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Ilva, Giuliano Cazzola: «La magistratura ha ucciso l’acciaieria»

Intervista a Giuliano Cazzola. «E' paradossale: I commissari imputano a Mittal un danno all’economia nazionale se spegne l’altoforno. Ma gli era stato ordinato dai giudici»
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 «Giudiziariamente, il caso Ilva è paradossale e temo che ormai la vicenda sia irrimediabilmente compromessa». Questo il giudizio tranciante dell’economista ed ex sindacalista, Giuliano Cazzola, che non usa mezzi termini per commentare gli ultimi sviluppi sull’Ilva di Taranto.

La magistratura il nuovo attore sul delicato scacchiere e rischia di complicare le cose?

Verrebbe da usare una costante dei libri gialli: l’assassino ritorna sempre sul luogo del delitto. La magistratura – almeno quella di Taranto – non è un nuovo attore, ma la principale protagonista del disastro di un sito produttivo che, fino al 2012, era attivo e rispettava le regole previste per la produzione dell’acciaio. Quello che non è mai stato chiarito nel dibattito sull’ex Ilva riguarda il rapporto tra produzione ed inquinamento. Si tratta necessariamente di un processo in evoluzione, legato allo sviluppo delle tecnologie e alla stessa economicità dell’attività produttiva. L’adozione di regole più severe tiene conto di questi elementi. L’esempio più calzante è quello dell’auto. Periodicamente vengono stabiliti a livello europeo standard più avanzati sul piano della sicurezza e della congruità delle emissioni rispetto all’ambiente. Le auto di nuova fabbricazione devono rispondere a questi standard, ma di quelle circolanti, certamente più inquinanti, la magistratura non impone la rottamazione.

Questo cosa ha a che vedere con l’ex Ilva?

Produrre e lavorare l’acciaio non è come coltivare fiori. Nessuna procura però si è mai sognata di ordinare alla Fiat di produrre solo macchine elettriche, quando le centraline delle grandi città superavano i limiti delle polveri sottili. Il fatto che per l’inquinamento urbano ci siano dei limiti non vuol dire che al di sotto di quelli consentiti le persone respirino come se fossero in montagna. E’ una questione di equilibrio, di conciliazione tra i diversi interessi e i modelli di vita. L’essere umano è sempre stato condizionato dall’ambiente. Chi dice che la morte di un bambino non vale tutto l’acciaio del mondo, ha ragione. Il fatto è che i bambini muoiono a migliaia di fame, di sete, di malattia dove l’acciaio non sanno neppure che cosa sia. E nell’aria che respirano non ci sono tracce di co2.

Il ruolo della magistratura può essere considerato un elemento isolato rispetto alla contrattazione in corso tra il governo e Arcelor Mittal?

Solo un ruolo di disturbo, di complicazione delle cose, senza cavare un ragno dal buco. Come non esiste il lavoro forzato, non esiste neppure il fare impresa per obbligo.

Dovrebbe esistere una logica di opportunità nell’intervento dei magistrati?

Ritengo il caso di Taranto paradossale. Perché Arcelor Mittal vuole andarsene? Non solo per via dell’abolizione dello scudo penale. Ci sono degli altri motivi che la società ha inserito nel suo comunicato. I provvedimenti emessi dal Tribunale penale di Taranto obbligano i commissari straordinari di Ilva a completare talune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019 – termine che gli stessi commissari hanno ritenuto impossibile da rispettare – pena lo spegnimento dell’altoforno numero 2. Quindi sostiene l’azienda, le suddette prescrizioni «dovrebbero ragionevolmente e prudenzialmente essere applicate anche ad altri due altiforni dello stabilimento di Taranto». Ma, tale spegnimento «renderebbe impossibile per la Società attuare il suo piano industriale, gestire lo stabilimento di Taranto e, in generale, eseguire il contratto». Dove sta il paradosso: i commissari imputano all’azienda un danno all’economia nazionale se dovesse spegnere gli altiforni – ma per fortuna la società ha soprasseduto – e si rivolgono alla procura che ne ha ordinato la chiusura.

Dal punto di vista politico, ritiene che la rimozione dello scudo penale sia stata un errore?

Certamente. Con una magistratura ostile nessuno si potrebbe occupare di quello stabilimento. Non a caso lo scudo l’avevano preteso i commissari straordinari. Le ricordo ciò che ha detto un bravo sindacalista come Marco Bentivogli: «Qualcuno investirebbe 3,6 miliardi in uno stabilimento in cui è ancora sotto sequestro giudiziario l’area a caldo?». In un impianto per il quale la magistratura ha chiesto il fermo dell’altoforno? In una struttura che deve essere messa a norma sapendo che nel corso del tempo che occorre per farlo, non potendo fermare l’attività, i suoi manager potrebbero essere chiamati a rispondere di reati conseguenti a fatti penali riferibili alle gestioni precedenti?.

E’ possibile per l’Esecutivo ritornare sui suoi passi o ormai la vicenda è compromessa?

Purtroppo credo che la vicenda sia irrimediabilmente compromessa. Una multinazionale che sta vivendo un momento difficile per la crisi del mercato dell’acciaio non impiega tempo e risorse per investire in un Paese che non rispetta gli impegni e che le è ostile. Personalmente mi auguro che un giorno sia istituito una specie di “tribunale di Norimberga” dove processare gli assassini dell’ex Ilva e i loro complici.

Come ritiene che possa concludersi? E’ plausibile la nazionalizzazione?

La nazionalizzazione sarebbe una stupidaggine. Lo stabilimento perde due milioni al giorno. Poi il conflitto con la magistratura e con la città non finirebbe. Si è chiesta perché i sindacati confederali pugliesi e tarantini si guardano bene dal solidarizzare con i dipendenti dell’ex Ilva? Le risulta in programma uno sciopero generale?

Quanto è responsabile il governo di ciò che sta succedendo?

Il governo ha scelto di nascondersi dietro l’iniziativa giudiziaria. Mi sembrano più responsabili le confederazioni nazionali che hanno incontrato il capo dello Stato. Hanno capito che di mezzo non c’è solo lo scudo penale, ma anche il problema degli organici legato ad un rischio di sovrapproduzione sul mercato.

 

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