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Quando la vittima dice al carnefice: tu stai peggio di me

"Un'azalea in via Fani", di Angelo Picariello, è un viaggio nella riconciliazione tra gli ex terroristi e i parenti di chi, come Moro, è morto negli anni della lotta armata
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«Il merito di questo libro è di aver avuto il coraggio di alzare il velo sui conflitti della nostra storia. Un’operazione che finora hanno fatto solo l’autore e la vedova Calabresi. In tanti anni dalla morte di mio padre molti si sono interessati alla vicenda, alla sua vita, un po’ troppo alla sua morte, spesso in modo sguaiato, però nessuno si è interessato del dolore che rimane da una parte e dall’altra, quando si chiude un conflitto. Si tratta di una ferita che nessuno ha mai curato. Mi chiedo: perché non curiamo il nostro passato?». Lo dice Agnese Moro presentando, insieme con Marco Follini, “Un’azalea in Via Fani. Da Piazza Fontana a oggi: terrorismo, vittime, riscatto e riconciliazione” ( San Paolo edizioni, 344 pagg. 25 euro), il libro di Angelo Picariello, quirinalista di Avvenire.

La figlia di Aldo Moro sottolinea: «Questo libro è costato anni di lavoro, riflessione, ripensamenti, scrupoli, prudenze e delicatezze. Facendo, soprattutto attenzione che l’esigenza di raccontare non creasse altro dolore. Restituisce i sentimenti e il clima di tutte le persone che partecipano a questo gruppo di dialogo ( da cui è nato “Il libro dell’incontro” ndr) tra ex appartenenti alla lotta armata, familiari delle vittime, giovani e altri che ci hanno aiutato. Il merito, però, è di chi ci è venuto a cercare, perché le nostre sono state vite molto solitarie, molto isolate. È stato sorprendente che qualcuno venisse a interessarsi al mio dolore. I conflitti della nostra storia diventano favolette che poi passano alla storia: nella Resistenza ci sono stati i buoni e i cattivi, anche durante il terrorismo c’era una società buona e dei gruppetti di cattivi, usciti dal nulla, che a un certo punto hanno deciso di prendere le armi, con lo Stato incapace di fronteggiarli. Però in un guizzo di democrazia alla fine abbiamo sconfitto il terrorismo. Questa è la favoletta che passerà alla storia. Si tratta, sottolineo, di una favoletta, perché le persone che hanno scelto la lotta armata, come documenta molto bene questo saggio, facevano parte integrante della società e c’erano fior fior di intellettuali che hanno predicato la bontà della scelta di prendere le armi». E Agnese Moro continua: «Nei miei incontri in giro per l’Italia ci sono tante persone che vengono non solo per capire come mai io, Giovanni Ricci e altri familiari delle vittime siamo insieme agli ex terroristi, ma tanti anche per curare la loro memoria, feriti per aver tifato per la morte di mio padre e lo raccontano vergognandosi di se stessi, altri che erano bambini e hanno vissuto quel periodo avendo paura. È stato sorprendente che dopo tanti anni qualcuno venisse a interessarsi del mio dolore». E Giovanni Ricci, figlio di uno dei poliziotti assassinati a via Fani, che insieme ad Agnese Moro ha stabilito un rapporto con gli ex terroristi confida: «Si portano addosso una croce più grande della mia, per il peso di ciò che hanno fatto” e “nulla attenuerà mai questo». Quello di Angelo Picariello è un viaggio nelle pagine più nere del terrorismo italiano: dalla strage di Piazza Fontana alla morte del commissario Calabresi, dalla storia di Prima Linea e delle Brigate Rosse fino al rapimento di Aldo Moro. Un percorso difficile, fatto di testimonianze, racconti ed esperienze personali che traccia il quadro di un periodo complicato della nostra democrazia, nel quale una generazione percorsa e dilaniata da un forte malessere in alcuni casi ha trovato uno sbocco nella lotta armata. Il lavoro del giornalista di Avvenire, pur mantenendo una rigorosa ricostruzione storica, si focalizza sui protagonisti senza distinzioni preconcette tra vittime e terroristi e, grazie alla formazione professionale, politica e religiosa dell’autore, ne restituisce la loro umanità e i loro sentimenti.

