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Ilva, tra veti e incertezze riparte il rischio della crisi

Conte non ha ancora una soluzione in tasca. Il ministro dell’Economia pensa alla Cassa depositi e prestiti. I grillini spaccati sullo scudo. Matteo Renzi va avanti con gli emendamenti
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Nei prossimi giorni per il governo e per la maggioranza è in agenda il momento della verità. Dovranno misurarsi con un problema enorme, concreto, urgente e soprattutto imprevisto, anche se tutt’altro che imprevedibile: il caso Ilva. Nelle concitate riunioni che in agosto hanno partorito la maggioranza Pd- M5S era stato preso n considerazione un solo ostacolo serio, rinviando tutto il resto a data da destinarsi: la legge di bilancio.

Sembrava un ostacolo facilmente sormontabile anche senza bisogno di fare chiarezza sull’effettiva esistenza di elementi comuni al di là del mero antisalvinismo. La condiscendenza dell’Unione europea e il sostegno dei mercati avrebbero reso una manovra indicata sino a quel momento come proibitiva una passeggiata in discesa. In effetti Bruxelles ha fatto la sua parte: ha concesso senza battere ciglio 14 mld di flessibilità, ha fatto finta di niente di fronte a un deficit del 2,2%, più alto di quello della precedente manovra, ha accettato la conferma delle misure contro le quali aveva tuonato un anno prima, quota 100 e Reddito di cittadinanza, ha messo alla sordina ai dubbi sulle coperture. Non è bastato. Le divisioni strutturali nella maggioranza, sommate a quelle più vistose ma meno gravi legate alla visibilità e alla propaganda, hanno reso una manovra in realtà all’acqua di rose una via crucis.

Il caso Ilva, però, è molto più potenzialmente deflagrante. La manovra, in un modo o nell’altro, arriverà in porto. Lascerà cicatrici profonde comunque. Ha già disciolto i tenui legami che tenevano insieme la maggioranza, ma lascerà comunque aperto uno spiraglio per ‘ ripartire’. Con l’Ilva nascondere la polvere sotto il tappeto è molto più difficile, probabilmente impossibile.

Quando il presidente Conte, a Taranto, ha detto agli operai della più grande acciaieria d’Europa di non avere ‘ la soluzione in tasca’ ha illustrato solo una mezza verità. Avrebbe dovuto dire che la soluzione non c’è perché le strade pur difficilmente percorribili sono ostruite dalle divisioni nella maggioranza. Appare evidente che la questione dello scudo penale e del termine molto stretto, entro il 13 dicembre, concesso dalla procura di Taranto per la messa in sicurezza dell’altoforno 2 sono in buona parte un alibi adoperato da Mittal per ripartire la trattativa sul piano industriale. Non è certo che sia questa l’intenzione della multinazionale franco- indiana e che la scelta non sia invece comunque quella di fare i bagagli lasciandosi dietro terra bruciata. Lo si capirà presto, forse già oggi se si terrà il previsto incontro tra Conte e i vertici dell’impresa. Se Mittal insisterà per i 5mila esuberi, inaccettabili per l’Italia, vorrà dire che la partita è chiusa. Se invece tratterà sulla controproposta di 2500 casse integrazione il segnale sarà opposto.

Solo che pur essendo quasi certamente un alibi, lo scudo e la dilazione dei termini per l’altoforno 2 restano precondizioni ineludibili. Lo sarebbero anche se spuntasse dal nulla una seconda cordata. Lo sarebbero anche se la palla tornasse nelle mani dei commissari. Ma sullo scudo nella maggioranza non c’è affatto quell’accordo che Conte si è più volte rivenduto. L’M5S è contrario. Se anche Di Maio si decidesse ad accettarlo, come ha già fatto due volte in passato, i suoi non lo seguirebbero.

Il prezzo della trattativa con la maggioranza è la deflagrazione immediata, o in alternativa un appena più lenta corrosione della maggioranza e del governo. Gli emendamenti presentati da Renzi al dl fiscale sullo scudo e sull’altoforno 2 registreranno la spaccatura della maggioranza, evitabile solo con un espediente: la non ammissibilità degli emendamenti da parte del presidente della Camera Fico. Sarebbe però, di nuovo, solo polvere sotto il tappeto, e con decine di migliaia di lavoratori a rischio e una cifra pari all’ 1,2% del Pil in bilico potrebbe essere un rimedio peggiore del male.

La sola alternativa reale è la nazionalizzazione. Chiedono apertamente la «partecipazione dello Stato» il segretario della Cgil Landini e la capofila dell’area 5S che ha imposto l’eliminazione dello scudo. Concordano LeU e una parte del Pd. Il ministro dell’Economia Gualtieri, però, ha già affondato l’ipotesi: «E’ un’illusione pericolosa». Gualtieri non esclude l’intervento della Cassa depositi e prezzi, ma è una trama tutta da costruire, che richiederebbe l’intervento di una cordata di banche, capitanata da Intesa San Paolo, e implicherebbe comunque la disponibilità dello Stato ad accollarsi i costi altissimi della riconversione. L’eventualità di una classica soluzione basata sulla formula ‘ socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti’ sarebbe quasi una certezza.

La via d’uscita del rinvio, con un nuovo commissariamento in attesa di quadrare il cerchio, servirà a poco. I conti resteranno in rosso da ogni punto di vista. Sul piano internazionale l’Italia ha già dimostrato di essere inaffidabile, cambiando idea sullo scudo fiscale 4 volte ( per ora) in 16 mesi. Sul piano della stabilità sociale, la sfiducia di Confindustria da un lato e dei sindacati all’altro non sarà facilmente recuperabile. Sul piano della stabilità politica, il Pd ha già raggiunto in due mesi il tetto di insofferenza nei confronti dell’M5S toccato dalla Lega dopo 14 mesi.

 

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