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Memorandum Libia, quell’accordo con Tripoli che agita il premier

I lager che fermano I migranti. Il 2 novembre scade il patto firmato il 2 febbraio del 2017 da Marco Minniti. Rinnovato con la clausola del silenzio- assenso
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A paragone dei lager nei quali vengono rinchiusi i migranti in Libia, i ‘ porti chiusi’ del governo gialloverde sono una bazzecola.

Da mesi ormai si moltiplicano le prove del trattamento ferocissimo al quale i migranti vengono sottoposti: omicidi e stupri sono all’ordine del giorno. Per una volta il richiamo altisonante ai campi di concentramento non è retorica propagandistica. Altrettanto oscure sono le migliaia di rimpatri dei migranti nei Paesi di provenienza, nei quali nulla garantisce la sicurezza dei rimpatriati. Per il governo quei lager rischiano d rivelarsi nei prossimi giorni una bomba.

Il 2 novembre scade infatti il memorandum firmato il 2 febbraio del 2017 dal governo italiano, allora guidato da Paolo Gentiloni con Marco Minniti ministro degli Esteri, e il governo libico di Sarraj. La conferma si basa sulla clausola del silenzio- assenso. Senza una formale iniziativa di denuncia del governo italiano, l’accordo sarà automaticamente rinnovato.

L’Italia continuerà a fornire mezzi e motovedette alla Libia e a sborsare 50 mln di euro l’anno in cambio del ‘ lavoro sporco’ sbrigato soprattutto dalla Guardia costiera libica. A capo della quale Sarraj ha di recente confermato ‘ Bija’, al secolo Abdurhaman al Milad, troturatore e boss del traffico di esseri umani. Lo stesso Bija, ha dimostrato nei giorni scorsi il quotidiano della Cei Avvenire, aveva trattato di persona, prima in Sicilia e poi a Roma, i contenuti del memorandum nel 2017.

L’accordo tra i due Paesi per il controllo delle partenze dall’Africa ricalcava quello già siglato con Gheddafi dal governo Berlusconi con i patti del 2008 e del 2009. Rispetto alla situazione già gravissima di allora, però, il quadro si presentava già nel 2017 ulteriormente peggiorato.

La Libia di Gheddafi era ancora uno Stato, pur se certo non attento ai diritti umani. La Liba di oggi è in mano alle bande armate e sono proprio quelle armate che sfuggono a ogni controllo a gestire la maggior parte dei lager. Secondo le stime dell’Unhcr sono 4500 i detenuti nei campi ufficiali, ma sono decine di migliaia quelli segregati nei lager controllati dalle organizzazioni criminali. In una situazione simile gli impegni assunti nel 2017 dai due governi per garantire un controllo dell’Italia sul rispetto de diritti umani nei lager sono del tutto implausibili, e tali si sono del resto dimostrati nei fatti. Ciononostante Minniti è convinto che l’accordo vada confermato ‘ per ragioni di sicurezza’.

La situazione, già estremamente imbarazzante per il governo italiano, è stata peggiorata dalla decisione del governo Sarraji di emanare, il 14 settembre scorso, un decreto che impone alle Ong di chiedere preventiva autorizzazione al governo di Tripoli prima di operare salvataggi.

Il Pd, pur con sfumature diverse, è contrario al rinnovo. Zingaretti ha anticipato la linea che smentisce Minniti, con la richiesta di ‘ modifiche radicali al memorandum’ e il partito ha poi avanzato ufficialmente la richiesta nel question time di ieri pomeriggio alla Camera. Dello stesso parere LeU e Italia Viva, ma nell’M5S il clima è ben diverso.

Se la sinistra del presidente della Camera Fico concorda con gli alleati, buona parte dei gruppi parlamentari, a partire dal sottosegretario agli Interni Sibilia, è di parere opposto: ‘ L’accordo deve essere confermato perché ha funzionato bene’. ‘ Può essere migliorato ma è innegabile che abbia contribuito a fermare i flussi e le morti in mare’, ha risposto in aula Di Maio e un’informativa del ministro Lamorgese è stata fissata per martedì o mercoledì prossimo. A quel punto, però, il memorandum, dovrebbe già essere stato tacitamente rinnovato. Non si tratta di una vicenda particolare ma del riflesso dell’ambiguità di fondo che in realtà ha iniziato a corrodere le fondamenta della nuova maggioranza già dal giorno della sua nascita.

Di Maio non ha alcuna intenzione di denunciare l’operato del precedente governo, quello di cui era vicepremier. Zingaretti deve cercare in ogni modo di siglare quella discontinuità. Pensare a una coalizione vera e politica a partire da queste tendenze opposte e inconciliabili sarebbe stato assurdo anche se in Umbria le cose non fossero andate come sono andate.

Volendo, però, nella faccenda c’è un aspetto ancor più surreale. La bandiera della continuità che vuole sbandierare Di Maio e quella della discontinuità che impugna Zingaretti si incarnano nella stessa identica persona: Giuseppi Conte.

 

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