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Hong Kong, il “Fronte dem” trionfa nelle urne e umilia Pechino

Oltre il 90% alle elezioni locali. La governatrice filocinese Carrie Lam ammette la pesantissima sconfitta e promette più dialogo: «pronti ad ascoltare le opinioni dei nostri ciitadini». Ma la sua poltrona è in bilico
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Il fronte democratico ha ottenuto una maggioranza schiacciante nelle elezioni locali. Nonostante gli scontri degli ultimi mesi ad Hong Kong si sono tenute regolarmente le elezioni dei distretti locali, e il risultato ha dato una maggioranza schiacciante e ben oltre le aspettative al fronte pro- democrazia, che si è affermato con una elevatissima percentuale di seggi conquistati. Il che ha fatto fare un bel balzo in avanti anche alla Borsa (+ 1,05% in apertura), che evidentemente apprezza e non teme le conseguenze di questa scelta di campo, non violenta.

Le elezioni locali sono le uniche davvero democratiche nell’ex colonia britannica, dove progressivamente la presenza di Pechino ha determinato criteri più stringenti per le elezioni dei livelli più alti della città autonoma. Le elezioni per i consigli territoriali sono una questione di quartiere, e di solito riguardano un confronto su questi temi minori di gestione urbana. Stavolta il confronto si è trasformato in un duello tra il campo democratico caratterizzato dal giallo e le forze governative filo- cinesi indicate con il blu. Nei 18 quartieri i gialli avrebbero raccolto il 57% dei voti, conquistando ben 388 seggi sul totale di 452 disponibili.

Un completo ribaltamento dei risultati rispetto a quanto era accaduto nel recente passato. Anche alcuni leader della protesta sono stati eletti, mentre sono stati pesantemente sconfitti esponenti di spicco del blocco filo- cinese. Al di là delle violenze delle ultime settimane e del durissimo confronto che c’è stato con gli studenti arroccati nell’università, il messaggio delle urne è stato chiaro, solidale con le proteste di questi mesi, con la forte richiesta di rispondere alla cinque domande che le manifestazioni hanno posto al governo. Da tempo ormai non si tratta più solo di opporsi alla legge sull’estradizione in Cina che fu la scintilla delle proteste e che la governatrice ha già da tempo sospeso, ma la richiesta che viene è quella di una maggiore democrazia, soprattutto a tutela di quei diritti di cui almeno in teoria Hong Kong ancora gode ma che hanno una data di scadenza ormai troppo vicina, cioè il ritorno dell’isola sotto la piena sovranità cinese senza più un’autonomia specifica.

Sotto questo profilo non si può ancora prevedere quali sviluppi potranno concretamente esserci. Da una parte la governatrice Carrie Lam ha espresso la sua posizione in una nota ufficiale a nome del Governo: «Il governo di Hong Kong ascolterà certamente con umiltà le opinioni dei cittadini e rifletterà su di esse con serietà. Il governo rispetterà il risultato del voto». Proprio la posizione di Carrie Lam è quella più in bilico, schiacciata tra le proteste della piazza e le pressioni di Pechino. È stata la sua gestione della situazione a essere presa di mira dalla maggioranza dei manifestanti, quella larga parte della popolazione che magari non condivide la violenza di alcuni attivisti più estremi ma comunque attribuisce la responsabilità della crisi al governo filocinese.

D’altra parte la posizione di Pechino è ancora più ferma, e anche dopo le elezioni ha ribadito formalmente: «Hong Kong è parte integrante della Cina, a prescindere dal risultato elettorale. Qualsiasi tentativo di danneggiare il livello di prosperità e stabilità della città non avrà successo».

 

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