Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Caldiron: «I populisti non hanno massacrato la sinistra ma la destra liberale»

Guido Caldiron scrittore e giornalista, «Le forze sovraniste europee hanno cooptato l’elettorato dei partiti liberal conservatori e questi ultimi le hanno rincorse inutilmente, spostandosi ancora più a destra»
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

«Il problema non è capire se i cosiddetti estremisti possano sostituire i moderati ma quale possa essere il destino di quest’ultimi». Dalle affermazioni elettorali della Lega in Italia all’Ungheria di Orban, dal Front National francese all’Fpo austriaco passando per l’avanzata di Vox in Spagna, Guido Caldiron, giornalista e scrittore, autore di diversi saggi della destra e le sue evoluzioni, parla del cosiddetto sovranismo o nazional- populistmo e che sembra sostituire l’egemonia della famiglia politica dei conservatori liberali. Un fenomeno che si traduce non solo in termini di consensi ma soprattutto nella trasformazione della stessa destra classica.

Sul nostro giornale un ex ministro berlusconiano della prima ora come Giuliano Urbani, ha affermato che se la Salvini non diventa liberale allora la destra è finita. E’ un punto di partenza veritiero?

Credo si possa invertire l’ordine del ragionamento alla luce dei processi in atto. Ad esempio la vicenda berlusconiana rispettto al rapporto con quelle che vengono definite “nuove destre” inizia già negli anni ‘ 90 del secolo scorso. Prendere questo periodo come stagione di riferimento è interessante perché parliamo prima della formazione del governo italiano e subito dopo dell’alleanza in Austria dei Popolari con l’Fpo, quindi con l’ingresso dei ministri di Haider nel governo austriaco. E’ lì che cambia il paesaggio politico. È interessante perché da allora ci si è interrogati se destre radicali di ispirazione novecentesca o altri partiti emergenti come la Lega in Italia, che interpretavano un’uscita dalla tradizione, potessero avere il soppravvento sul mondo conservatore classico.

Sembra una domanda ancora aperta

Parallelamente alla crescita di questi movimenti, ad esempio l’ingresso nel governo del Msi- An nel ‘ 94, della Lega, di Haider etc, tutti considerati di estrema destra, quelli che oggi vengono chiamati populisti, sovranisti, nazional sovranisti, è cambiata profondamente la famiglia politica conservatrice. Fino a mettere in discussione i confini che hanno costituito la storia europea del dopoguerra. L’idea che i conservatori britannici, i gollisti francesi o in parte gli eredi di De Gasperi in Italia potessero trovarsi accomunati a chi invece veniva da una tradizione antidemocratica.

Come si arriva a questo?

L’esito è ancora in atto, non c’è una risposta definitiva, ma è chiaro che se guardiamo questa traiettoria ci rendiamo conto che il mondo conservatore è radicalmente cambiato. L’approdo di questa vicenda la possiamo raccontare con la fenomenologia di alcuni casi.

Proviamo a spiegarlo

Il partito simbolo delle politiche sovraniste, a cui tutti dicono di ispirarsi, è il Fidesz ungherese di Orban, un partito che nasce liberal- conservatore, su posizioni rigidamente anticomuniste data la realtà specifica del paese. Ma in 25 anni diventa un partito della nuova destra, mantiene un’impostazione liberale dal punto di vista economico però recepisce istanze di difesa dei settori più deboli della società in termini identitari rispetto alla globalizzazione, fa della xenofobia una caratteristica principale e arriva a postulare, così come Putin in Russia, l’idea di una democrazia illiberale.

Di cosa si tratta?

Si conserva l’idea e la possibilità della partecipazione elettorale, del multipartitismo, ma ad esempio, viene svuotata l’indipendenza dei poteri, ristretta la libertà d’informazione. La conclusione è però che Fidesz fa parte della compagine popolare in Europa, quella di Adenauer, centrista ed antifascista.

Una contraddizione di non poco conto

L’evoluzione in corso dei conservatori europei per molti versi corre su due piani, uno che potremmo definire quasi generalista, incentrata sul mercato e la globalizzazione, e uno che invece conosce una riduzione dei diritti civili, di cittadinanza e via via delle forme di protezione sociale. Sembra essere un paradosso ma è una costante di molte forze politiche della destra classica liberale oggi. Rimane il liberalismo come sguardo generale sul mondo ma i valori che lo sottendono vengono poi derubricati quando toccano i propri settori di riferimento. Sia assiste a una somma tra dottrine liberali e dottrine identitarie.

