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Scontro al Senato, Di Maio terreo. Scantona l’applauso e poi convoca i suoi

Il leader M5s diserta l’intervento al Senato. Il capo politico grillino non gradisce l’informativa del premier. Esce dall’Aula senza neanche salutare l’avvocato del popolo e i grillini sembrano spariti
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«Desidero precisare che tutto quanto avveniva sui tavoli europei, a livello tecnico e politico, era pienamente conosciuto dai membri del primo governo da me guidato». Giuseppe Conte parla davanti all’Aula di Montecitorio all’ora di pranzo. Spiega, passo per passo, ogni fase della contrattazione europea che ha portato al processo di riforma del Mes.

Ufficialmente si rivolge alle opposizioni, capitanate da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, responsabili, a parere del premier, di aver diffuso una serie di pericolose fake news in merito al Fondo salva- Stati. Ma implicitamente il messaggio di Conte viene recapito alle orecchie del partito di maggioranza relativa, il Movimento 5 Stelle, la forza che l’ha portato a Palazzo Chigi e che oggi adesso insegue le polemiche leghiste sulla riforma europea. Luigi Di Maio, almeno alla Camera, siede alla sinistra del presidente del Consiglio e ascolta gran parte dell’intervento a occhi bassi. Scuro in volto, il capo politico grillino è costretto a incassare ogni passaggio dell’informativa come fossero coltellate alla schiena.

«Il Parlamento italiano è stato sempre e costantemente tenuto aggiornato, come di seguito dimostrerò», esordisce il capo del governo, lasciando subito intuire che per i membri pentastellati dell’esecutivo non sarà una giornata semplice.

Le prime comunicazioni alla Camera sul Mes, ricorda Conte, risalgono al «giugno del 2018». Segue un lungo e dettagliatissimo elenco di momenti di confronto sul tema: in Aula; le audizioni in Commissione dei ministri Giovanni Tria, Paolo Savona ed Enzo Moavero Milanesi; e numerosi consigli dei ministri e varie riunioni «governative», in cui nessuno alzò la mano per muovere critiche al presidente del Consiglio.

Anzi, il «27 febbraio 2019 il Cdm ha preso atto, all’unanimità, di questo passaggio e nessuno dei ministri presenti, compresi quelli della Lega, ha mosso obiezioni sul punto e, in particolare, sulla relazione da presentare alle Camere», insiste Conte. Persino il Carroccio si complimentò per il lavoro svolto, assicura il numero uno di Palazzo Chigi.

«Possiamo dunque convenire che le accuse, mosse in questi giorni da diversi esponenti politici di opposizione, circa una carenza di informazione e di consultazione su questa materia così sensibile, sono completamente false». Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, alla destra dell’avvocato del popolo, annuisce, Di Maio guarda nervosamente qualcosa sul telefonino.

Ma è evidente che le parole di Conte non sono rivolte solo alle minoranze parlamentari. Lo fa notare platealmente il deputato leghista Claudio Borghi: «Sta dicendo che Di Maio lo sapeva!», urla dai banchi dell’opposizione mentre il Presidente della Camera, Roberto Fico, prova a ristabilire l’ordine. «Che ci fai lì? Alzati», continua l’esponente del Carroccio, sempre all’indirizzo del capo politico pentastellato in evidente difficoltà. Conte procede con la lettura della sua informativa ricca di dettagli e allegati che lascerà agli atti, ma ormai Di Maio è altrove. A applaudire i passaggi cruciali dell’intervento “chiarificatore” sul Mes sono soprattutto gli esponenti del Pd e Italia viva. Il Movimento 5 Stelle sostiene il premier con grande imbarazzo. Il Ministro degli Esteri non batte le mani nemmeno alla fine dell’informativa. A congratularsi col presidente del Consiglio è ancora il dem Gualtieri. Il leader grillino va via senza neanche salutare.

Il risentimento diventerà palese poco dopo, quando il dibattito si sposta a Palazzo Madama. Di Maio è sparito, non siede tra i banchi del governo e il gruppo del Movimento 5 Stelle sembra essere stato decimato da un’influenza collettiva. Sembra ripetersi il copione del 24 luglio, quando Conte viene abbandonato dal suo partito in occasione dell’informativa sul “Russiagate”. Gli scranni vuoti sono un pugno nell’occhio che Matteo Salvini non tarda a sottolineare. «Presidente, fossi in lei mi preoccuperei», dice il segretario della Lega, rivolgendosi al premier. «Mentre parlava mancavano 60 senatori della sua maggioranza, guardi», insiste, indicando la parte dell’Aula solitamente occupata dai grillini.

Ritirata strategica, forse. Ma bisogna decidere da che parte stare. E in serata il capo M5S convoca tutti i ministri pentastellati a Palazzo Chigi per affrontare i dossier di attualità e fare il punto della situazione prima dell’inizio del Cdm.

 

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