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Gualtieri si prende il governo con l’ok dell’Ue e di Merkel

L’ascesa del ministro dell’Economia. Da “uomo di cattedra” diventa ” uomo dell’Europa”, figura centrale, indicato come terzo nella classifica degli europarlamentari più influenti
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È l’ ‘ uomo forte’ del governo debole. Quello che va giù piatto in Parlamento quando gli chiedono se il Mes della discordia sia emendabile: ‘ Secondo me no’. Quello che sfida Salvini al di fuori del solito duello ormai da repertorio tra i leader della Lega e il premier Conte: «Lui e Borghi hanno fatto una campagna terroristica. Certo se uno non riesce a esprimersi con competenza e serietà sulla Nutella, la credibilità di quel che dice sul Mes è scarsa».

Roberto Gualtieri, classe 1966, vicino alla Pantera nei primi anni ‘ 90, dalemiano negli anni dei Ds, il che spiega sia l’eloquio quasi identico a quello di Matteo Orfini, altro pargolo della stessa nidiata, sia una certa arroganza che non giova ai buoni rapporti col Parlamento è il perno del secondo governo Conte persino più del premier, almeno da quando i rapporti dell’ ‘ avvocato del popolo’ con il M5S che lo ha indicato due volte come capo del governo si sono guastati.

La centralità di Gualtieri non è una sorpresa. Era già evidente che le cose sarebbero andate così al momento della formazione del governo ‘ giallorosa’. Da allora il ruolo del ministro dell’Economia è ulteriormente cresciuto, soprattutto per l’evanescenza dei colleghi, tutti e ciascuno.

Ma anche l’esecutivo si fosse rivelato una compagine di Draghi, Gualtieri ne sarebbe stato comunque l’uomo di punta. Studioso di formazione, storico, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma, vicedirettore dello storico e benemerito Istituto Gramsci vanta una carriera prima di partito poi tutta europea senza passare per le poco celebrate Camere italiane.

Cinque anni nella segreteria romana dei Ds, tra il 2001 e il 2006, poi tra i ‘ saggi’ incaricati di preparare il manifesto dell’allora nascente Pd nella cui direzione entra già al momento del sospirato battesimo, nel 2008. Un ‘ uomo di partito’ insomma, come Zingaretti o Orfini, uno di quei funzionari il cui cursus honorum sembrerebbe clonato dai classici percorsi del funzionariato marca Pci.

Invece le cose cambiano nel 2009. Viene eletto al Parlamento europeo e si scopre subito uno dei migliori e più stimati in campo, tanto che nella legislatura seguente, rieletto nel 2014, diventa presidente della commissione Affari economici, una postazione nevralgica e centrale che gli permette di stringere rapporti solidissimi e di incondizionata stima con chiunque conti a Strasburgo e Bruxelles, Frau Merkel inclusa. Gualtieri da ‘ uomo di partito’ e di cattedra diventa ‘ uomo dell’Europa’, figura centrale nell’establishment dell’Unione, indicato come terzo nella classifica degli europarlamentari più influenti dal sito specializzato Vote Watch Europe.

Nel gotha della Ue che conta, però, Gualtieri si colloca in posizione critica rispetto al rigorismo che imperava al momento del suo approdo a Strasburgo e che da allora ha perso sempre più quotazioni sino alla proposta del neocommissario Gentiloni di rivedere, meglio tardi che mai, i criteri del Patto di stabilità. Il pur timido accenno di nuovo corso rende ancor più centrale l’italiano, passato ormai dalla dimestichezza con la storia ( e con l’adorata bossa nova) a quella con la Finanza, che nel nuovo Europarlamento era stato confermato presidente della Affari economici, salvo lasciare il posto dopo pochi mesi per prendere in mano il Mef.

Sino all’ultimo la poltrona già occupata da Tria sembrava destinata per l’ennesima volta a un tecnico. Gualtieri è invece un politico che però, sia per le competenze tecniche sia per la fiducia di cui gode nella Ue, può svolgere anche il ruolo ‘ di garanzia’ attribuito di solito ai ministri tecnici. La sua presenza nella postazione chiave del nuovo governo è stata sin dall’inizio essenziale perché il secondo governo Conte possa svolgere il compito per il quale è nato: siglare la pace con la Ue infranta dal precedente governo gialloverde.

Il rapporto è biunivoco. La Ue è pronta a fare la sua parte dimostrandosi tanto flessibile quanto era stata rigida con Tria, e lo ha dimostrato proprio con la legge di bilancio ma in cambio l’eurofedeltà italiana deve essere a prova di bomba. Non si tratta solo di archiviare le fantasie di scontro totale o di Italexit ma anche di limitare al massimo e oltre la conflittualità.

Da questo punto di vista, dunque, Gualtieri ha margini più stretti di quelli di cui godeva Tria, ministro dell’Economia di un governo euroscettico. Gualtieri, il ‘ ministro forte’ incarna dunque una doppia garanzia, a nome dell’Italia nei confronti di Bruxelles e a nome della Ue nei confronti di Roma. Ciò lo rende il vero dominus dell’azione di governo ma anche l’elemento di massimo rischio. Perché se nel M5S risorgessero, come sembra promettere la vicenda Mes ( tutt’altro che conclusa) la frattura nel governo e nella maggioranza sarebbe irreparabile.

 

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