Come fanno a stare insieme politiche che sono antitetiche?

Questo modello è stata la sfida che le forze di destra radicale hanno lanciato nel campo dei conservatori. Due esempi: Il Front National in Francia, quello guidato da Jean Marie Le Pen negli anni ‘ 90, è un partito ultra liberale basato sulla conquista dei mercati e nessun limite all’impresa. Ma nello stesso periodo conia lo slogan «Prima i francesi». Liberali in economia ma protezionisti sulle politiche sociali. Sembra un ossimoro ma è la declinazione che emerge. Il partito di Haider qualche anno dopo fa lo stesso, si candida a rappresentare gli interessi dei gruppi economici ma contemporaneamente si interroga sul come riuscire a proteggere i più deboli.

Una nuova definizione dei ceti meno abbienti?

Questi ultimi sono identificati come gli austriaci di origine, sono quelli che devono essere aiutati a fare figli, ad avere una protezione. Il nemico per loro sono gli immigrati che competono per queste garanzie. Questi due elementi sfidano direttamente i conservatori.

Come reagisce il mondo liberal- conservatore?

La fusione dei due elementi ha provocato un cedimento progressivo dei conservatori classici. L’epilogo è sotto gli occhi di tutti. C’è un esempio che vale per tutti. Nell’Inghilterra di fine anni ‘ 70, i “tories” di Margaret Thatcher applicavano politiche durissime dal punto di vista economico, completamente liberali. Ma quando il National Front cominciò ad assumere un certo peso, verso di esso venne combattuta una battaglia durissima, fino a farli scomparire dalle urne. Trenta anni dopo quegli stessi conservatori immaginano di sfidare la nuova destra sovranista sul terreno della Brexit, intesa come la difesa dei cittadini britannici. «Padroni a casa nostra» per semplificare con uno slogan. Nello stesso tempo però si pensa sempre ad un ‘ industria inglese che apra e domini nuovi mercati.

Appare un’impresa improba

Questa sfida infatti la stanno perdendo, quando si mettono a competere con gente come Farage perdono, non ce la fanno e il mondo conservatore ne esce devastato. Questo perché in realtà ha capitolato sul piano dei contenuti. In Francia è accaduta la stessa cosa, se Sarkozy è stato il punto più alto raggiunto dagli eredi del gollismo, è anche vero che con lui i conservatori sono stati impastati di temi cari alla nuova destra. Sarkozy non a caso è quello che ha voluto il ministero dell’Identità nazionale, Con l’arrivo di una nuova leader come Marine Le Pen, che ha calcato ancora di più l’elemento protezionista, la destra classica è stata costretta alla ritirata. È lo stesso scenario che si è verificato in Spagna tra il Partito Popolare e Vox,

Attraverso quali canali è passato questo cambiamento?

A questo punto sorge la vera questione, dopo che ci si è fatti conquistare l’anima e il cuore da queste tematiche, Ciò è avvenuto attraverso diverse passerelle culturali e ideologiche, pensatori della destra classica si sono sempre di più avvicinati a quelli della nuova destra.

Per quale motivo?

L’estrema destra ha rinunciato, almeno apparentemente, ai propri miti fondativi del sangue e del suolo, ha trovato questi nuovi ideologi identitari che però hanno un linguaggio mainstream, che dicono delle cose dirompenti ma in un linguaggio comune. Contemporaneamente la destra classica nel tentativo di recuperare elettori ha cercato di trovare un incontro.

Ad esempio?

C’è il caso emblematico di un intellettuale e polemista francese, Eric Zemmour. Un uomo che non non viene dalla Nouvelle Droite come De Benoist, non è un nostalgico di Julius Evola o dell’Action Francaise. E’ ebreo tra l’altro, ma sulla questione dell’immigrazione di massa, della cosiddetta “islamizzazione”, è diventato un simbolo della destra conservatrice ma contemporaneamente anche dei cosiddetti identitari.

Uno spostamento di questa portata sarebbe stato possibile senza un decennio di crisi economica?

E’ evidente che la crisi del mondo conservatore ha a che fare con quella economica. Questa ha svuotato la capacità di rappresentanza del ceto medio. È chiaro che la crisi economica prima ha toccato i settori popolari e successivamente le classi medie che nelle politiche liberali non hanno trovato più delle forme di rappresentazione politica. Così accade quello che abbiamo detto, a vantaggio delle formazioni della nuova destra.

