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Chi ha paura dei Bitcoin? Dal sogno liberista al capitalismo collettivo

Acclamate dai guru della finanza le criptovalute segneranno invece la fine delle banche private. Erano divinizzate dagli ideologi liberisti come un Sacro Graal
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Il mondo oggi è dominato dagli “intermediari finanziari”. Banche commerciali, Borse, Case commerciali o mercantili che fossero, il mondo è delle grandi istituzioni finanziarie che inter- mediano il nostro risparmio e lo fanno defluire verso le scelte di investimento produttivo o speculativo. Ci sono differenze molto importanti fra le diverse forme di capitalismo, quello “banco- centrico” della storia europea, o quello dominato dalle Borse della tradizione anglosassone, ma dovunque ci sono intermediari finanziari e dovunque ci sono banche commerciali dove tutti noi depositiamo il nostro sudati risparmi per poter avere l’immediata disponibilità di risorse per qualsiasi pagamento dovessimo decidere.

Tutto ciò potrebbe essere sul punto di finire. Un’intera storia del capitalismo moderno potrebbe essere arrivata al termine. Una rivoluzione globale del capitale globale potrebbe arrivare presto, con conseguenze semplicemente enormi.

E’ la rivoluzione delle criptovalute emesse dalle Banche centrali: le Banche centrali in questo modo sostituirebbero le tradizionale banche commerciali nella fondamentale funzione di raccolta dei nostro risparmio. Cambierebbe drasticamente la forma di tutti i capitalismi occidentali e la logica stessa di decisioni più o meno validamente decentrate del mondo finanziario. Sarebbe appunto una rivoluzione globale.

Per capirci qualcosa ritorniamo indietro. Che cosa sono nella sostanza le criptovalute? Come sono nate e come si sono imposte nel mondo virtuale di oggi?

Il termine “criptovaluta” è la traduzione italiana del concetto inglese “criptocurrency”, ed è relativo ad una rappresentazione digitale di valore basata sulla crittografia. Le criptovalute usano tecnologie peep- to- peep sulle reti i cui centri chiave, i nodi, sono appositi computer di utenti presenti che svolgono funzioni di portamonete. Questi computer possono essere presenti dappertutto nel mondo. Non c’è quindi in teoria alcun potere centrale che controlla l’intero processo. Il sistema, in teoria, è totalmente decentralizzato.

C’è una particolarissima tecnologia che rende possibile tutto ciò: è una blockchain, ovvero una specie di libro mastro digitale che contiene tutte le operazioni in criptovaluta effettuate e può essere copiato da tutti i dispositivi informatici in rete, computer o smartphone che siano. Ciò rende il sistema di transazione in criptovaluta in teoria non alterabile poichè riprodotto dovunque.

Dal 2009 le criptovalute hanno iniziato ad espandersi nel nostro mondo con la nascita di bitcoin. Questo particolarissimo sistema di pagamento globale basato proprio sul blockchain ha un inventore sostanzialmente anonimo che ha preso il nome di Satochi Nakamoto.

Bitcoin non ha nulla che ricordi una banca centrale. Fino ad allora, la moneta era ritenuta una faccenda del monopolio di emissione delle banche centrali. Ciò è stato valido da quando gli istituti centrali di emissione hanno assunto la loro attuale forma di banche centrali di Stato. Il bitcoin cambiava drasticamente il quadro: esso dà forma concreta ad una idea degli ideologi del liberismo radicale, quello di un sistema economico senza una moneta a gestione centralizzata.

La rete bitcoin permette il possesso e i trasferimenti ( anonimi) della moneta nonchè dei relativi dati indispensabili per usare il sistema di pagamento che possono essere salvati su qualsiasi dispositivo informatico, computer, smartphone, come un proprio portafoglio digitale o detenuto presso parti diverse che a quel punto hanno funzioni affini ad una banca. La natura decentralizzata del sistema di pagamento bitcoin è evidentissima ed è ciò che ha affascinato ed affascina gli ideologi del liberismo radicale. Ma c’è un’altra particolarità che piace molto ai liberisti radicali: la quantità di bitcoin in circolazione è limitata a priori. Non può essere incrementata senza limiti. Ciò dà una particolare garanzia anti- inflattiva a questo mezzo di pagamento che non può essere svalutato da un ente centrale o da nessun altro. I liberisti radicali infatti sono contrari a qualsivoglia “manipolazione” o intervento dello stato o delle banche centrali per svalutare il prezzo della moneta, ovvero il tasso di interesse.

