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Di Maio: basta armi ad Ankara. Ma l’Europa è sparita

Nessun embargo, ma singoli atti di singoli Stati. Niente sanzione per l’attacco militare: punizioni solo per le trivellazioni illegali
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Gli Stati membri dell’Ue si sono impegnati ad assumere posizioni nazionali forti rispetto alla politica di export delle armi verso la Turchia. Non un embargo europeo, ma singoli atti di singoli Stati, che consentiranno tempi meno lunghi e, dunque, maggiore incisività. Riassume così il ministro degli Esteri Luigi Di Maio la posizione dell’Ue, a margine del Consiglio degli Affari esteri in Lussemburgo, dove ha annunciato l’imminente firma da parte dell’Italia di un decreto che blocca le commesse future con la Turchia, al terzo posto tra i Paesi ai quali l’Italia vende armi, per un giro d’affari pari a 886 milioni di dollari negli ultimi nove anni.

Sebbene la posizione assunta ieri non sia, dunque, quella di un atto comunitario, «l’Europa oggi parla con una voce e tutti gli Stati condannano quello che sta facendo la Turchia in territorio siriano». L’Italia si associa dunque a Francia, Germania, Finlandia, Norvegia, Spagna e Olanda che hanno deciso di bloccare le esportazioni di armi «con effetto immediato». In particolare, Francia e Germania presenteranno un accordo sulle esportazioni militari prodotte in maniera congiunta al Consiglio dei ministri franco- tedesco che si terrà a Tolosa domani. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha avuto, domenica sera, una conversazione telefonica di un’ora con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, per convincerlo a porre termine a «Fonte di pace». Ma senza successo: le operazioni «contro i terroristi curdi», ha ribadito il Sultano, vanno avanti.

Secondo Merkel, la Turchia ha «legittimi interessi in materia di sicurezza», ma le conseguenze umanitarie sono «già gravi». Posizione condivisa dal presidente francese Emmanuel Macron, che sta elaborando una strategia «per aiutare i curdi» in Siria e che ha discusso al telefono con il presidente degli Usa, Donald Trump, chiedendogli di «non lasciare a Erdogan mano libera» in Siria nord- orientale. Sulla posizione dell’Italia Di Maio relazionerà oggi alla Camera, mentre i prossimi Consigli europei serviranno per fare monitorare l’applicazione dell’impegno in ogni Stato.

Dopodiché si tenterà la via della diplomazia, a partire dal Consiglio europeo di giovedì. Ma la sensazione è che l’Europa abbia preferito mantenersi vaga e non prendere una vera posizione. A partire dalla mancanza di sanzioni nei confronti di Ankara per l’attacco ai curdi. L’escamotage percorribile è stato quello di annunciarne solo per le trivellazioni illegali nella zona economica esclusiva di Cipro, per le quali il Consiglio dell’Ue «concorda che sia istituito un regime quadro di misure restrittive che prenda di mira le persone fisiche e giuridiche responsabili o coinvolte» in tale attività. I 28 Paesi hanno passato la palla all’Alto rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Federica Mogherini, chiedendole di preparare le sanzioni «in tempi brevi».

Ma dalla riunione è venuta fuori anche una «condanna» all’azione militare della Turchia, «che mina seriamente la stabilità e la sicurezza di tutta la regione», come si legge nel testo di conclusioni del Consiglio esteri dell’Ue, che ha anche richiesto un «incontro ministeriale della Coalizione internazionale contro Daesh», ricordando infine che l’Ue «non fornirà assistenza per la stabilizzazione o lo sviluppo in aree in cui i diritti delle popolazioni locali vengono ignorati o violati». Una disapprovazione tiepida, che per giorni è rimasta appesa agli umori dei Paesi più titubanti a schierarsi apertamente contro Ankara. Come il Regno Unito, inizialmente contrario proprio al termine «condanna», ma anche Germania, Bulgaria e i quattro Paesi di Visegrad, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, più esposti di altri qualora la minaccia della riapertura della rotta Balcanica sventolata da Erdogan si concretizzasse. Una minaccia contro la quale si è schierato il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, secondo cui «siamo in presenza non di un atto di polizia o di azioni antiterrorismo», ma di «un atto di guerra» e di un ricatto insostenibile.

Per Di Maio, però, la risposta data ieri dal Consiglio degli Affari esteri Ue è un successo. «Era importante – dice al termine dell’incontro – che tutta l’Europa assumesse la stessa posizione: abbiamo lasciato ai singoli Stati l’impegno di farlo, perché questo crea immediatezza». Un concetto ribadito anche da Mogherini, secondo cui si tratta di una soluzione «più veloce», che consente inoltre «di rispettare la posizione comune», ottenendo lo stesso effetto di un embargo Ue, «ma senza mettere in questione la loro appartenenza alla Nato, nei casi in cui ne fanno parte». Ma servono «iniziative che riescano davvero a correggere la rotta che ha preso il governo di Ankara».

Nel frattempo Trump, dopo aver ritirato le truppe americane, cambia rotta in serata, comunicando nuove sanzioni commerciali alla Turchia e appoggio a «chiunque voglia difendere i curdi». Il presidente Usa ha annunciato di voler riportare al 50 per cento le tariffe sull’acciaio (abbassate a giugno al 25 per cento) e la permanenza in Medio Oriente dei circa mille militari americani che si trovavano in Siria.

 

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