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Rimborsopoli, «Cari politici, niente aperitivo a spese dei contribuenti»

Le motivazioni della sentenza. I paletti dei giuidici liguri alle spese dei consiglieri regionali «possono considerarsi legittime solo se collegate ad un evento pubblico»
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Stop a cene ed aperitivi per la propaganda politica. Dopo quella di Milano, arriva questa settimana la sentenza del Tribunale Genova sulla Rimborsopoli ligure. I giudici sotto la Lanterna, come avevano fatto in precedenza i colleghi del capoluogo lombardo, hanno messo un paletto alle spese dei consiglieri regionali con le risorse destinate ai gruppi in Consiglio.

Nelle motivazioni della condanna dello scorso maggio per peculato e falso di circa venti politici liguri, fra cui l’attuale deputato ed ex viceministro Edoardo Rixi e il senatore Francesco Bruzzone, entrambi della Lega, i giudici della seconda sezione hanno fissato dei criteri oggettivi per l’uso dei fondi pubblici. «La scelta di incontrarsi al ristorante per svolgere colloqui politici è certamente legittima e conforme a prassi consolidata ma non per questo la consumazione del pranzo si trasforma in un’attività politica i cui costi debbano essere sopportati dalla collettività», si legge nelle circa 400 pagine della sentenza. Scrivono ancora i giudici che «se è vero che dal 2011 i gruppi potevano farsi carico di spese comunque connesse all’attività dei consiglieri, è anche vero che le spese possono considerarsi connesse solo se collegate ad un evento pubblico».

Rixi, condannato a tre anni e cinque mesi, un mese in più di quanto richiesto dal pm, secondo i giudici ha sottratto, come singolo consigliere o in qualità di capogruppo della Lega Nord in consiglio, circa 56.000 euro. Fra queste spese ci sono cornici, bottiglie di vino, pasticcini. È vero che, proseguono i giudici, che «Rixi aveva funzioni rappresentative del gruppo del quale era presidente. Poteva dunque sostenere spese di rappresentanza e nella maggior parte dei casi ha provato in giudizio di aver donato i beni il cui acquisto gli è contestato a soggetti con i quali il gruppo si rapportava per motivi politico istituzionali».

Ma è altrettanto vero, e questo vale anche per altri imputati, che per alcune spese «la difesa non ha fornito neppure un principio di prova circa l’identità delle persone per le quali l’acquisto fu eseguito e sulle ragioni che lo determinarono. Pertanto nulla consente di ritenere che si sia trattato di spese destinate alla realizzazione di un fine istituzionale dell’ente pubblico».

Fra le spese finte sotto la lente dei giudici, quelle sostenute da un altro leghista, Maurizio Torterolo ( che aveva patteggiato la pena di due anni), per pranzi e cene al ristorante del suo paese, «se Rixi non si accorse di nulla non fu perché esercitò un controllo negligente, ma perché omise di esercitare ogni controllo e, così facendo, accettò il rischio che la rendicontazione fosse carente e persino fondata su documenti alterati». Per tutti, comunque, i giudici hanno applicato le attenuanti generiche.

Nel caso dei consiglieri lombardi, il cui appello è previsto per la prossima primavera, singolare al riguardo la motivazione delle toghe. Oltre al fatto di essere incensurati o aver precedenti del tutto eterogenei, gli imputati «hanno dimostrato di aver svolto con impegno la propria attività in Consiglio regionale» . Bastone e carota.

 

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