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Il libro di Legnini: «Le toghe valutino sempre gli effetti del loro agire»

La pubblicazione dell'ex vicepresidente del Csm. «Cogliere e prevedere le conseguenze delle decisioni giudiziarie, il loro impatto sull’economia e sulla società, non può essere considerato un tabù»
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La “funzione di supplenza” esercitata dalla magistratura, in particolare quella requirente, inizia a partire dal biennio 1992- 1993. Lo scrivono Giovanni Legnini, già vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, e Daniele Piccione, consigliere parlamentare del Senato, nel libro “I poteri pubblici nell’età del disincanto”. Il tema sul tappeto è la perdita di centralità della funzione legislativa.

Fra i poteri che negli anni hanno contribuito a questa erosione, la magistratura occupa certamente una ruolo di primo piano. «Se sulla magistratura si riversano maggiori aspettative e domande, occorre che i giudici orientino le proprie decisioni ponderandone gli effetti di sistema, contando su una forte specializzazione sul piano delle conoscenze e della sensibilità», premettono gli autori. Il caso dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto, ora ArcelorMittal, viene portato ad esempio. La vicenda, esplosa nel 2012 con la decisione dell’autorità giudiziaria di Taranto di sequestrare l’impianto, a distanza di oltre sette anni non ha ancora trovato soluzione. Numerosi sono stati in compenso i provvedimenti del governo per salvaguardare l’ultima grande azienda del Mezzogiorno da una fine ingloriosa. Provvedimenti, come il dissequestro dell’altoforno, puntualmente contestati dall’Associazione nazionale magistrati : «È la dimostrazione di come il legislatore tuteli l’interesse economico rispetto ad altri interessi come quelli sulla sicurezza dei lavoratori e della tutela ambientale». «Cogliere e prevedere le conseguenze delle decisioni giudiziarie, il loro impatto sull’economia e sulla società, non può essere considerato un tabù», sottolineano Legnini e Piccione. Questo il ragionamento: «Se le decisioni giudiziarie producono conseguenze sistemiche, il magistrato non può prescindere dalla previsione degli effetti del proprio rendere giustizia. Gli occorre farsi carico delle ragioni che inducono a scegliere una soluzione a discapito delle altre, modulandone tuttavia gli esiti attraverso il metro della proporzionalità e dell’adeguatezza»

 

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