L’improvvisa tolleranza sui furbetti dell’Imu che spinge a disprezzare ancor più l’evasione

Ma quanti saranno mai in Italia I coniugi costretti a lavorare in città diverse abitando case di proprietà?

Vi confesso una debolezza, o bassezza, come preferite. E’ la soddisfazione avvertita leggendo della decisione attribuita genericamente al governo, prima che il superministro dell’Economia smentisse o ne prendesse le distanze, di una stretta – si dice così- nella lotta all’evasione fiscale sulle cosiddette seconde case e successive. Che diventano magicamente prime case, esenti perciò dalla tassa conseguente, quando se le intestano altri membri della stessa famiglia fissando la loro residenza nei rispettivi Comuni. Dove in realtà vanno solo in vacanza, o vi mandano amici e simili, o le affittano. Ho goduto all’annuncio un po’ perché circondato, nel mio piccolo, da furbi e furbetti nel posto dove risiedo in estate pagando al Comune il dovuto da solitario o quasi, e un po’ perché finalmente educato – o, magari, diseducato, secondo i gusti- dai tanti succedutisi nei governi, di ogni colore e durata, invitandomi direttamente e indirettamente a odiare gli evasori, all’ingrosso e al minuto, come nemici personali. Che mi obbligano a pagare i loro debiti effettivi o potenziali con la comunità nazionale, anche a costo di privarmi del necessario, con quel che mi resta della pensione – o mi restava dello stipendio negli anni passati- al netto delle imposte, delle trattenute assicurative, dei contributi di solidarietà per niente volontari, come dovrebbero essere con l’uso corretto di qualsiasi dizionario della lingua italiana, e quant’altro.

Chissà quante volte ho rischiato di sputare in faccia alla persona sbagliata fidandomi delle apparenze o delle casualità, come capitò – vi giuro- ad un collega che andò a prendere all’asilo il figliolo e vide prelevarne da una mamma in Porsche l’amichetto esente dalla retta per esiguità del reddito familiare.

Ebbene, il sogno consolatorio, e per qualcuno forse anche meschino, di vedere fatta giustizia coi furbi e furbetti delle prime, e non seconde, case fasulle è durato lo spazio di una notte. Perduti imperdonabilmente i telegiornali della sera, ho appreso dai quotidiani del giorno dopo che non se ne farà niente per uno scrupolo sopraggiunto nel titolatissimo ministro dell’Economia, fra uno scontro e l’altro con quegli insolenti o addirittura terroristi della Lega, e un po’ anche con quei rompiscatole dei grillini nostalgici dell’avventura gialloverde con Matteo Salvini. E’ stato, in particolare, lo scrupolo di fare un torto immeritato a quei coniugi che lavorano in Comuni diversi ed hanno avuto la sventatezza di volere abitare in appartamenti di loro proprietà, forse allergici all’idea di una casa in affitto, e magari con minori spese di manutenzione, o di aspirare magari a ricongiungersi il più rapidamente possibile anche nel luogo di lavoro.

Non so francamente, e non riesco neppure ad immaginare, quanti possano essere in Italia i coniugi così dannatamente sfortunati da lavorare in Comuni diversi e da permettersi di abitare in case di loro proprietà, magari di una soglia sotto il livello del lusso che li priverebbe dell’esenzione dall’Imu. So tuttavia che sono state valutate, temo in difetto, attorno alle 135 mila le abitazioni di false seconde case, promosse a prime con l’espediente della residenza finalizzata all’evasione fiscale. L’ammontare delle imposte evase sarebbe non inferiore ai duecento milioni di euro.

Non è un fenomeno da poco, specie per quei Comuni sistematicamente privati di risorse ogni anno, e da tempo, dal governo di turno, oltre che dagli sprechi dei loro amministratori.

Vedere tanta, improvvisa, direi pure sfacciata tolleranza, o generosità, o complicità coi furbetti dell’Imu, chiamiamoli così, fa una certa impressione, oltre che sorpresa. Non vorrei che, accorgendosene pure loro, specie se senza casa, le sardine sparse in questo periodo in tante piazze e strade italiane, così inoffensive da essere piaciute anche a Francesca Pascale, la giovane e non certo indigente fidanzata di Silvio Berlusconi, cambiassero natura e imparassero improvvisamente a volare. Così potrebbero divorare nello spazio i frammenti delle cinque e tante altre stelle in caduta per il solo gusto poi di vomitarli, come una volta disse Beppe Grillo di noi giornalisti, forse prima di ravvedersi e di farsi venire la voglia di farlo anche o solo con Luigi Di Maio, stando a certi retroscena che impensieriscono, fra una smentita e l’altra, il così giovane e già ministro degli Esteri d’Italia.

 

 

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