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Caso Nicosia, chi difende lo Stato di diritto non sta dalla parte della mafia

La vicenda Nicosia riaccende la criminalizzazione di chi è contro il carcere duro. Vale la lezione dello storico Christopher Duggan, che ispirò Leonardo Sciascia: mise in guardia sui «pericoli dell’antimafia come strumento di potere durante il fascismo»
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Le investigazioni svolte, oltre a rivelare la partecipazione di Antonello Nicosia alla famiglia mafiosa di Sciacca in epoca datatissima, fin dalla fine degli anni 90, nonché l’attuale pianificazione da parte sua di danneggiamenti, estorsioni e altri gravi delitti, ha dimostrato che tale partecipazione si è aggiornata con nuove e pericolose condotte realizzate attraverso incarichi politici e pubblici da lui progressivamente acquisiti nel corso degli ultimi anni.

Grazie all’impegno in più associazioni volontaristiche, all’elezione nel movimento dei Radicali italiani e, infine, ai rapporti stretti con l’onorevole Giuseppina Occhionero, Nicosia è infatti riuscito ad accreditarsi presso diverse strutture penitenziarie e a fare visita a mafiosi detenuti, a scopi – come si legge nell’ordinanza – “certamente estranei a quelli, dichiarati, della tutela dei loro diritti”. Anche il giudice ha voluto sottolineare che la condotta di Nicosia non ha nulla a che fare con la tutela dei diritti dei detenuti.

Più avanti si legge che, sfruttando il baluardo della militanza politica, “ha portato avanti l’ambizioso progetto di alleggerire il regime detentivo speciale di cui all’art. 41 bis Ordinamento penitenziario, da sempre tema oggetto di accesi dibattiti sia all’interno dell’associazione mafiosa che nell’agenda politica nazionale”. Ed è qui che taluni partiti e giornali hanno cercato di eliminare la oggettiva differenza tra chi si batte legittimamente contro il 41 bis e la mafia, la quale ovviamente non può che avversare il regime del 41 bis.

Ogni volta in cui si prova a riaffermare con forza lo Stato di Diritto, è ormai inevitabile che i movimenti politici e giornali più conservatori rispondano con anatemi in nome della sicurezza nazionale e, soprattutto, con la retorica del presunto favore ai terroristi ( il caso americano sulla chiusura del carcere di Guantanamo) o ai mafiosi, come nel caso nostrano. Soprattutto nostrano. È il paradosso secondo cui la sacrosanta lotta alla mafia diventa un pretesto per rinunciare, o per sottovalutare, concetti e diritti fondamentali: passa così l’idea che per i mafiosi il diritto non dovrebbe valere, che non dovrebbero essere difesi da un avvocato, che non hanno diritto alla salute e che devono rimanere in carcere anche se gravemente malati.

Quindi un avvocato che difende i boss mafiosi viene visto con sospetto, così come vengono viste con sospetto le battaglie contro il regime duro o l’ergastolo ostativo. In Italia, storicamente, sono i movimenti libertari a condurre da sempre queste battaglie impopolari. C’è il Partito radicale, ma ci sono anche una minoranza della sinistra come Rifondazione o Potere al Popolo, così come il movimento anarchico.

La battaglia si basa su un principio di fondo: il 41 bis è una condizione di spietato isolamento, insostenibile per l’essere umano, specie se protratta per anni; è un sistema che genera una sofferenza aggiuntiva ben al di là di quella fisiologicamente connessa alla condizione di recluso. Una simile denuncia viene sollecitata anche da organismi internazionali come il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa e il Comitato delle Nazioni unite contro la tortura, che ha di recente sollevato critiche sull’eccessiva durata del regime derogatorio e sulla condizione di isolamento in cui versano tali categorie di detenuti.

I mafiosi appoggiano volentieri questa battaglia? Ma è lapalissiano. E allora chi sostiene battaglie di civiltà, ispirate alla Costituzione, sarebbe mafioso per la proprietà transitiva? Un ragionamento del genere presuppone che lo Stato debba applicare le regole mafiose: vendetta, coercizione perpetua per estorcere informazioni, totale mancanza di pietas.

Il pericolo, forte, che ogni battaglia per lo Stato di Diritto venga sospettato di favorire la mafia, si fa sempre più concreto. Ha però tutta l’aria del déjà vu. Leonardo Sciascia, per il suo criticatissimo articolo “I professionisti dell’antimafia”, si ispirò allo storico Christopher Duggan che analizzò, prima di tutti, molto bene il fenomeno mafioso italiano, ma anche quello antimafioso qiuale strumento di potere all’epoca del fascismo.

Duggan infatti scrisse che «come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange “rivoluzionarie” per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfatare, costoro dovevano liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti». La durissima repressione del famoso prefetto Mori, per Duggan non era dunque che «il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra, che approssimativamente si può dire progressista, e più debole». Sicché spiegò che l’antimafia è stata allora strumento di una fazione, interna al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. Incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime – o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all’ordine pubblico, che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come mafioso», concluse lo storico Duggan.

Tale analisi rischia di ritornare di attualità. Dobbiamo stare molto attenti: perché da una battaglia giusta, senza il rispetto del Diritto, può nascere anche una dittatura.

 

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