Alcuni osservatori, quindi, non a caso hanno definito i bitcoin come “l’oro digitale”. L’oro nei sistemi monetari a tallone aureo costituiva un limite fortissimo alla creazione di ulteriore massa monetaria a causa del fatto che la quantità estratta del metallo giallo non poteva essere aumentata a discrezione. L’oro delle miniere non era infinito, anzi era ed è alquanto raro. Proprio per questo motivo, e per alcune caratteristiche intrinseche, l’oro è stato spesso scelto come moneta o come contenuto fisso delle monete emesse.

Per questo motivo, i sistemi a base aurea sono stati potenti strumenti anti- inflazione ed anti- deprezzamento delle monete. E proprio per questo motivo i sistemi basati sul tallone aureo sono andati in soffitta: non essendo possibile incrementare la loro massa monetaria a discrezione delle autorità monetarie secondo le esigenze dell’economia capitalistica ad un certo punto sono diventati intrinsecamente diventati deflattivi e recessivi.

I bitcoin sono addirittura più restrittivi dell’oro poichè comunque non si possono scoprire impunemente nuovi “giacimenti” di bitcoin: la loro quantità è sostanzialmente predeterminata. Anche sotto questo aspetto i bitcoin hanno fatto sognare i liberisti radicali e a ben vedere proprio questo aspetto ne limita drasticamente la possibilità di espansione da un lato mentre non evita i rischi di bolle sistemiche. Il succes- so dei bitcoin ha portato come sempre accade ad una innovazione che si afferma, alla loro imitazione: ormai le principali criptovalute sono circa 15. L’innovazione bitcoin però non è stata imitata solamente da altre semplici ma diverse criptovalute: l’imitazione si è estesa ad altri campi. Si è estesa in particolare in due direzioni: stabecoin e Libra.

Le stabecoin sono criptovalute che si basano su panieri di asset, commodities, valute o altro e che in tal modo acquisiscono una certa stabilità di valore. Infatti il bitcoin se sono drasticamente limitati nella quantità e quindi non sono, in teoria, svalutabili, sono per la loro natura decentralizzata, fortemente soggetti a variazioni contingenti di valore. L’aggancio di una criptovaluta ad un paniere di assett ne garantisce, o meglio ne dovrebbe garantire, una certa stabilità di valore. Le banche centrali e le autorità di regolazione si sono particolarmente interessate a questo aspetto ( assieme alla possibilità che queste criptovalute siano facilmente utilizzabili per l’economia illegale e criminale): molti esperti ed osservatori infatti hanno visto in bitcoin un forte rischio di speculazione e di bolla finanziaria con rischi sistemici non secondari.

Ciò finora è stato tenuto sotto controllo, ma le banche centrali e le autorità di governo nazionali non hanno minimamente dismesso le loro preoccupazioni. Prestigiosi ed autorevoli esponenti di paesi importanti, dall’Europa agli stessi Stati Uniti, hanno espresso timori per la stessa sovranità degli stati a causa della diffusione globale di questi sistemi di pagamento.

Insomma se da una parte c’erano i liberisti radicali che per la natura teoricamente decentralizzata del sistema bitcoin tendevano a divinizzarlo quasi fosse il sacro Graal della pratica e della teoria economica; dall’altra parte c’erano i difensori della sovranità statuale che temevano la fine delle autorità monetarie.

L’annuncio di Libra, l’ipotesi di criptovaluta di Facebook, ha mutato drasticamente il quadro. Nel maggio del 2018, i vertici di Facebook hanno annunciato il lancio, per il 2020. Libra sarebbe stata agganciata ad un paniere di valute “normali”, e quindi avrebbe dovuto avere una certa stabilità di valore. Libra avrebbe potuto usare o accedere o far accedere ad un bacino potenziale di oltre due miliardi di persone in tutto il mondo, gli utenti di Facebook.

Sarebbe stata governata da Libra Association. Alla criptovaluta FB aveva aderito uno schieramento imponente di grandi imprese del credito al consumo, Mastercard, Stripe, Visa, Mercado Pago, PayPal. Si presentava dunque come uno strumento e un potere impressionante che avrebbe potuto fare di Facebook qualcosa di più potente di un grande stato.

Ovviamente governi nazionali, istituzioni sovranazionali, banche centrali si sono immediatamente domandate dove poteva arrivare Facebook con Libra e quali potessero essere i rischi economici, tecnici, politici e geopolitici di questa iniziativa globale.

