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Manovra, al Senato con pochi ritocchi e stretta tra paure e propaganda

La legge di bilancio sbarca in Aula tra polemiche e scontri. L’aspetto distributivo è inconsistente ma lo sono anche I prelievi, le “microtasse”, inclusa quella sulla plastica, che costituisce la pietra dello scandalo
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La manovra è arrivata ieri al Senato. Inizia così un percoso che durerà un paio di mesi, sino all’approvazione a ridosso delle feste. Non sarà un cammino facile: polemiche e scontri proseguiranno nelle Commissioni e in Aula, probabilmente aumenteranno in fragorosità. La manovra che arriverà all’approvazione finale sarà diversa da quella di cui si è cominciato a discutere ieri a palazzo Madama, ma le differenze saranno comunque minime perché ‘ minima’ è in sé la manovra.

C’è uno scarto clamoroso, infatti, tra le dimensioni reali delle poste in gioco in questa manovra, provvedimento per provvedimento, e il livello acerrimo dello scontro, soprattutto mediatico, che intorno a quelle misure si è acceso. La legge di bilancio è stata più volte definita ‘ modesta’ e lo è davvero, nel bene come nel male. L’aspetto distributivo, anche prescindendo dalla beffa della rivalutazione delle pensioni per 25 centesimi al mese, è inconsistente ma lo sono anche i prelievi, le ‘ microtasse’, inclusa quella sulla plastica che costituisce, insieme a quella sulle auto aziendali, la pietra dello scandalo.

La realtà è che la funzione della manovra economica è progressivamente slittata nel tempo verso una funzione puramente propagandistica. Non si tratta della clientela, che era un tempo il principale strumento per la conquista del consenso veicolato dalle antiche finanziarie. Le varie misure, ora, si qualificano invece essenzialmente per i segnali che inviano all’elettorato, persino indipendentemente dal fatto che abbiano poi un effettivo rilievo in sé, come nel caso del Reddito di cittadinanza e di quota 100 nella legge di bilancio del governo gialloverde, o che quel rilievo sia quasi inesistente come in questo caso. Basti dire che lo stanziamento effettivo a sostegno della principale bandiera di questo governo, il ‘ Green New Deal’, non va oltre lo 0,1 per cento del Pil per 15 anni.

Il macigno che ostacola ogni movimento è il nodo della pressione fiscale. Le tasse sono, con l’immigrazione, uno dei due problemi avvertiti dagli italiani come essenziali. È su quelli che si costruisce o si smantella il consenso. Ma mentre la crociata contro l’immigrazione ha per definizione carattere emergenziale e si rivolge essenzialmente alla pancia del Paese, il tema delle tasse è cronico: non a caso è su questo che Berlusconi aveva costruito un ventennio non solo di successo elettorale ma anche di egemonia politico- culturale. E non è certo viscerale, essendo la pressione fiscale in Italia effettivamente elevatissima.

Su un fronte così delicato e al quale l’elettorato è estremamente sensibile, anche un lievissimo aumento delle tasse come quello contenuto nella manovra rischia di avere sul fronte della propaganda e del consenso effetti negativi del tutto sproporzionati, con conseguenze che si vedranno solo a partire da gennaio. La sceneggiata della manovra è infatti a rischio zero, essendo l’eventualità di una crisi prima del varo della legge di bilancio più o meno inesistente. I conti si faranno dopo quel passaggio cruciale, quando il governo dovrà affrontare un’opinione pubblica, ma anche un vero e proprio elettorato in 8 sfide regionali, che, nella migliore delle ipotesi, addosseranno al governo la responsabilità di non aver fatto niente sul fronte del fisco come su quello dell’immigrazione, e che nell’ipotesi più infausta daranno all’esecutivo la colpa di aver peggiorato la situazione.

Il governo tenta di uscire dal vicolo cieco con una crociata la cui valenza è tanto politica quanto economica e probabilmente, almeno in prima battuta, molto più politica che direttamente economica: la crociata contro l’evasione fiscale. Se c’è un elemento che caratterizza la legge di bilancio è quello, molto più dell’inesistente svolta ecologista. È una mossa allo stesso tempo azzardata e obbligata. Politicamente si tratta dell’unico terreno sul quale i principali partiti della maggioranza potevano trovare quel sentire comune al quale fa ormai quotidianamente appello, inutilmente, Zingaretti. O almeno l’unico terreno che possa essere battuto senza squilibrare i saldi, a differenza del Green New Deal.

L’azzardo sta nella speranza che la campagna sia fatta propria dall’elettorato e costituisca perciò un fattore eminente di consenso politico. È possibile ma tutt’altro che certo. Le crociate che hanno ingrassato negli ultimi decenni le casse elettorali di diversi partiti, infatti, erano sempre rivolte contro obiettivi che gli elettori sentivano come altro da sé: gli immigrati, la Casta, il vecchio ceto politico da rottamare, il fisco vampiro. Stavolta, invece, si tratta di una campagna che prende di mira una porzione certo non trascurabile dell’elettorato. Gli evasori, certo. Ma anche tutti quelli che, pur non essendo evasori, dall’evasione traggono qualche vantaggio.

 

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