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Venti di crisi, governo fino a Natale e poi il redde rationem

Le “condizioni inderogabili” già derogate. I timori di Bonaccini di una campagna pro immigrati che faccia perdere voti. Scudo penale per Ilva, giustizia: la resa dei conti non prima di due mesi
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Ius Soli, Ius Culturae, abrogazione dei decreti sicurezza voluti da Salvini. O, per dirla in sintesi, ‘ discontinuità’. Era la parola chiave impugnata da Zingaretti nelle trattative che hanno portato alla nascita della nuova maggioranza, la “condizione inderogabile”, la formula che doveva salvare la faccia al Nazareno e lavare dall’immagine del nuovo governo la macchia del trasformismo. Mai condizione fu più disattesa e mai una “condizione inderogabile” conobbe tante deroghe in così poco tempo.

Tra le due tendenze opposte in nome delle quali i principali partiti della nuova maggioranza sono convolati a nozze, la continuità di Di Maio versus la rottura col passato recente invocata dal Pd, per la prima è stato sinora un trionfo, per la seconda una rotta. I vessilli innalzati a Bologna dal segretario Zingaretti non sono solo una specie di atto dovuto, non potendosi la svolta annunciata ridurre a una modifica dello Statuto, certamente significativa ma solo per le fasce interne o limitrofe al partito e certo non per la massa degli elettori.

Non sono neppure soltanto una strizzatina d’occhi alla sinistra, il segno di un percorso che mira a riportare il Pd alle radici affondate in terra Ds e che Renzi aveva provato a svellere. C’è tutto questo e la reazione apertamente negativa del governatore Bonaccini, che nella sterzata a sinistra intravede una minaccia per il voto regionale emiliano del 26 gennaio, è da questo punto di vita eloquente. Ma c’è anche un messaggio preciso lanciato all’M5S e da Di Maio respinto immeditatamente, con parole non diverse da quelle che avrebbe usato al suo posto Salvini. Zingaretti fa sapere che, se fino qui ha accettato di piegarsi a ripetizione in nome dell’obbligo prioritario di evitare l’aumento dell’Iva, a gennaio, a manovra licenziata, le cose dovranno cambiare.

La replica quasi sprezzante di Di Maio rivela che il leader, almeno di nome, dei 5S non prende sul serio la minaccia, proprio come non la aveva presa sul serio, un paio di settimane fa Renzi. E’ probabile che l’ammaccato ministro degli Esteri non abbia torto, se ci si limita alle misure invocate a Bologna. Lo Ius Soli e lo Ius Culturae non fanno parte del programma di governo e con 7 elezioni regionali in ballo, oltre all’Emilia- Romagna, Bonaccini non sarà certo il solo a chiedere di non regalare i voti anti- immigrati a Salvini.

Quanto ai decreti sicurezza, l’idea di abrogarli davvero non è mai passata per la mente al Pd, che sin dai conciliaboli di agosto si limita a ‘ reclamare’ le modifiche chieste dal capo dello Stato e che sarebbero state introdotte anche dalla maggioranza M5S- Lega, pena il siluro della Consulta. L’eventualità che le ‘ proposte’ di Zingaretti servano essenzialmente a connotare il suo partito, proprio come la definizione pleonastica di ‘ partito antifascista’, e che per il resto siano solo un petardo è concreta.

Se non fosse che le “belle bandiere” di Zingaretti sventolano su un campo che è già di battaglia e proprio la reazione stizzita di Di Maio lo conferma. Su fronti più incandescenti perché già all’ordine del giorno, lo scontro è totale: sullo scudo penale per l’Ilva, nodo che solo l’ambiguità di Mittal permette di non affrontare, e sulla giustizia, dove il momento della verità non è più rinviabile. Ma ancor più dei singoli conflitti pesa un rapporto che è logorato su tutti i piani e per motivi non diversi da quelli che erosero il governo gialloverde: l’impossibilità di arrivare a conclusioni certe, tanto più dovendo trattare con un M5S che, diviso ormai in bande contrapposte, non risponde più a nessuno.

La richiesta sin qui inevasa di discontinuità potrebbe di conseguenza essere impugnata da Zingaretti e adoperata per chiudere un’esperienza che si sta rivelando tra le più infelici. In quel caso il petardo diventerebbe di colpo un ordigno nucleare. Sempre che Zingaretti, uomo di prudenza portata alle estreme conseguenze, decida davvero un passo simile: ipotesi che Renzi, di carattere opposto, esclude. E sempre che il partito non lo fermi di nuovo, come in agosto. Non è un mistero che l’area di Franceschini e quella degli ex renziani rimasti nel Pd siano più che ostili alle tentazioni di crisi che aleggiano nella segreteria.

Da questo punto di vista il rinnovato ottimismo per l’esito della sfida emiliana gioca a favore della fazione interna che mira a resistere a tutti i costi ma la realtà è che saranno gli eventi dei prossimi due mesi a decidere se la “discontinuità” sarà per la maggioranza in carica il casus belli definitivo oppure solo una scaramuccia inoffensiva.

 

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