Concretamente?

Quando la deregulation produce uno slittamento verso le condizioni della forza lavoro immigrata, senza diritti, con il lavoro a giornata, ecco che anche in quei settori nasce l’esigenza di una difesa sociale che ha assunto il volto dell’identitarismo. E ciò naturalmente si riflette anche a livello elettorale. Per anni ci siamo detti, non a torto, che le nuove destre andavano a pescare nel voto popolare, poi però in Europa si assiste anche ad altri fenomeni. I ceti meno abbienti si rifugiano o in soluzioni singolari, come i 5 Stelle in Italia oppure nell’astensione. In realtà gli elettori di questa nuova destra vengono direttamente da quella classica perché vedono rappresentati in maniera diversa alcuni valori di ordine e sicurezza tout court con un elemento muscolare più forte rispetto alla situazione economica.

L’emergere di queste nuove forze ha cambiato anche il linguaggio?

A dettare l’agenda tematica e anche il vocabolario della politica sono sempre più queste forze radicali, ciò è avvenuto perché sono cresciuti nuovi interpreti nel mondo culturale, studiosi ma anche giornalisti, un fenomeno trasversale che cade nel pieno della crisi di una cultura progressista, basti pensare ai temi dell’immigrazione declinati in maniera opposta nel passato da intellettuali, sicuramente non di destra, come Ida Magli o Oriana Fallaci in Italia.

Ma a livello politico come si traduce?

C’è un caso come quello della Germania dove in qualche modo Csu e Cdu sembrano reggere anche se, ad esempio, in Baviera si è cercato a più riprese di interloquire con queste nuove destre. A fronte dell’avanzata di Afd ( Alternative fur Deutchland) che morde spesso l’elettorato centrista, ci si comincia ad interrogare anche nel partito di Angela Merkel se nelle elezioni dei lander, dove esistono governi spesso diversi da quello nazionale, non ci si debba aprire a formazioni che guadagnano un quarto dei voti. Perfino nel paese dove mai ci saremmo immaginati questo, la destra moderata sembra pronta ad alleanze con la destra radicale. Il caso austriaco è emblematico. Il partito di Kurtz è riuscito a svuotare in parte quelle che furono le tematiche di quello che fu il partito di Haider

Quindi sono i conservatori classici ad essere snaturati

Altro esempio storico. Nel ’ 94 parallelamente alla formazione del governo, soprattutto dagli ambienti di Forza Italia, dove convergevano culture differenti tra loro, si tentò di aprire un fase molto interessante per chi studia le destre, di definizione di una nuova cultura politica che potesse sostanziare la famosa discesa in campo del Cavaliere. All’interno di FI c’era una rivista molto importante che si chiamava Ideazione, in cui convergevano ex socialisti, cattolici magari conservatori, figure vicino al Movimento Sociale italiano. Il tentativo era quello di costruire un laboratorio che all’epoca potesse dare una definizione ideologica, anche se ancora novecentesca, a quel progetto.

Tentativo fallito alla luce di quello che sta succedendo?

Oggi è stato tutto spazzato via: contano le frasi di Salvini o la Meloni sui social. Si era tentato di creare quello che in Italia non c’era mai stato, cioè superare il ghetto nella quale era sempre stata confinata la destra che, o era di ascendenza fascista o moderatissima. Riletto il tutto alla luce di oggi, la piazza San Giovanni della Lega ci dice che quella costruzione è stata sconfitta, e cioè che l’idea della destra plurale nata a metà degli anni ‘ 90 ha avuto come risultato la piena affermazione di un leader come Salvini. Si è costruito un nuovo linguaggio politico, una nuova cultura che sostituisce quella liberale.

Di che si tratta?

L’idea che la democrazia sia un semplice involucro, dove le tradizioni conservatrici sono piegate verso concezioni autoritaristiche.

Da questo punto di vista possiamo temere che torni il passato?

No, non penso, ma ad una crisi sociale si è sovrapposta una crisi indentitaria e l’uscita da tutto ciò potrebbe essere di tipo neo autoritario. Non vuol dire il fascismo ma una democrazia diversa da quella che abbiamo conosciuto e per la quale forse dovremmo trovare anche un altro nome in futuro.

 

Ultime News

Articoli Correlati