieri” e fra l’uno e l’altro ci si muove con piccoli autobus, perché le distanze sono tali che non consentono di andare a piedi. Gli edifici sono in genere di soli due piani, con muraglie lunghissime, di centinaia di metri, e torri di guardia per ogni “quartiere”: l’effetto è ordinato ma allucinante. I colleghi, essendo considerati fra i detenuti più pericolosi, in isolamento oppure in celle da tre, stanno in un padiglione molto defilato, dove si può andare solo con il piccolo autobus. Controlli molto stretti anche per noi, compresa la scannerizzazione del viso e del fondo dell’occhio che, sola, può dare accesso ai passaggi successivi. La zona dei colloqui è composta per questo padiglione da più di cento cellette vetrate, con accesso sia ai parenti che agli avvocati. In ogni celletta da un lato sta il detenuto, dall’altro fino a tre suoi legali perché in Turchia infatti si può avere fino a tre difensori. Il colloquio sembra garantire la riservatezza ( salvo eventuali cimici).

Incontro 4 colleghi da me indicati. Per prima Ebrun Timtik, una collega ancora assai giovane, dalla bellezza radiosa e dal sorriso accattivante, almeno quanto gli occhi nerissimi e molto vivaci. Da sei anni è in carcere e le pende sul capo una condanna, ancora non definitiva, a tredici anni e mezzo. Da altrettanto è in carcere anche la sorella minore, anch’essa avvocata, Barkin, sulla quale pendono 18 anni e nove mesi. Oltre ai due principali processi per associazione terroristica, la sua associazione professionale CHD, pendono contro di lei altri 12 processi. Nessuno concluso. I giudizi minori sono per lo più per espressioni profferite in udienza, poco gradite ai giudici o ai Pm presenti. Libertà di espressione e diritto di difesa vengono così negati in una volta sola. Su questo punto ci soffermiamo a lungo, facendo paragoni anche con l’Italia. Ebrun è assai nota non solo nell’ambiente degli avvocati, ma anche presso l’opinione pubblica in generale, per avere fatto un lungo sciopero della fame perché fosse fissato il processo contro il poliziotto che sparò e uccise un dimostrante di 14 anni durante le proteste di Gezi Park nel 2013.

Il secondo che incontro è Segiuk Kosagacli ( ma la g non si sente), presidente dell’Associazione di avvocati progressisti CHD, che quanto altri mai è nel mirino della repressione governativa. Anche lui è in carcere dal 2013, liberato nella primavera del ’ 14 e poi carcerato di nuovo nel settembre 2016, di nuovo liberato nel settembre 2017, ma imprigionato nuovamente dopo poche ore: sempre con le stesse accuse. Ha la statura e anche la comunicativa di un leader, con baffoni un po’ staliniani ma scurissimi quanto i capelli. È un’icona per tutta l’avvocatura turca impegnata nella difesa dei diritti umani. È molto affabile ed è fine nel ragionamento giuridico. Parlando del processo che lo ha visto condannato a più di 11 anni nei primi due gradi di giudizio, mi dice che conta molto sulla Cassazione perché certe violazioni non possono essere ratificate. Gli chiedo se alluda alla assoluta mancanza di prove o alle mille macroscopiche violazioni del rito: “Le seconde”, mi dice subito, come del resto mi aveva detto anche Timtik, “perché così evitano di dovere ammettere che il processo non aveva alcuna base”. Ma, appunto, è lucido e sa che le cose potrebbero andare male anche dinnanzi alla Suprema Corte e dunque potrebbe stare in carcere – sol per tale processo – altri 5 anni almeno. Pensa ad un ricorso alla Cedu, ma prima bisogna esperire l’intero iter della giustizia interna ( compresa la Corte Costituzionale? “E’ discutibile”, afferma). Ci lasciamo con un caloroso abbraccio ed un ringraziamento da parte sua per l’Unione delle Camere Penali che da tanto tempo segue il suo caso.

Incontro poi una giovanissima collega, Nedide Ozdemir, 26 anni, ma ne dimostra non più di 17. Anche lei apparterrebbe ad altra associazione messa fuori legge da Erdogan, la DHKP – C. Comincio a scherzare con lei sulla sua giovanissima età e che per questo potrebbe trovare maggiore comprensione nei giudici. Non so se capisce il senso della mia notazione, ma mi raggela dicendo che sarà anche giovane, ma sa bene cosa sono i diritti umani e come difenderli.

L’ultima collega che incontro è Oja Aslan, arrestata quattro giorni prima dopo alcuni mesi di latitanza ( in realtà è sempre stata nel suo studio) da quando a settembre 2018 fu scarcerata dopo due anni di detenzione per poi vedere spiccato dopo poche ore contro di lei un nuovo ordine di carcerazione. La hanno individuata in strada e l’hanno fermata. Non ha fatto in tempo a chiedere “chi siete? cosa volete?” che l’hanno sbattuta faccia a terra e hanno cominciato a infierire con calci e pugni. Continuando così poi in cella di sicurezza, finché, finalmente, non l’hanno trasferita al carcere. La sua faccia piena di ecchimosi attesta tutto ciò. “Ci sono le foto”, mi dice “e mi ha refertata il dottore al momento dell’ingresso in carcere”. Speriamo che le foto non si perdano, mi viene da pensare, visto che il giorno prima quando è comparsa in udienza, il Presidente si è rifiutato di mettere a verbale le evidenti condizioni in cui si trovava. La lascio con tristezza, pensando ai tanti casi Cucchi che ci sono anche in Italia. Ma lei è una collega, ed anche questo per me conta.

E’ buio e freddo quando io e la mia collega interprete usciamo, dopo molte ore, nella città- prigione. A quest’ora non c’è più nemmeno l’autobussino per gli avvocati. Tocca farsela a piedi fino all’ingresso.

* Osservatore Internazionale per UCPI

 

Ultime News

Articoli Correlati