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La lezione di Gandhi, simbolo della lotta pacifista

150 anni fa nasceva il padre dell'India moderna
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L’iconografia che ci hanno consegnato è in alcune immagini: lo si vede scheletrico, sommariamente avvolto in un lenzuolo: lavora all’arcolaio, oppure e’ disteso su un lettino di fortuna, impegnato in uno sciopero della fame; piccolo di statura, cranio rasato, occhialini tondi, scuro di pelle… cosa conosciamo esattamente di Mohandas Karamchand Gandhi? Poco, tutto sommato. Perfino la causa di cui è stato maestro e apostolo: quante volte si legge “non violenza” staccato, mentre lui raccomandava di parlare e scrivere “nonviolenza” come un’unica parola, perche’ non la intendeva come negazione, ma come termine a sé? Perfino il nome, spesso, si storpia; fateci caso: Ghandi, invece di Gandhi. Nasce a Portandar, città costiera nella penisola del Kathiawar 150 anni fa ( 1869). Viene ucciso il 30 gennaio del 1948: è appena trascorso un anno dalla proclamazione d’indipendenza dell’India; dell’India moderna è il padre, o meglio il suo Mahatma: la “Grande anima”. Fulminato con tre colpi di pistola esplosi da un giovane fanatico nazionalista indiano, Nathuram Godse. Sono le cinque del pomeriggio; Gandhi è assorto in preghiera. Godse riesce a fuggire. Lo catturano un anno dopo; processo e condanna a morte, eseguita. A pensarci, uno sfregio alla memoria di Gandhi, che aveva dedicato tutta la sua vita, il suo “fare” e la sua dottrina alla nonviolenza, all’imperativo del non uccidere.

Cercare di concentrare la sua vita, intensa e ricca, le sue esperienze formative in Sud Africa e in Regno Unito, in poche righe, sarebbe ingiusto oltraggio. E’ stato uno dei pionieri e dei teorici attivi del “satyagraha”, letteralmente dal sanscrito: “insistenza per la verita’”; “satya”, ovvero: verita’; “ahimsa”, “nonviolen- za”. La sua arma: la disobbedienza civile, pronto a pagarne le estreme conseguenze: processi, condanne, carcere; e la resistenza passiva all’oppressione e alla ingiustizia. Cosi’ ha ispirato movimenti di difesa dei diritti civili, e personalita’ come Martin Luther King, Nelson Mandela, Cesar Chavez, Adolfo Maria Perez Esquivel, Aldo Capitini.

In India, Gandhi è riconosciuto come ‘ Padre della nazione’; il giorno della sua nascita è festa. L’ONU ha dichiarato quel giorno “Giornata Internazionale della nonviolenza”.

Al regista Richard Attemborough si deve essere grati per aver realizzato, nel 1982, un meritatamente celebre film su Gandhi interpretato in modo superbo da Ben Kingsley. Grazie ad Attemborough milioni di persone hanno conosciuto la summa del pensiero gandhiano: «Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere. Ci sono cose per cui sono disposto a morire, ma non ce ne è nessuna per cui sarei disposto a uccidere. La paura può servire, ma mai la codardia».

In Gandhi si condensa teoria e prassi; in sostanza la sua “filosofia” prescrive che si debba partire da se stessi per compiere la “rivoluzione” che si auspica e per la quale si lotta. C’e’ poi il metodo: la nonviolenza, che si può spingere all’estremo: essere disposti a essere uccisi piuttosto che farlo. C’è poi la comprensione della natura umana: è insensato non aver paura; è normale. Ma si ha il dovere di cercare di vincerla, quando si è profondamente convinti della giustezza di una causa.

Un nome si trasforma in simbolo quando lo si può usare come aggettivo. È il caso di Gandhi. Dici gandhiano, e c’è necessità di spiegazione.

Gandhiano sta a nonviolenza come un assioma; da intendere in positive: affermazione di “proposta” e non “protesta”, come spesso amava sottolineare Marco Pannella, che pure era animato da una nonviolenza di matrice più anglosassone e pragmatico: quel filone che si snoda da Henry David Thoureau ( autore del celebre Disobbedienza civile), a Martin Luther King, fino a Bertrand Russell.

Per quel che riguarda Gandhi, e comprendere l’essenza del suo pensiero, oltre ai libri che ci ha lasciato, importante è scandagliare i profondi rapporti che ebbe con Leone Tolstoi; per questo aspetto, giungono in prezioso soccorso Piero Cesare Bori e Gianni Sofri, autori di numerosi studi e curatori dei carteggi tra i due.

Per quello che ci è dato di sapere, c’è un solo partito che ha assunto quale suo simbolo il volto di Gandhi: il piccolo ( numericamente parlando) Partito Radicale, che nella sua dizione estesa, aggiunge: “Nonviolento, transpartito, transnazionale”. Marco Pannella decise di adottare come simbolo l’effigie di Gandhi, perché in quell modo intendeva condensare una serie di obiettivi politici: diritto umano e civile alla conoscenza, presupposto fondamentale per essere cittadini e non sudditi; diritto al diritto e a una giustizia certa, presupposto fondamentale per non essere servi, ma parte consapevole di una collettività.

Per tornare a Gandhi e la nonviolenza: è vero che quest’ultima appare mortificata e sfregiata tutti i giorni dai comportamenti di chi detiene il Potere, e da parte di chi il Potere vuole conquistarlo; ma è anche vero che la nonviolenza ci sta sempre più permeando; e assume visive manifestazioni, che a volte possono sembrare ingenue o pittoresche, ma che sono comunque la prova di come certi semi riescano a germogliare.

Si pensi alle manifestazioni di lavoratori, che di volta in volta letteralmente si inventano iniziative che appaiono fuori dagli schemi tradizionali, appunto per colpire, fare notizia, e ci si pone il problema di “comunicare”, far sapere, veicolare quello che si cerca di fare. Si tratta spesso di manifestazioni liquidate in poche righe; e andrebbero invece valorizzate, non foss’altro per “premiare” l’opzione nonviolenta. Scioperi e sit in, cartellonate e marce, digiuni singoli e collettivi: sono tutti “strumenti” di lotta pacifica che stentano a fare “notizia”, mentre immancabilmente la fa un esto violento, una vetrina rotta, un’automobile incendiata… Cosa deve pensare chi vuole pubblicizzare una sua causa? Cos’e’ spinto a fare, per farla conoscere? La questione ci riguarda direttamente…

 

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