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Abusi in cella? Tra gli agenti c’è chi dice no alla violenza

San Gimignano
Parla Nicola d’Amore, in servizio a Bologna ed esponente del sindacato Sinappe. «Il carcere si sta trasformando in un ghetto, dove il lavoro è sempre più difficile e I detenuti non dovrebbero viverlo come esclusivamente punitivo»
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Ultimamente sono venuti allo scoperto numerosi episodi di cronaca per presunti abusi da parte degli agenti penitenziari. Pestaggi, uso improprio degli idranti, persone lasciate ammanettate nei passeggi, abuso spropositato dell’isolamento. Non c’è giustificazione alcuna, nonostante la difficoltà evidente nel rapportarsi con detenuti che vanno in escandescenza, soprattutto a causa delle patologie psichiatriche che taluni hanno: chi aveva problemi mentali già da prima, oppure sopravvenuti durante la detenzione. Oppure i detenuti stranieri, i quali hanno il problema della barriera linguistica e, in mancanza di mediatori, si trovano perduti: per comunicare il loro disagio ricorrono all’autolesionismo o, appunto, alla violenza. E gli agenti penitenziari sono quindi giustificati a ripagare con la stessa moneta, nonostante l’oggettiva difficoltà?

C’è chi dice no come Nicola D’Amore, agente penitenziario che opera al carcere di Bologna ed esponente del sindacato Sinappe, che da anni si batte per una svolta culturale da parte degli agenti. Sì, perché se da una parte ci sono episodi di evidenti abusi, dall’altra ci sono tantissimi agenti che si comportano professionalmente per sedare i comportamenti violenti dei detenuti. Lui stesso, assieme ad altri suoi colleghi, ne è stato recentemente l’esempio. Un detenuto tunisino, con problemi psichiatrici, era andato in escandescenza in una stanza dell’ospedale del Sant’Orsola, dove era piantonato, e con una sbarra improvvisata, ha distrutto tutto quello che si è trovato davanti.

Con lui c’era anche un altro detenuto, quindi in pericolo. Gli agenti, tra i quali Nicola D’Amore, sono intervenuti senza caschi né scudo, ma anche senza mascherine che hanno dovuto richiedere al personale sanitario. Hanno utilizzato una tecnica di mediazione, senza ricorrere a metodi coercitivi. Lo hanno riportato alla calma, senza utilizzare metodi violenti. «Ho avuto la fortuna di stare assieme a colleghi che hanno una cultura diversa rispetto a quella di altri– spiega a Il Dubbio il sindacalista Nicola D’Amore -, abbiamo dimostrato che si può agire diversamente attraverso tecniche diverse e non coercitive». L’agenteevidenzia però che hanno agito da autodidatti.

«Ci vorrebbe una formazione diversa, dei corsi professionali che insegnino a comunicare, saper mediare e soprattutto lavorare in sinergia con altre figure professionali indispensabili come gli educatori, medici e mediatori culturali». D’Amore ci tiene a sottolineare che qualcosa sta cambiando con le nuove leve. «I giovani agenti penitenziari spiega l’esponente del Sinappe hanno indubbiamente una formazione diversa, molti hanno avuto anche un percorso universitario e, a differenza del passato, non provengono dall’esercito». Perché è importante? «Il carcere – spiega D’Amore – non è un campo di guerra, ma una comunità dove noi agenti penitenziari non dobbiamo considerarci una specie di corporazione, ma un gruppo che lavora per la società».

Il sindacalista che opera a Bologna non fa sconti a nessuno, nemmeno alla sua categoria. «Noi – spiega D’Amore -, rispetto al passato, abbiamo raggiunto tutele che prima non avevamo, ora dobbiamo pensare alla qualità del lavoro, non ridurci a figura da carceriere, ma promotori dell’opera trattamentale dei detenuti». Lui che è nato a Napoli e conosce quartieri difficili come Scampia, sa che l’ambiente stesso può produrre degrado e fa la comparazione con il carcere. «Non può diventare un contenitore del fallimento dello Stato – spiega -, perché in questo modo si sta trasfor-mando in un ghetto, dove il lavoro è sempre più difficile e i detenuti stessi non dovrebbero viverlo come esclusivamente punitivo». Nicola D’Amore ritiene che gli agenti penitenziari debbano avere anche dei centri di ascolto, in maniera tale da non riversare il loro disagio e le frustrazione sull’anello debole, che in questo caso è il detenuto. Una rivoluzione culturale nel mondo degli operatori penitenziari è quindi possibile.

 

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