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Siria, i Pm processano chi ha combattuto contro l’Isis

Tre ragazzi di Torino alla sbarra. Gli inquirenti credono che gli ex combattenti possano mettere al servizio della loro attività politica le conoscenze acquisite sul campo in materia di armi e strategie
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Mentre l’esercito turco prosegue la sua avanzata su territorio siriano per smantellare le comunità curde del Rojava, un Tribunale italiano sta per pronunciarsi sulla richiesta di sorveglianza speciale nei confronti di tre ex combattenti anti Isis. Oggi Jacopo Bindi, Maria Edgarda Marcucci e Paolo Andolina conosceranno, infatti, il loro destino.

Per la procura di Torino, che ne richiede la misura di prevenzione potrebbero essere socialmente pericolosi, per alcuni intellettuali, che hanno sottoscritto un documento in loro sostegno, i tre sono vittime di persecuzione giudiziaria. Hanno tra i 27 e i 33 anni e una fede incrollabile: la lotta per la libertà del popolo curdo. Per questo, negli anni in cui in Siria le formazioni combattenti curde fronteggiano sul campo gli uomini del Califfato ( tra il 2014 e il 2017) loro si arruolano tra le fila delle Unità di protezione popolare ( Ypg), delle Unità di difesa delle donne ( Ypj) o aderiscono all’appello di organizzazioni civili locali.

Ma per i pm piemontesi, i tre ragazzi avrebbero messo la loro preparazione militare, acquisita in battaglia, al servizio delle lotte sociali sotto la Mole. Gli inquirenti seguono infatti un teorema: la loro esperienza sul fronte «rende altamente probabile l’impiego per la commissione di reati delle acquisite conoscenze in materia di armi e di strategie militari».

Perché Bindi, Marcucci e Andolina ancor prima che filocurdi, sono attivisti NoTav, interni alla galassia dei centri sociali torinesi, impegnati sulle vertenze locali. Ed è questo il punto su cui si concentrano le attenzioni della Procura. Alcuni di loro hanno carichi pendenti: su Bindi e Marcucci grava una denuncia per violenza privata derivante dalla partecipazione a un presidio, nell’ottobre 2018, contro un ristorante che non pagava un dipendente.

Per Andolina, invece, i giudici valuteranno la partecipazione a un picchetto anarchico fuori dal carcere la notte di capodanno del 2017. Eppure, già nel giugno scorso, nello stesso procedimento, il Tribunale di Torino aveva ritenuto inapplicabile la misura di prevenzione nei confronti altri due attivisti, Davide Grasso e Fabrizio Maniero, nonostante avessero già delle condanne alle spalle. I precedenti risalivano a un’epoca «non recente», sta scritto sul parere del collegio. «L’osservazione del pubblico ministero circa la probabilità che l’arruolamento in un’organizzazione paramilitare determini l’impiego, nella commissione di reati, delle conoscenze acquisite in materia di armi resta, in quanto slegata da alcun contesto fattuale, meramente congetturale», argomentano i giudici a proposito di uno degli ex combattenti.

Non solo, «l’esperienza siriana non incide» perché mancano «fatti concreti» che facciano ritenere «attuale» la pericolosità. Quindi l’arruolamento è un «elemento neutro, che non può dunque essere utilizzato per la prognosi di pericolosità», si legge nel documento del giugno scorso, in cui lo stesso Tribunale ha disposto un supplemento di indagini per i tre attivisti oggi a giudizio. L’attività investigativa dovrebbe accertare eventuali reati commessi dopo il loro rientro in Italia.

«La Procura vorrebbe utilizzare annotazioni di Polizia» per ricostruire i fatti, spiega al Dubbio Claudio Novaro, avvocato dei tre giovani. «Secondo me non può farlo. Ma qualora insistessero, dovrebbero consentirmi di sentire nuovi testi per evitare una ricostruzione unidirezionale», dice. I diretti interessati, dal canto loro, parlano del rischio politicizzazione della magistratura, ma non rinunciano a commentare ciò la delicata situazione del Rojava.

«Quello che sta accadendo in Siria in questi giorni è l’occasione per dare un segnale forte di cambio di passo segnando una discontinuità storica», dice l’ex combattente Maria Edgarda Marcucci. «Anche l’Italia e l’Europa possono intervenire in questa situazione in vari modi, applicando sanzioni nell’immediato sanzioni commerciali alla Turchia, sospendere gli armamenti verso la Turchia e cambiare la destinazione delle forniture di armi, sostenendo le forze siriane democratiche, e garantire da parte della Nato la chiusura dello spazio aereo», propone.

Gianfranco Ragona, professore di Scienze politiche all’università di Torino, pone l’accento invece sulla sorveglianza speciale, «una misura terribile», dice. «Un atto estremamente duro utilizzato in passato per personaggi legati ad associazioni mafiose». Che adesso però potrebbe essere applicato a chi ha combattuto, e sconfitto, il Califfato. Prima che Erdogan invadesse la Siria.

 

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