La figura di Aldo Moro è il filo conduttore di “Un’azalea in via Fani”. Una delle lezioni del presidente della Dc è testimoniata da Nicodemo Oliverio, suo allievo alla cattedra di diritto e procedura penale alla Sapienza proprio nell’anno accademico del rapimento: «Aveva incredibile attenzione umana per la persona che traspariva dalla passione con cui spiegava il ruolo emendativo della pena». Oliverio, alla presentazione del libro, ha ricordato che «l’ultima lezione, il 15 marzo 1978, fu proprio sulla rieducazione dei detenuti. Senza dimenticare i suoi dubbi sull’ergastolo, una posizione che restituisce appieno la contemporaneità del pensiero di Moro. E non sfugge a nessuno come l’articolo 27 della Costituzione sia stato ispirato proprio da lui».

Picariello ricorda anche la figura di padre Adolfo Bachelet, fratello di Vittorio ucciso il 12 febbraio 1980 alla Sapienza, che ha avuto un ruolo fondamentale nelle scelte e nei pentimenti di tanti ex terroristi sia di destra che di sinistra, come Maurice Bignami, ex capo di Prima Linea. Storica, a proposito di questa formazione armata, la conversione “laica” al congresso Radicale del 1987 di Sergio D’Elia, diventato poi animato dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”.

Storie che hanno un comune denominatore: quella umanità emersa in molti di coloro che hanno scontato la loro pena, maturando anche un sincero pentimento, come l’ex brigatista Franco Bonisoli che ha ispirato il titolo del libro. Sì perché è proprio Bonisoli, con il quale Picariello ha da anni un rapporto di amicizia, che nel 2013 arriva a Roma, e chiama il giornalista. Si danno appuntamento in via Fani, dove lui 35 anni prima nel 1978 aveva partecipato al commando che rapì Moro. “Quando arrivai in zona- scrive Picariello – scoprii che c’era appena stato, aveva preferito, alla fine, andarci da solo. Era da poco passato mezzogiorno. Gli chiesi però di tornarci un attimo insieme. Imboccammo così a piedi la strada e subito scorsi a terra, sul marciapiede un vasetto con una piantina, davanti alla lapide in ricordo delle vittime dell’agguato, all’incrocio con via Stresa. «Franco» gli dissi, «è bello che qualcuno ancora si ricordi, dopo tanto tempo…». «Veramente» fu la risposta bruciante, «l’ho appena messa io». Un gesto che testimonia in modo netto la sua lontananza da quella violenza che aveva caratterizzata la prima parte della sua vita.

Una violenza che ha accompagnato l’Italia per oltre un decennio, quella che Sergio Zavoli ha battezzato come “La notte della Repubblica”, e che Angelo Picariello fa iniziare il 19 novembre 1969, quando a Milano fu ucciso l’agente di Polizia Antonio Annarumma, originario di Monteforte Irpino ( in provincia di Avellino). Il giornalista di Avvenire ricorda anche i funerali di Annarumma in cui era stato proprio il commissario di polizia Luigi Calabresi, assassinato il 17 maggio 1972, «a intervenire, ingaggiando un corpo a corpo drammatico, in questura, per sottrarre Mario Capanna al linciaggio degli agenti, furiosi per la sua presenza alle esequie». Per tanti, in quel pomeriggio l’Italia perse la sua «innocenza», si legge nel saggio storico, frutto di una lunga ricerca curata dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” di Roma, con la prefazione di Agostino Giovagnoli, storico della “Cattolica’”, e i contributi dell’ex presidente della Camera, Luciano Violante e dell’ex capo dell’antiterrorismo, ed ex sottosegretario all’Interno, Carlo De Stefano che ha collaborato alla ricerca.

Un lavoro che parte da Giorgio Semeria, tra i fondatori delle Brigate Rosse, che «si avvicinò alla lotta arma- ta frequentando proprio sia il Movimento di Cl che il Pontificio istituto missioni estere a Milano, prendendo anche parte con padre Pedro Melesi a un’esperienza missionaria in Brasile». Semeria, uscito di prigione, «si è sposato in chiesa e ha devoluto i doni di nozze alla missione che da ragazzo visitò con quel religioso che suo malgrado lo avvicinò alle ingiustizie, facendo in qualche modo pace con se stesso e potendosi impegnare ora per quegli stessi ideali giovanili in una maniera che non prevede la violenza». E poi ancora Renato Curcio, Alberto Franceschini e tanti altri fino alla colonna avellinese delle Br.

