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Il crollo del muro, quel giorno in cui la Guerra fredda fu archiviata a colpi di piccone

9 novembre 1989. Bisogna rendere merito anche alle classi dirigenti della Ddr e all’Urss di Gorbaciov di aver capito che il mondo era cambiato rinunciando a intervenire militarmente
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Nulla era scontato, nei giorni dell’autunno 1989. La molla che muove il meccanismo del mondo spinse gli eventi a una velocità che nessuno, popoli cancellerie servizi segreti studiosi giornalisti si era mai azzardato a ipotizzare. Il regime comunista della Germania Est, guidato dalla SED, il partito- Stato, aprì i varchi del Muro di Berlino, o meglio subì la loro apertura senza intervenire, al culmine di mesi convulsi, durante i quali aveva tentato senza successo di impedire la partenza di centinaia di migliaia di tedeschi orientali verso l’Ovest.

La dirigenza della Deutsche Demokratische Republik, per quattro decenni il gendarme dei sovietici in terra tedesca, era stata spiazzata dall’avvento di Gorbaciov e della sua perestrojka. Gli ultraortodossi, con in testa il vecchio leader Erich Honecker, avevano isolato il loro Paese, 17 milioni di abitanti, chiudendo uno dopo l’altro i confini con il resto del mondo socialista.

Avevano represso i manifestanti a Dresda. Quando Gorbaciov dette il benservito a Honecker, dopo una visita a Berlino in occasione dell’anniversario della DDR, il 7 ottobre, si fece avanti un nuovo leader, Egon Krenz, ex capo della gioventù comunista, che tentò di salvare un regime senza più ossigeno. Una ‘ legge sui viaggi’ avrebbe dovuto placare i tedeschi orientali, concedendo loro quella libertà di muoversi che non avevano avuto per quarant’anni. Fu un provvedimento preso in fretta e furia. Il funzionario che lo annunciò in pubblico, il portavoce Guenther Schabowski, non era ben informato di quello che stava leggendo e disse che la norma entrava in vigore da subito.

I comandanti dei posti di confine non erano stati avvertiti. Alla fine vinsero le masse, la gente di Berlino Est che cominciò a premere sui varchi. Il meccanismo militare, pronto all’intervento, non scattò. Il merito va alla dirigenza della DDR e a quella di Mosca. E fu un miracolo laico, pacifista e democratico nel senso più profondo, perché a decidere fu il demos, il popolo.

Il 9 novembre 1989 segna l’inizio della fine del dopoguerra e riporta al centro della scena internazionale la questione tedesca, della quale Berlino è l’emblema. Una città divisa in quattro settori, nella quale la massima autorità era rappresentata dai comandanti militari delle potenze vincitrici contro il nazismo. Dove le compagnie aeree della Repubblica Federale non potevano atterrare. Dove si continuava a morire, nel tentativo di superare i circa 160 chilometri di muraglie di cemento e fili spinati che circondavano i tre settori Ovest, una barriera fatta costruire nel 1961 dai dirigenti della DDR per impedire l’emorragia di tecnici, operai specializzati, giovani, che dal settore orientale raggiungevano i quartieri occidentali per fuggire dal regime della Stasi. Qui il mondo aveva sfiorato due guerre mondiali, nel ‘ 48, all’epoca del blocco sovietico e del ponte aereo americano, e nel ‘ 61.

‘ Die Insel’, l’isola, così nella Bundesrepublik era chiamata Berlino Ovest, una bolla di libertà, consumi, capitalismo, circondata interamente dal territorio della DDR comunista. Col passare dei decenni, l’ex capitale ( o meglio la sua parte occidentale), era diventata un avamposto davanti alla Cortina di Ferro, popolato da anziani, da giovani alternativi che occupavano palazzi fatiscenti e da immigrati turchi. Un luogo per artisti ed eccentrici, alla periferia d’Europa.

Oggi si fa fatica a spiegare come si viveva nella Germania divisa in due. Ma nell’ 89, in terra tedesca, sotto la sorveglianza armata dei due blocchi Usa e Urss, convivevano le eredità delle due tragedie del Novecento, le ferite lasciate dal nazionalsocialismo e la realtà del comunismo vincitore ma ormai estenuato. Una convivenza ad alto rischio, che era diventata normalità. A Ovest, nella Bundesrepublik, era cresciuta una generazione abituata al benessere e alla protesta liberamente espressa, soprattutto contro gli Stati Uniti.

