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La civiltà ci rende infelici. Ma è l’unico paradiso nell’inferno terrestre

A differenza dello scienziato, mosso solo da una sete di sapere senza minacce e pericoli, il filosofo è costretto a fronteggiare l’enigma bello ma sinistro del mondo
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Nella sua Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico ( Parte seconda, proposizione 47), Baruch Spinoza afferma: «La mente umana ha conoscenza adeguata dell’essenza eterna e infinita di Dio».

Questa consiste nel mondo che ci circonda, il mondo che è appunto Dio, deus sine natura. Sempre secondo Spinoza, il mondo, cioè la realtà, viene da noi percepito sia secondo l’attributo dell’estensione ( res extensa) sia secondo l’attributo del pensiero ( res cogitans). La scienza si occupa di esso solo secondo l’estensione, ossia come mondo materiale, fisico, ignorando o negando che esso esiste anche come mondo spirituale.

Ciò spiega l’inciampo della coscienza, che nessuno scienziato riesce a spiegare. Il solo passo che la scienza fa verso il mondo spirituale è l’ammissione del mondo psichico, però considerato un’emanazione di quello materiale, comprendente gli organismi, che le neuroscienze dunque indagano.

La lotta della scienza per la conoscenza del mondo è vecchia quanto l’uomo, ma qui limitiamoci a quella di cui abbiamo notizia a partire dall’antichità classica, in Anassimandro, Leucippo, Democrito eccetera. Parlo di “lotta” perché il mondo, intendendo per esso l’intera realtà e non solo l’universo fisico, non si può logicamente pensare se non come infinito ( e quindi gli universi come infiniti), e nella sua infinità è un mistero insondabile ( benché sia in sé la cosa elementare e quindi più semplice), perché conoscere è riportare l’ignoto al noto e il mondo non si può riportare a niente, niente esistendo al di fuori di esso. È stato infatti definito da Anassimandro il perìecon e da Jaspers das Umgreifende, il tuttoabbracciante. L’uomo, che spunta in esso in un punto preciso dello spazio e del tempo, cioè della geografia e della storia, non potrà mai abbracciare ciò che, abbracciando tutto senza eccezioni, abbraccia anche lui come parte infinitesimale del tutto.

Il mondo tuttavia non è chiuso alla conoscenza ( parziale) umana: da sempre l’uomo si adopera per conoscerlo sempre di più, e sebbene permanga l’ostacolo insuperabile della sua infinità, che sconvolge ogni finito e ben ordinato sistema, le tappe che l’uomo ha segnate nella conoscenza di esso sono prodigiose, specie nel 1900 con la teoria della relatività di Einstein e la fisica quantistica di Eisenberg e Bohr ( e altri). Aumentano così sempre più, con soddisfazione degli scienziati e avanzamento dell’uomo in genere, che è sbarcato sulla Luna e pensa sempre più a Marte, per non parlare delle innumerevoli utilità apportate alla vita umana dalla tecnologia o scienza applicata.

L’ambizione degli scienziati di scoprire la legge di tutti i fenomeni, è tuttavia un sogno impossibile, data l’impossibilità sopra rilevata di raggiungere l’infinità a partire dal finito. L’esagono iscritto nel cerchio può diventare ottagono e crescere ancora, ma non coinciderà mai col cerchio, diceva il grande Cusano. Per questo motivo, in particolare per il fatto di procedere secondo il metodo sperimentale, che dà una notevole garanzia al suo sapere anche se non la certezza, come si pensava una volta ( con la fisica quantistica siamo alla probabilità e alla statistica, e con la scienza alla provvisorietà), la scienza si è inorgoglita di fronte alla filosofia, che non funziona col metodo sperimentale ed è aperta a errori e assurdità, come, con una frase diventata celebre, notò già Cicerone, amatissimo della filosofia. La scienza si vanta quindi di aver ormai spodestato la filosofia, pur provenendo da essa come la farfalla dalla crisalide, secondo una metafora di Edoardo Boncinelli.

Ma va notato che il metodo sperimentale, pur essendo l’arma principale della scienza, ne segna anche il limite, perché la inchioda all’unico universo di cui abbiamo notizia ed esperienza, mentre, come affermò già nel Cinquecento Giordano Bruno, gli universi sono, cioè non si possono pensare che come infiniti, sia nella successione sia nella contemporaneità ( sia nel tempo sia nello spazio). Ora, l’impresa scientifica fa indubbiamente parte della grandezza umana ed è fonte di continui acquisti, anche se non tutti di natura benigna ( si pensi alla bomba atomica). Ma così va la vita: il bene è legato al male in maniera, sembra, indissolubile; quindi non si può che cercare di tenere e rafforzare il bene e scongiurare o indebolire il male. Così però non è avvenuto nel secolo scorso, quando invece è avvenuto il contrario, cioè il peggio del peggio che aveva mai fatto registrare la storia umana. Ma cerchiamo di capire per il momento su che cosa si fondi il genio scientifico.

