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Manovra, dopo la tempesta Conte chiama Di Maio e tratta su Iva e contanti

Faccia a faccia tra premier e ministro. È tregua dopo lo scontro ma quelli che sono venuti a galla in questo movimentato weekend sono nodi politici travestiti da disputa sui cont
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C’è una sproporzione evidente tra la portata modestissima della manovra, appena 6 mld una volta tolti i 23 mld già allocati in partenza per la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, e il livello di tensione altissimo che la disputa ha determinato in una maggioranza che, per la sua fragilità originaria, dovrebbe invece usare la manovra di bilancio come occasione per rinsaldare legami quasi inesistenti. E’ infatti evidente che il progetto di dar vita a una coalizione elettorale sarebbe destituito di fondamento in partenza, ove la stessa eventuale coalizione non riuscisse neppure a varare senza traumi un legge di bilancio contenuta e in condizioni estremamente facilitate dalla disponibilità di Bruxelles e dei mercati.

E’ probabile, per non dire certo, che alla fine la soluzione si troverà. Ieri la trafila è stata lunga. Conte ha incontrato i rappresentanti delle varie forze politiche della maggioranza, a partire da Di Maio. Poi il vertice serale ha preparato la riunione del cdm. E’ quasi certo che alla fine le richieste di Di Maio verranno accolte: carcere per i grandi evasori, rinuncia alle limature della Flat Tax per le partite Iva sotto i 65mila euro, probabilmente sparirà anche la multa per i negozianti. Non basterà.

Quelli che sono venuti a galla in questo tempestoso weekend sono nodi politici travestiti da disputa sui conti. Per questo non spariranno quando i contenziosi in corso sulla Flat Tax per l’Iva o sul carcere per i grandi evasori saranno risolti. I focolai di tensione sono almeno tre. Il primo è conseguenza diretta dell’irruzione del nuovo partito di Renzi, imprevista, al momento della formazione del governo. Il progetto era quello di abbassare quanto più possibile i toni, evitando che il tasso di conflittualità interna alla maggioranza raggiungesse i livelli toccati con la precedente maggioranza gialloverde.

La disponibilità del Pd a contenere i toni nella competition sembrava garanzia sufficiente, tanto più in presenza di un possibile orizzonte unitario anche nelle elezioni regionali e poi nazionali. L’entrata in campo di Italia Viva ha rovesciato la situazione, riportando al diapason i toni, imponendo anche ai 5S di cercare visibilità a tutti i costi, attizzando di conseguenza la conflittualità interna.

Il secondo motivo endemico di tensione è il caos che regna oggi nell’M5S. Il già monolitico Movimento è oggi diviso in una quantità di bande contrapposte che covano progetti politici diversi. Valga per tutti l’esempio più clamoroso: la tentazione dei 5S del Lazio di sfiduciare l’alleato Zingaretti come presidente della Regione, ipotesi per nulla fantascientifica che potrebbe realizzarsi se le elezioni in Umbria e in Emilia non daranno risultai confortanti per l’eventuale alleanza M5S- Pd. In questo quadro balcanizzato, ogni legge, ogni provvedimento, rischia di provocare, e spesso effettivamente provoca, terremoti più o meno vistosi nei gruppi parlamentari a cinque stelle. Proprio di lì è partito il pollice verso nei confronti della manovra varata ‘ salvo intese’.

Infine il conflitto tra Conte e Di Maio: si è visto nel week end a quale livello estremo sia arrivato ma era già da un pezzo che i due non si rivolgevano quasi la parola. L’incontro di ieri porterà probabilmente a un chiarimento di facciata che non chiarirà niente essendo lo scontro tra due diverse leadership, una esplicita, l’altra agita formalmente dall’esterno. Non è un conflitto facilmente componibile perché il premier e il ministro degli Esteri giocano entrambi una partita dalla quel dipende tutto il loro futuro politico.

In questa maionese già vicina a impazzire il piano di Renzi, che punta al cambio di governo già in primavera, probabilmente sostituendo Conte con Di Maio, esaspera tutto, crea ulteriori diffidenze, trasforma la maggioranza in un momentaneo accordo tra bande ognuna trincerata nelle proprie postazioni e pronte a spararsi addosso. Ma se il vincitore in ciascun dei vari scontro in atto è incerto, è invece chiaro chi rischia di pagare il prezzo più alto: il Pd di Zingaretti.

Il segretario del Pd ha già chiara la sua strategia. Se Renzi e Di Maio tireranno troppo la corda ha già fatto sapere di essere pronto a sfidare le urne, ben sapendo che sia il leader di Italia Viva che quello dei 5S avrebbero da perdere più di lui. Zingaretti è anche pronto a candidare Conte, per dragare il bacino elettora- le su cui punta Renzi e perché pensa che sia oggi il rivale più forte da contrapporre a Salvini. Ma se davvero Zingaretti sia deciso a sfidare le urne se il conflitto non rientrerà presto o se invece faccia trapelare la voce a scopo di deterrenza è un quesito che sarà sciolto solo nei prossimi mesi.

 

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