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Israele, così tramonta una democrazia

Terze elezioni in un anno, la crisi non è più politica ma di sistema. Il fallimento delle trattative tra Likud e Blu- Bianco, ha reso inevitabile lo scioglimento del Parlamento
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Ormai non è più una crisi politica. E’ una crisi di sistema. Di un Paese lacerato, invelenito, ostaggio di una classe politica incapace di abbozzare uno straccio di visione, di progetto, impegnata com’è a sferrarsi colpi bassi a getto continuo.

Per la terza volta in meno di un anno, Israele torna alle urne. E’ una cosa è certa: sarà una campagna elettorale ancora più avvelenata, se è possibile, di quelle che l’hanno preceduta.“Tenete i vostri bambini lontani dalla tv, ci saranno nuove elezioni e saranno un festival di odio, violenza e disgusto’, avverte Yair Lapid, numero due di Kahol Lavan ( Blu- Bianco) che ha condotto assieme al leader Benny Gantz le trattative per la formazione dell’esecutivo.

Odio, violenza, disgusto. Un impasto avvelenato che dà conto di un Paese nel quale un leader si legittima non perché portatore di una visione positiva ma perché capace di aizzare la folla, e conquistare consensi, contro il Nemico di turno, additato come “golpista”, “traditore” e se appartenente alla comunità araba israeliana ( oltre il 20% della popolazione) “fiancheggiatore dei terroristi palestinesi”.

Il fallimento delle trattative tra Likud e Blu- Bianco, ha reso inevitabile lo scioglimento del Parlamento e il ritorno alle urne: confermata la data del 2 marzo su cui c’era già l’intesa da giorni. Saranno elezioni decisive per l’attuale premier Netanyahu, incriminato per corruzione, frode e abuso di potere in tre casi giudiziari. E insidiato anche all’interno del suo Likud da Gideon Saar, l’avversario di sempre, che lo sfiderà nelle primarie del partito, indette dopo molte discussioni per il 26 dicembre.

Ma sarà un voto decisivo anche per Benny Gantz, l’ex capo di stato maggiore dell’esercito, leader del centrista Blu- Bianco, che dopo due elezioni sul filo di lana spera di dare la spallata finale a Netanyahu con la promessa di cambiare, se vincerà, l’intera politica israeliana degli ultimi anni dominata dal più longevo primo ministro in carica, Ben Gurion compreso.

Per i sondaggi, stavolta, sarebbe ad un soffio dal farcela: in nuove elezioni i partiti di centro sinistra farebbero meglio che nel voto del 17 settembre scorso e riuscirebbero a conquistare 60 dei 120 seggi alla Knesset. Questo uno dei risultati emersi in un sondaggio pubblicato oggi dalla televisione commerciale Canale 13 Se quel sondaggio trovasse conferma, ha aggiunto la emittente, il partito centrista Blu Bianco di Benny Gantz sarebbe in grado di formare un governo di minoranza, col sostegno esterno della Lista araba unita.

Dal sondaggio risulta inoltre che la maggioranza relativa degli israeliani ( 41 per cento) imputa a Benyamin Netanyahu la responsabilità dell’attuale crisi politica. L’atmosfera è già oggi al calor bianco. Gantz ha ribadito che l’unico responsabile del ritorno alle urne non è altro che Netanyahu, deciso a ricorrere all’immunità parlamentare per evitare i processi. ‘ Dobbiamo opporci a questo’, ha spiegato anche oggi l’ex generale, sostenendo che Blu- Bianco non può accettare un governo di unità nazionale insieme ad un Likud in cui ci sia un premier incriminato.

Netanyahu ha ribaltato le accuse su Gantz. Il premier ha sostenuto che il leader di Blu- Bianco nella sua ostinazione a rifiutare un governo di unità nazionale è prigioniero dell’ala estrema del partito, capeggiata da Yair Lapid. ” Con ipocrisia, cinismo e veleno, è iniziata la terza stagione elettorale di Israele in un anno”, titolava Haaretz a commento dell’ennesima trattativa fallita. E’ la notte della democrazia. “Al peggio non c’è mai fine verrebbe da dire assistendo alla miserabile rappresentazione che il ceto, perché tale si è ridotto ad essere, politico sta offendo al Paese – dice a Il Dubbio Zeev Sternhell, il più autorevole storico israeliano – Non c’è uno straccio di visione, un ben che minimo confronto di idee, di programmi, tutto si riduce ad inappagate ambizioni personali, ad una insaziabile voracità di potere. Ci sarebbe bisogno di una rivolta morale, di uno scatto d’orgoglio nazionale, ma forse è solo una illusione” aggiunge con amarezza. I tempi dei “Grandi vecchi” – da Rabin a Peres, da Begin a Sharon, da Golda Meir a Shamir – a cui Israele si affidava nei momenti più drammatici della sua storia, sono finiti.

 

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