Quanto alla sua origine, Platone direbbe probabilmente che esso consiste nell’anamnesi, ossia nei ricordi latenti in noi delle idee conosciute in una vita anteriore. Secondo noi, esso si fonda invece sull’omogeneità e consustanzialità dell’uomo con la natura, la quale è presente in ogni sua parte sempre nella sua totalità, sicché, se ricorre l’opportuna occasione, omogeneità e consustanzialità si attivano, illuminando le zone rimaste fino allora nell’ombra. Si dice che poeti si nasce, ed vero, ma si nasce anche filosofi e scienziati, e magari anche artefici delle calzature e dell’abbigliamento come Ferragamo. Chiesero al mitico Totò come mai fosse diventato comico.

Rispose semplicemente: «Perché sono nato così». Di più, infatti, non si può dire, anche se, d’altra parte, non si può neanche non sospettare che, essendo la specie un organismo tanto più articolato quanti più sono i suoi membri, ogni genialità eserciti una funzione di mediazione necessaria per la vita complessiva di tale organismo, come i diversi organi del corpo umano esercitano funzioni diverse che confluiscono nella vita complessiva dell’organismo.

La complementarità che può unire le cose più disparate e più lontane l’una dall’altra, è tale che, per fare l’esempio più banale, dove c’è un fascista lì ci sarà verosimilmente anche un comunista. Si nasce scienziato, in particolare, quando il pensiero di fenomeni tra loro distanti e apparentemente tra loro estranei, attirano come tali l’attenzione e provocano in chi li osserva il tentativo di accomunarli.

La stessa cosa avviene in filosofia. Per il fatto di essere nati dall’incontro sessuale di un uomo e una donna, noi ci troviamo a vivere in un mondo che è un uragano di energia e di cui ignoriamo origine, senso e fine ( non li ha), mentre la sua potenza immane, selvaggia, rispetto alla quale noi siamo pochissima cosa, ci minaccia in più modi. Per orientarci in questo gigantesco labirinto e cercarvi il necessario per vivere, noi abbiamo l’intelletto, l’“organon” secondo Aristotele, che inquadra l’esperienza, i fenomeni nello spazio e nel tempo e ne cerca la causa. Se non la trova si incanta, sia nel senso della meraviglia ( da cui si dice e ridice che nasce la filosofia), sia nel senso dell’ostacolo che ciò rappresenta al procedere oltre: è il thaumàzein greco, lo stupire anche per paura, lo stupere latino, star fermo, immobile, e l’admiratio di Spinoza, che blocca appunto la mente.

Ma sotto la pressione delle circostanze gli uomini, se non riescono a trovare la causa vera o presunta delle cose sconosciute, non se ne rimangono imbambolati: non se lo possono permettere. Passano ad altro, salvo qualcuno che ci si ferma su – e diventa filosofo. Perché anche se riesce a risolvere il problema che lo aveva bloccato, si trova poi a far fronte agli altri che da quello derivano e sono con quello collegati, finché ne costituiscono una serie che inchioda la sua attenzione.

A differenza dello scienziato, dunque, che è mosso solo dalla sua sete di sapere e non è minacciato da alcun pericolo particolare, quindi ha vita serena, il filosofo è invece costretto a fronteggiare l’enigma bello ma sinistro del mondo dal fatto che il mondo, la natura, minaccia l’uomo con la sua strapotenza indifferente, per la quale un uragano forza cinque, come Dorian che ha imperversato sulle Bahamas lo scorso mese seminando morte e devastazione, come pure, d’altra parte, il genocidio degli ebrei ad opera dei nazisti avvenuto nella seconda guerra mondiale, sono fenomeni che non scalfiscono minimamente l’ordine della natura e non ne mutano minimamente il corso. Quindi, benché male armato, per non dire impotente, il filosofo non può fare a meno di affrontare la continua minaccia della natura.

È un David che non può non affrontare un Golia, pur sapendo che, a differenza del David leggendario, a lui non potrà mai arridere la vittoria finale, il suo sarà sempre un naufragio. Per questo fatto, che il filosofo è spropositatamente piccolo e affronta un nemico spropositatamente grande ( « La nature, voilà l’ennemie! » ), egli è destinato a cadere in assurdità tragicomiche, mentre lo scienziato è al riparo da ciò.

La sua è teoria suscitata solo da un bisogno teoretico, mentre la speculazione del filosofo è teoria suscitata da una reazione a pericoli gravi. E questa è la fondamentale differenza tra scienza e filosofia, differenza per cui la scienza non potrà mai superare la filosofia, dato che non si occupa dei suoi problemi, che sono i problemi principali dell’uomo..

La filosofia non porta agli uomini l’utilità che porta loro la scienza?

Che cos’è allora la civiltà, costruita a forza di lavoro secolare, millenario soprattutto dai Platone e Aristotele, dagli Hobbes e Spinoza, dai Rousseau e Voltaire, dai Montesquieu e Tocqueville? La civiltà, per quanto imperfetta e piena di disagi ( Freud), è il paradiso creato nell’inferno della terra, la chiazza d’olio che placa le acque nell’Oceano in tempesta, il sogno aureo realizzato dall’uomo che lo salva dalla giungla, dalla lotta bestiale e irremissibile per l’esistenza e consente una vita non selvaggia, non bestiale, non infernale, per quanto anche non angelica. La civiltà è il grande capolavoro creato dagli uomini per gli uomini, soprattutto con la guida della filosofia, ed è l’utilità massima.

 

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