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Lollobrigida: «L’equo compenso? Un atto di giustizia. E sosterremo l’avvocato in Costituzione»

Francesco Lollobrigida capogruppo Fdi alla Camera. «Il paese investe sulla formazione dei professionisti, doveroso tutelare il loro ruolo anche con retribuzioni dignitose. »
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Il punto è preservare un patrimonio del Paese. «E i professionisti lo sono», ricorda Francesco Lollobrigida, capogruppo di Fratelli d’Italia a Montecitorio, «basti pensare a quanto le famiglie abbiamo investito e investano per formare le loro competenze, attraverso gli studi universitari e i sacrifici che li rendono possibili». Ecco perché va assicurata «una diffusa applicazione dell’equo compenso», spiega il presidente dei deputati di FdI. Proprio sulla tutela del lavoro autonomo Lollobrigida è riuscito a suscitare una delle rare convergenze fra maggioranza e opposizione in Parlamento, con il voto favorevole arrivato martedì nell’aula della Camera su 13 punti della mozione presentata dal partito di Giorgia Meloni.

Fino a qualche anno fa gran parte della politica era schierata per portare il principio liberalizzatore all’estremo, anche per le professioni. Oggi anche i partiti che 12 anni fa sostennero le “lenzuolate” di Bersani fanno un’analisi diversa: il vento è cambiato davvero?

Le statistiche dicono che i liberi professionisti titolari di partita Iva rappresentano in Italia un comparto fondamentale per la nostra economia: con i suoi circa 2 milioni e 300 attivi nel settore, l’Italia è lo Stato con il più alto numero di professionisti dell’Ue: qualcosa come il 19 per cento rispetto al totale dei 28 Paesi, una platea pari al 26 per cento del lavoro indipendente, capace a sua volta di occupare circa 900 mila persone. Si tratta appunto di persone sulle quali l’Italia, attraverso il proprio sistema universitario e attraverso le famiglie che ne hanno sostenuto gli studi, ha investito. È da stolti vessarli con Isa, tasse elevate, previdenza costosa, e con le liberalizzazioni che un gran danno hanno arrecato.

Adesso è chiaro a tutti.

È di tutta evidenza come queste migliaia di italiani siano esasperate e aspettino dalla politica delle risposte che, purtroppo, neanche con questo governo arriveranno, perché la maggioranza impegnerà le risorse per mantenere misure di mero assistenzialismo come il reddito di cittadinanza invece di tutelare, ad esempio, i professionisti che contribuiscono significativamente all’economia reale.

Ma sull’equo compenso ai professionisti si può arrivare a un provvedimento ampiamente condiviso, com’è avvenuto almeno parzialmente sul Codice rosso?

Fratelli d’Italia su questo ha presentato una sua proposta, contenuta nella mozione più ampia sulle professioni che è stata votata martedì alla Camera, e siamo riusciti a strappare al governo l’impegno per una diffusa applicazione dell’equo compenso. Ma siamo pronti a confrontarci con le altre forze politiche affinché si arrivi rapidamente a un testo più articolato e condiviso, che affronti seriamente il tema individuando delle soluzioni concrete. Certamente va tutelato, una volta per tutte, il diritto del professionista a un compenso che sia adeguato agli sforzi profusi, alla preparazione maturata negli anni di studio e di esercizio della professione, soprattutto a tutela del ruolo stesso che i professionisti hanno nella società.

Crede che il rapporto tra professioni e politica sia cambiato? La volontà dell’avvocatura di farsi sentire, per esempio, è avvertita dai partiti?

I professionisti, e in particolare modo quelli del settore forense, sono sempre stati attenti alla politica. Ne sono protagonisti anche in virtù delle decine tra loro che siedono in Parlamento. Fratelli d’Italia ha sempre ascoltato le loro legittime istanze e, oltre alla mozione sulle professioni che per primi abbiamo portato in Aula, in vista della Manovra svolgeremo delle audizioni con i rappresentanti istituzionali e associativi che vorranno esporci le loro richieste e le loro proposte.

Prooprio su impulso del Cnf, la precedente maggioranza 5S- Lega ha depositato in Senato il ddl che riconosce in Costituzione il ruolo dell’avvocato. Una simile riforma potrebbe anche richiamare il Paese alla necessità di preservare sempre le garanzie?

Noi di Fratelli d’Italia condividiamo questa proposta e siamo pronti a sostenerla convinti, come siamo, dell’importanza delle garanzie difensive e del ruolo degli avvocati nel processo penale, all’interno del quale vanno contemperate la tutela della persona offesa, in alcuni casi vittima di reati efferati, e il diritto dell’imputato a essere giudicato secondo le regole del giusto processo ma, soprattutto, in tempi ragionevoli.

Quindi sul ddl non ci saranno ostacoli?

Abbiamo condiviso fin da subito la proposta per l’avvocato in Costituzione, lo hanno ribadito tutti i nostri parlamentari nel corso dei vari congressi o assemblee forensi ai quali abbiamo partecipato. Riteniamo, tuttavia, che non possa essere l’unica battaglia qualificante per l’avvocatura italiana ma vada affiancata, ad esempio, alla separazione delle carriere o, ancora, a un serio dibattito sul tema delle specializzazioni.

Dopo la sentenza sull’ergastolo ostativo dal vostro partito sono arrivati commenti che sembrano superare l’idea di una destra schierata su posizioni troppo rigide in materia di giustizia. Impressione sbagliata?

Vanno fatte due premesse, altrimenti non si comprende appieno il tema in questione. In Italia, in particolare nelle regioni del Sud come la Sicilia, vi è una sensibilità spiccata frutto di decenni di lotta alla criminalità organizzata, lotta nella quale sono caduti uomini e donne delle forze dell’ordine, della magistratura e tanti cittadini. È probabile che in Europa, laddove la mafia si conosce dai film o dalle riviste giuridiche, tale sensibilità non sia colta appieno, ma noi di FdI intendiamo difenderla.

Ma non è su quella sensibilità che ci si può dividere, infatti: il nodo è l’intangibilità del principio per cui la pena deve avere un fine rieducativo.

Va però ricordata una cosa: qui si tratta di condannati per reati particolarmente efferati dei quali non si sono mai pentiti che, quindi, sono fortemente stigmatizzati dall’opinione pubblica. Permane il dubbio che alcuni di loro, pur a distanza di moltissimi anni, non avendo mostrato alcuna resipiscenza per le proprie condotte, potrebbero essere nelle condizioni di esercitare ancora il loro potere criminale sui territori, se godessero di permessi premio.

Ed è per questo che il giudice dovrà valutare caso per caso.

Ma quelle premesse vanno ribadite perché rispondono all’immagine di uno Stato in cui la giustizia funziona e la sicurezza dei cittadini viene tutelata. Se è chiaro questo, siamo pronti a confrontarci con l’attuale maggioranza laddove pensino di recepire l’indirizzo manifestato dalle recenti pronunce e modificare la norma sull’ergastolo ostativo.

 

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