La riunificazione? Era roba da conservatori, da cripto- fascisti. A sinistra, soltanto il vecchio Willy Brandt afferrò subito quanto stava accadendo e lo sintetizzò con la frase “Adesso cresca insieme ciò che reciprocamente si appartiene”. Brandt, borgomastro di Berlino all’epoca della costruzione del Muro, l’uomo del paziente riavvicinamento a Est, della Ostpolitik. La socialdemocrazia fu colta di sorpresa dall’ 89, il leader Oskar Lafontaine era apertamente contro la riunificazione, vista come atto di espansione imperialista da parte di Bonn.

Il miracolo del 9 novembre, un irripetibile equilibrio tra volontà di popolo e saggezza tardiva ma provvidenziale dei responsabili che si astennero dalla violenza, fece fiorire per qualche tempo l’illusione di una DDR realmente democratica. Senza repressione del dissenso, senza Stasi, la feroce polizia politica, con la libertà di viaggiare. Sozialismus UND Freiheit, socialismo e libertà. Ma l’equivoco era tutto in quell’ “Und”. Perché la DDR, creazione della Guerra Fredda, non aveva una ragione di esistere come Stato, se la logica dei blocchi cominciava a squagliarsi.

I dissidenti, i difensori dei diritti civili, intellettuali e artisti, con il coraggio dei martiri avevano sfidato il regime e messo in moto la protesta, incoraggiati e protetti da una parte della Chiesa protestante. Avevano mostrato che si poteva vincere la paura. Ma quando le masse lo capirono, agirono a modo loro: con i piedi, con il corpo. Come del resto avevano cominciato a fare dall’apertura della Cortina di ferro, in estate, quando a centinaia di migliaia erano sciamati attraverso l’Ungheria, ufficialmente Paese “fratello” e dunque visitabile per i tedeschi orientali, per fuggire in Occidente.

A capire quel “votare con i piedi”, l’essere pronti ad andarsene in cerca del sogno, fu Helmut Kohl. Fischiato la sera del 10 novembre a Berlino, dove era arrivato in tutta fretta interrompendo una visita in Polonia, il cancelliere inizialmente aveva tutti contro, tranne gli Usa di George Bush senior. Il suo piano in dieci punti per la riunificazione suscitò le ire della Thatcher, i sospetti di Mitterrand, le paure dei polacchi e il rifiuto di Gorbaciov. Uno a uno, Kohl e il suo ministro degli Esteri Hans- Dietrich Genscher seppero convincere o rendere neutrali tutti. Il governo cristiano- democratico e liberale agì come una classe dirigente di rango mondiale e riuscì in un altro miracolo: una Germania unita, democratica e pacifica, nel consenso delle due grandi potenze e dei vicini.

Né la sinistra occidentale, né i coraggiosi movimenti per i diritti civili dell’Est capirono questo passaggio. I tedesco- orientali a maggioranza seguirono entusiasti Kohl, de- cidendo di credere anche alle sue bugie, come la promessa di “paesaggi industriali fiorenti” in breve tempo. L’unione monetaria precedette l’unione politica: il I luglio ’ 90 la DDR ( che formalmente cessò di esistere tre mesi dopo, il 3 ottobre) rinunciò alla sua moneta in favore del marco della Bundesrepublik.

L’enorme sforzo finanziario che la Germania unita sta tuttora affrontando per le sue regioni dell’Est non ha ancora compensato del tutto la desertificazione industriale, lo spopolamento e lo sradicamento esistenziale seguiti alla riunificazione. Ma chi criticò i tedeschi orientali per aver scelto “le banane”, cioè le sirene del benessere, non capì che il popolo voleva uscire da un Eden carcerario e retrogrado, nel quale avere un telefono era un privilegio da nomenklatura e per comprare un’auto occorrevano 17 anni. Sì, viaggiare e consumare, come gli altri tedeschi, come cittadini del mondo. Anche questa è libertà. Proprio nell’ 89-‘ 90, il biennio dei portenti, mentre il Muro si sbriciolava, cominciarono a diffondersi i primi telefoni cellulari e Internet iniziò a connettere il mondo. Forse è un caso. Forse no.

 

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