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Test di verginità, una piaga americana

Il caso del rapper T.I. che si è vantato di far controllare l'imene della figlia 18enne illumina un fenomeno molto diffuso negli Usa. E lo Stato di New York prepara dure sanzioni contro i medici compiacenti
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No, non siamo nell’Arabia dei principi Saud, nell’Afghanistan dei talebani, nella teocrazia iraniana o nel Sudan delle corti islamiche.

Clifford Joseph Harris Jr., meglio noto come “T. I.”, è infatti un famoso rapper di Atlanta, uno che ha venduto milioni di album, vinto un Grammy Award, lavorato con stelle del pop come Justin Timberlake e recitato per registi del calibro di Ridley Scott. E, come ogni artista maledetto che si rispetti, ha avuto i suoi bei problemi con la giustizia; una condanna a un anno e un mese di carcere per possesso abusivo di armi: tre mitragliette e due silenziatori che aveva tentato di acquistare in un parcheggio di Cincinnati.

In bilico tra i richiami del ghetto e le luci dello show- business. T. I ha purtroppo le idee molto chiare in materia di educazione sessuale, specie riguardo sua figlia Deyjah, 18 anni: «Da quando è adolescente ogni anno le faccio fare un test di verginità, faccio controllare da un medico se il suo imene è intatto», si è vantato il rapper dai microfoni di Ladies like us, una trasmissione radiofonica molto seguita oltreoceano.

Parole che hanno suscitato una comprensibile ondata di indignazione nei confronti di un personaggio che si era già fatto notare per le sue uscite sessiste, dichiarando che mai e poi mai voterebbe per una donna alla presidenza degli Stati Uniti in quanto prenderebbe «decisioni affrettate».

Nel mondo dello spettacolo il caso di T. I. è relativamente isolato, lo stesso si può dire della progredita America? Se un medico di Atlanta permette a un padre così famoso di esercitare una simile violenza nei confronti della propria figlia, quanti anonimi ginecologi agiscono nell’ombra?

Il patto silenzioso e tutto maschile tra padri e dottori compiacenti riposa su un pensiero atavico molto diffusa nel mondo delle chiese evangeliche, della Bible belt, dei tea party, un mondo per cui la verginità femminile è un valore da promuovere e da difendere con morboso fervore. Esagerando un po’ si può notare come nell’Antico Testamento sia scritto che «una nuova sposa dovrebbe essere lapidata a morte fuori dalla casa di suo padre se il marito afferma non essere vergine la prima notte di nozze»: senza arrivare al “delitto d’onore” l’America moderna ha comunque incorporato il mito della verginità come residuo fisso di quella cultura.

Non sono rari negli ambienti religiosi i cosiddetti “balli della purezza” in cui ragazzine di appena 12 anni ( e talvolta anche più giovani) si impegnano a non avere rapporti sessuali prima del matrimonio; in queste grottesche cerimonie i papà sono naturalmente i custodi della verginità. O piuttosto dei truci gendarmi, autorizzati a minacciare anche fisicamente i ragazzi che accompagnano le figlie nella notte del ballo di fine anno.

«Essere disgustati e oltraggiati dai commenti di T. I. è appropriato, ma pensare che si tratti di un caso eccezionale è pericoloso», scrive la giornalista Sirena Bergman sull’Independent, denunciando come ogni anno migliaia di responsabili di pronto soccorso, di ginecologi, di infermieri, di medici di famiglia sono i invitati a eseguire esami con lo speculum per misurare l’elasticità delle pareti vaginali e l’integrità dell’imene.

Come spiega Jonah Bruno, direttore delle comunicazioni presso il Dipartimento della Salute dello Stato di New York, «questi test non hanno nessun valore medico, la verginità non è un concetto medico, sono soltanto dei violenti assalti contro giovani donne, qualcosa che somiglia allo stupro».

Lo stesso Stato di New York ha approvato un testo di legge che prevede pesanti punizioni nei confronti dei medici coinvolti nei virginity test, dalle semplici sanzioni, alla radiazione fino alla denuncia penale. Se le norme sulla privacy vieterebbero in teoria il controllo di un genitore sul corpo della figlia 18enne, non esistono leggi federali o statali che vietino i test né ci sono linee guida o standard medici chiari dalle associazioni mediche del paese, come l’American College of Obstetricians and Gynecologists ( ACOG) o l’American Medical Association.

In un sondaggio realizzato nel 2016 dalle facoltà di medicina del Baylor College di Houston e della Cornell University di New York su un campione di 300 ginecologi, il 10% ha ammesso di avere almeno un paziente che aveva richiesto il test di verginità per la figlia e tra questi il 34% ha dichiarato di aver effettivamente eseguito la procedura.

Esami invasivi e traumatici che, per impiegare le parole del professor Ranit Mishori dell’Università Georgetown di Washington, «avvengono quotidianamente sotto i radar delle autorità» e che quasi mai vengono denunciati dalle giovani donne prostrate dalla vergogna.

L’approdo di Donald Trump alla Casa Bianca ha poi rafforzato la destra religiosa e la sua influenza nella vita pubblica, tanto che solo lo scorso anno un terzo dei fondi federali per l’educazione sessuale degli adolescenti è andato a finanziare programmi incentrati sull’astinenza e sul valore della verginità.

Un’inchiesta realizzata il mese scorso dall’edizione Usa del mensile Marie Claire restituisce la complessità di un fenomeno mimetico, informale, molto difficile da individuare e ancor di più da debellare.

Anche perché una risposta negativa del test potrebbe esporre le ragazze alle ritorsioni psicologiche della famiglia come racconta Laurence B. McCullough, professore di ostetricia e ginecolologia Weill Cornell Medical College di New York che reclama una legge che vieti senza ambiguità questa pratica, c’è una «zona grigia» che segna il confine tra consenso e pressione familiare, una zona in cui bisogna agire con astuzia: «Nella mia carriera ho ricevuto diverse richieste per eseguire dei test di verginità su delle adolescenti, così mandavo i genitori fuori dalla stanza e chiacchieravo con la ragazzina senza sottoporla a nessun esame certificando al padre ma a volte anche alla madre la sua verginità».

Il mito dell’imene traina peraltro un’industria di chirurgia estetica ad hoc. Spesso le donne subiscono un intervento di chirurgia estetica per sanguinare nella prima notte di nozze ( anche se i chirurghi plastici sottolineano che non c’è modo di garantirlo). Altre ancora affermano il “desiderio” di essere ri- verginizzate per un partner sessuale subendo delicate operazioni di imenoplastica. Centinaia di milioni di dollari, forse più, destinati a sopire le manie patriarcali del maschio americano con la compiacenza di migliaia di medici vigliacchi.

 

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