Sì, perché Angelo Picariello va a fondo su quello che è un pezzo di storia del terrorismo che ha vissuto da vicino. Lui, militante di Comunione e Liberazione, studente prima e poi giovane consigliere comunale, vive nell’Avellino della metà degli anni Settanta, inebriata dai successi sportivi della squadra di calcio e dall’ascesa politica di Ciriaco De Mita e della Dc di Base. Una città, come si intitola il capitolo dedicato alla sua Avellino, “fra evasione pallonara ed eversione politica”. Dove Maurizio Montesi, un calciatore sui generis arrivato da Roma e tra i protagonisti della promozione in serie A, che Picariello descrive come “legato alla sinistra estrema, tanto regolare in campo quanto sregolato nella vita privata”, alla vigilia di Natale 1978 in un’intervista a Lotta Continua dichiara: “Il tifoso è uno stronzo. Fa il gioco del sistema. Fa il tifo per undici persone con le quali non ha nulla a che spartire». Un mese prima, l’ 8 novembre 1978, la borghesia avellinese era stata scossa dall’assassinio a Patrica, in provincia di Frosinone, del procuratore della Repubblica di Frosinone, Fedele Calvosa. La rivendicazione è delle “Formazioni comuniste combattenti” e gli autori sono tre giovani studenti avellinesi: Nicola Valentino, Maria Rosaria Biondi e il suo fidanzato Roberto Capone. Quest’ultimo rimarrà sul campo, ucciso dal “fuoco amico”. Un’altra ragazza irpina, Maria Teresa Romeo compagna all’epoca di Nicola Valentino, sarà tra gli autori, il 19 maggio 1980, dell’assassinio dell’assessore regionale Pino Amato. Ma oltre a loro tre altri irpini hanno conosciuto la lotta armata. Alfredo Buonavita, operaio emigrato a Torino vicino a Renato Curcio sin dall’inizio e fondatore delle Br nel capoluogo piemontese. Gianni Mallardo, coetaneo e compagno di scuola di Picariello, tra i primi a dissociarsi, reclutato dall’altro avellinese Antonio Chiocchi, figura di spicco delle Br campane e braccio destro di Giovanni Senzani, tra i protagonisti del rapimento di Ciro Cirillo e dell’omicidio del commissario Antonio Ammaturo, che ha avviato un percorso di dissociazione nel carcere di Nuoro nel 1983.

Ma a mezzo secolo dall’esplosione di Piazza Fontana, che voleva far precipitare il Paese nello scontro e portare, attraverso la strategia della tensione, a una svolta autoritaria, ecco affermarsi, alla fine di un percorso lungo e drammatico, un vasto movimento di riconciliazione fra vittime, ex protagonisti della lotta armata e uomini delle istituzioni. Ed è ancora Franco Bonisoli il protagonista del viaggio di Angelo Picariello. L’occasione è quella della presentazione all’Istituto Sturzo de “Il libro dell’incontro”, nel luglio del 2016, sull’esperienza del gesuita padre Guido Bertagna. Franco Bonisoli è vicino a Giovanni Ricci, figlio di Domenico morto in via Fani. Con loro ci sono anche Agnese Moro e Alexandra Rosati, figlia di Adriana Faranda, la “postina” delle Br. E quel valore emendativo della pena che Aldo Moro aveva voluto nella Costituzione conforta oggi Agnese nel vedere i carcerieri di suo padre cambiati: «Sono stati una sorpresa perché nella mia mente loro sono dei mostri senza cuore, senza pietà. E lo sono anche stati». Ma poi ha scoperto in loro «un dolore infinitamente peggiore del mio che li fa essere totalmente disarmati nei nostri confronti. Ho imparato da loro che se tu vuoi ascoltare qualcuno e poi parlare ti devi disarmare da pregiudizi e rabbia. Incontrare chi ha fatto del male è un atto di amore verso se stessi, perché trovarsi faccia a faccia con chi ha compiuti atti tremendi di violenza è l’unico modo possibile per uscirne: perché quella è la realtà. Guardi in faccia dei vecchietti come me, cadenti o meno, ognuno ha sul viso la storia di quello che gli è successo e sono storie terribili. Perché quando hai pensato di salvare il mondo, ma alla fine scopri che hai ucciso solo delle brave persone che non possono tornare indietro, e quella giustizia che volevi l’hai solo tradita è davvero terribile. Ecco perché è importante fare un percorso insieme». E Agnese Moro ribadisce che suo padre avrebbe approvato questo cammino di riconciliazione e il fatto che «queste due realtà “ex giovani” feritesi reciprocamente, possano oggi incontrarsi e sanare qualcuna di quelle ferite io sono certa che per lui sia motivo di contentezza».

 

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