A Washington le preoccupazioni si sono concentrate: era infatti evidente che l’eventuale espansione di Libra grazie all’enorme bacino di utenti Facebook avrebbe potuto rappresentare un problema semplicemente gigantesco per il dollaro americano.

Dopo la fine del sistema monetario basato sull’oro, il Gold standard, il sistema internazionale è stato governato, da Bretton Woods in poi, dal ruolo egemonico del dollaro americano, in varie stagioni e forme: è quello che potremmo chiamare il dollar standard. Libra rischiava di detronizzare Re Dollaro, ma il dollaro è il mattone fondamentale del potere globale americano. Il capitale americano si preparava ad abbandonare la nave dollaro sulla quale aveva comodamente e vantaggiosamente viaggiato per i mari procellosi dei conflitti mondiali?

A Washington i timori si rafforzano: nell’ottobre di quest’anno, le grandi imprese del credito al consumo si sono ritirate dal progetto Libra. Libra forse partirà con molte meno carte a suo fianco ma ormai il diavoletto è uscito dalla bottiglia.

A questo punto, infatti, sono le banche centrali che possono iniziare a dirigere le danze delle nuovo criptovalute: Libra potrebbe aperto la via a loro. In particolare ad una, la People’s Bank of China. La Banca centrale cinese sta seriamente pensando ad emettere una sua criptovaluta. I vertici cinesi hanno dichiarato di essere molto interessati alle tecnologie blockchain.

Una criptovaluta stabile made in China avrebbe un bacino enorme pari praticamente a quello di Facebook, la popolazione della Repubblica Popolare e quella di molti paesi che già sono entrati nel programma della nuova Via della Seta. In particolare i paesi africani.

C’è infatti un punto intrigante che deve essere approfondito: attualmente le transazioni finanziarie in particolare quelle transfrontaliere che avvengono per via bancaria presentano costi di transazione rilevantissimi. «Sono circa il 10 per cento del valore della transazione» ci dice un esperto. Le transazioni finanziarie via una criptovaluta garantita da una banca centrale presenterebbero costi pressochè nulli.

Per i paesi in via di sviluppo come quelli africani, in rapporto positivi con la Cina per la via della seta, sarebbe un spinta enorme per lo sviluppo e per la crescita. Un miliardo e mezzo di cinesi e dintorni più un miliardo di africani che possono usare via internet una eventuale criptovaluta garantita dalla Banca centrale cinese costituisce un bacino enorme, sostenuto politicamente e innovativo anche dal punto di vista dell’economia reale.

LIbra dunque è stata rintuzzata ma il diavoletto è ormai libero e potrebbe parlare mandarino: a quel punto Re Dollaro avrebbe problemi piuttosto seri. In un modo o nell’altro, l’era dell’egemonia ‘ imperiale’ del dollaro americano sembra destinata a finire o a riorganizzarsi radicalmente.

Ma la faccenda delle criptovalute garantite da banche centrali ha un altro aspetto intrigante. Tutti o quasi tutti noi abbiamo un conto bancario che, anche a causa delle condizioni di tassi di interesse, serve sostanzialmente ad avere una riserva immediatamente disponibile di pagamento via carta di credito, bancomat, internet, bonifico.

Se la nostra banca centrale emettesse una sua criptovaluta per commerciare con essa, dovremmo aprire un conto virtuale presso la nostra banca centrale.

Ma a allora perchè dovremmo continuare a tenerci inutili e costosi conti bancari? A quel punto ingenti masse di risparmi andrebbero direttamente presso in conti virtuali alla banca centrale. Ma le banche “normali”, ovvero le banche commerciali dove depositiamo i nostri poveri risparmi, usano quei nostri poveri risparmi per fare prestiti a imprese e famiglie o allo Stato stesso. Se noi dirottassimo quei risparmi presso la banca centrale, quelle commerciali non avrebbero più la loro materia prima fondamentale. Per continuare a prestare capitale ad imprese, famiglie, Stati, dovrebbero ricorrere direttamente alle risorse infinite per definizione della banca centrale.

«In questo modo avremmo un sistema capitalistico radicalmente diverso da tutti quelli che abbiamo fin qui conosciuto in Occidente» ci spiega un esperto.

A quel punto infatti avremo un sistema capitalistico fortemente accentrato sul lato del credito, dove le normali banche commerciali sarebbe ridotte a sezioni e braccia della Banca centrale.

Il bitcoin che ha fatto sognare i liberisti radicali avrebbe partorito un capitalismo quasi collettivo. Il mondo degli intermediari finanziari ne uscirebbe devastato.

 

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