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Rapporto Censis: «Gli italiani hanno paura degli errori giudiziari»

Dall'analisi dell'istituto di ricerca emerge anche che per l'avvocatura i redditi sono bassi anche se giovani e donne credono nella professione
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Il pessimismo che aveva caratterizzato il primo rapporto Censis sull’avvocatura sembra essere superato. E anche se il reddito medio della professione è in calo, con un livello di variazione che riflette il ciclo economico degli ultimi 20 anni, ci sono piccoli miglioramenti per donne e giovani, tanto da portare il mondo forense ad essere ottimista.

Questo è emerso ieri nel corso della presentazione del quarto rapporto sull’avvocatura italiana, realizzato dal Censis per Cassa Forense, presentato da Giorgio De Rita, segretario generale dell’istituto di ricerca e Andrea Toma, che hanno discusso del tema con Nunzio Luciano, presidente della Cassa forense, e con i vertici delle associazioni dell’avvocatura, tra i quali Andrea Mascherin, presidente del Consiglio nazionale forense, e Giovanni Malinconico, presidente dell’Organismo congressuale forense.

Il dibattito è stato aperto da un messaggio del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che nel definire l’avvocatura «un interlocutore privilegiato e irrinunciabile» sui temi centrali di riforma, ha ribadito la volontà di portare a termine il processo avviato dal Cnf per l’inserimento dell’avvocato in Costituzione.

La professione forense, ha affermato va «scolpita nella Costituzione, ricevendo così il doveroso riconoscimento». Ma il ministro ha anche espresso preoccupazione per la progressiva riduzione della capacità reddituale degli avvocati. L’avvocato in Costituzione, ha sottolineato Mascherin, prevede due passaggi fondamentali. «Serve una tutela costituzionale della riserva della giurisdizione dell’avvocato – ha sottolineato – inserendo in Costituzione che l’articolo 24 viene effettivamente realizzato attraverso l’avvocato. E poi va sancito il principio di autonomia, libertà e indipendenza, che non è astratto, ma garantisce tutta una serie di normative anche a livello ordinario».

Nel 2019, ha sottolineato Luciano, sono stati stanziati oltre 67 milioni di euro che consentiranno di offrire «misure a sostegno della professione». Il rapporto, ha spiegato De Rita, ha coinvolto oltre 10mila professionisti, tra i quali quasi il 30 per cento ha dichiarato un fatturato in crescita nel 2018 rispetto all’anno precedente, mentre il 35,6 per cento ha subito un ridimensionamento.

Tra le professioniste la condizione di stabilità o di miglioramento riguarda il 65,9 per cento. Il fatturato è salito soprattutto per gli avvocati che esercitano da meno tempo o più giovani. E per i prossimi due anni, il 31 percento prevede un miglioramento dell’attività, mentre il 42,1 per cento è più prudente, prevedendo stabilità. Sul tema delle tecnologie digitali, per il 62,6 per cento non sarebbe realistico uno scenario di progressiva sostituzione delle funzioni da parte di algoritmi e piattaforme, guardando invece alle opportunità che possono venire dalle tecnologie digitali. «Occorre senso critico – ha sottolineato Malinconico –

La tecnologia è in grado di cambiare l’esercizio della giurisdizione. Ma l’intelligenza artificiale non deve sostituire il ruolo di mediazione che il professionista svolge nella società, ma integrare e supportare il suo operato». E in tema di riforme, ha aggiunto, il problema è la tendenza a mettere mano alla giurisdizione sulla base di impulsi di pancia. «Le riforme ha evidenziato – andrebbero fatte su base strutturale».

Ma servono soprattutto «investimenti economici», ha evidenziato Mascherin. Per il presidente dell’Aiga, Alberto Vermiglio, l’avvocatura deve inoltre recuperare il proprio dinamismo. «È necessario avere competenze specialistiche». Dall’indagine è emerso inoltre che per sei italiani su dieci il problema principale della giustizia è la durata del processo. Solo per un terzo la prescrizione costituisce un problema, diventando sinonimo di «impunità». Ma la riforma della prescrizione, ha sottolineato Luciano, rischia di allungare ulteriormente i tempi dei processi.

«Il rapporto Censis restituisce una realtà composita: a fronte di un progressivo calo di iscrizioni e redditi, si registra un aumento dell’indice di fiducia. Il dato mi fa pensare che abbiamo dunque metabolizzato la difficoltà e stiano imparando a gestirla con consapevolezza», ha commentato il Presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, Vinicio Nardo.

Dall’indagine è emersa anche una sorta di autocoscienza degli italiani, che ammettono una scarsa educazione alla civiltà. Che si manifesta con il rancore, dovuto ad una visione della giustizia come sistema che favorisce ricchi, privilegiati e spregiudicati. Ma la paura più grande, per il 57,4 per cento degli intervistati, è il rischio di incorrere in un errore giudiziario o di essere coinvolto in un’indagine pur essendo totalmente estraneo ai fatti ( 42 per cento), in un sistema giustizia percepito come «troppo benevolo» con politici «corrotti». Una percezione falsata, però, dalla risonanza mediatica data agli avvisi di garanzia.

 

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