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Aule vuote e spirito antipolitico

Una foto e via. Se la demagogia s’appunta sui banchi falsamente vuoti di Camera e Senato
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Troppo facili quelle immagini dell’aula vuota a Montecitorio. Soprattutto fuorvianti. C’è un dettaglio che è sfuggito a tutti. La foto è stata fatta alle 10,30. L’orario ha la sua brava importanza per il semplice fatto che la seduta è iniziata cinque minuti dopo lo “scandaloso” scatto. Insomma, l’antipolitica è andata per suonarle ed è stata bellamente suonata. Nella mia veste di costituzionalista e di ex deputato mi sento di difendere Montecitorio dai attacchi fuori misura che indignano senza motivo un’opinione pubblica smarrita.  Se la demagogia s’appunta sui banchi falsamente vuoti di Camera e Senato.

Il deputato dem Filippo Sensi ha avuto una bella pensata. Non avendo di meglio da fare, ha postato su Twitter una foto dell’aula di Montecitorio desolatamente deserta. La seduta è quella di lunedì 25 novembre. E un po’ tutti i giornali si sono esercitati nel tiro al bersaglio. Una vergogna, hanno tuonato. Tanto più che il primo punto all’ordine del giorno era la discussione sulle linee generali del disegno di legge di conversione del cosiddetto decreto sisma. Cioè il provvedimento recante disposizioni urgenti per il completamento delle ricostruzioni nelle zone colpite da eventi sismici.

E, già che c’era, il Quotidiano Nazionale in prima pagina ha messo sale sulla ferita con un titolo a caratteri di scatola: “DISONOREVOLI”. C’è un piccolo dettaglio che è sfuggito a tutti. Stando al sullodato Quotidiano Nazionale, che tutto preso dallo scoop s’è ben guardato dal verificare come stavano le cose, la foto è stata fatta esattamente alle 10,30. E perché l’orario ha la sua brava importanza? Elementare, Watson. Per il semplice fatto che la seduta è iniziata alle 10,35, cinque minuti dopo lo scatto della fotografia. Insomma, l’antipolitica è andata per suonarle ed è stata bellamente suonata. Ma non è tutto. Di lunedì a Montecitorio, come a Palazzo Madama, si svolgono le discussioni sulle linee generali ma non si vota. Perciò l’aula è popolata da pochi intimi. Vale a dire da coloro che hanno seguito in commissione i provvedimenti.

Vuota sì, ma fino a un certo punto. Se ci prendiamo la briga di leggere il resoconto stenografico della seduta, scopriamo che ben tredici sono stati i deputati di tutti i gruppi che hanno preso la parola sul decreto sisma. E la discussione è durata un considerevole numero di ore, mattina e pomeriggio. Dopo di che l’assemblea ha discusso il decreto legge sul reclutamento del personale scolastico e le mozioni sull’emergenza climatica. Per oltre quaranta interventi complessivi. Se si considera che la seduta è terminata alle 21,35 con una sospensione dei lavori dalle 12,55 alle 14, perché anche i signori rappresentanti del popolo debbono pur nutrirsi, basta saper far di conto per concludere che si è registrato un lunedì eccezionale.

Difatti la seduta si è protratta per ben dieci ore. Niente male per essere il primo giorno della settimana. E poi non è affatto detto che lor signori abbiano parlato unicamente agli onorevoli banchi o giù di lì. Chi non è stato presente in aula ha potuto seguire i lavori in tanti modi. Ha potuto seguire la seduta alla televisione o sul computer. Ha potuto prendere visione del resoconto stenografico e del resoconto sommario. E utilizzare tutti questi mezzi di comunicazione per gli interventi in occasione del successivo esame degli articoli.

Pretendere che tutti i deputati siano presenti in aula quando non si vota è pura demagogia. E della demagogia si è fatto uso e abuso, con i bei risultati che abbiamo davanti agli occhi. Il teatro della democrazia, rappresentato dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica, ha sempre il suo fascino. Sono gli attori politici, semmai, a diventare sempre più piccoli. Fin quasi a scomparire. Non a caso Leo Longanesi, seduto nella tribuna stampa di Montecitorio durante la prima legislatura, quando in aula c’erano giganti come Almirante, Saragat, Nenni, Togliatti e via dicendo, dette di gomito a chi gli stava accanto e sussurrò al suo orecchio: “La vedi questa gente qua? Pensa, verrà un tempo che ci toccherà rimpiangerla?”. E che dire di Giancarlo Pajetta che per l’appunto si affaccia un lunedì nell’aula di Montecitorio e a chi parlava solo soletto si rivolse con queste parole: “Quando hai finito di parlare, ricordati di spegnere la luce”?

Per finire, c’è un Umberto Terracini che vale un Perù. Il 4 marzo 1947 ha inizio nell’aula di Montecitorio la discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana. E il comunista Terracini, eletto presidente dell’Assemblea Costituente al posto del dimissionario Saragat, esordisce in tal guisa: “Sono spiacevolmente sorpreso dei tanti vuoti che constato in ogni settore e debbo rammaricare vivamente che la nostra discussione non si inizi alla presenza di tutti, o almeno della maggior parte dei membri della Costituente”. Per tutte queste ragioni, nella mia veste di costituzionalista e di ex deputato che per un quinquennio ha passato un’infinità di lunedì alla Camera per illustrare i provvedimenti della commissione Affari costituzionali, io mi sento in coscienza di difendere Montecitorio dai attacchi fuori misura che indignano senza motivo un’opinione pubblica smarrita.

 

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