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Ius culturae l’abbaglio della destra

Il giovane figlio di immigrati che vuole diventare italiano deve dichiarare di riconoscersi nei valori, nei diritti e nei doveri della costituzione e deve comportarsi di conseguenza
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Definire Giorgia Meloni fascista è insensato come considerare Silvio Berlusconi una persona umile. Se la leader dei Fratelli d Italia fosse davvero fascista si sarebbe riconosciuta, a proposito di cittadinanza, nel ‘.. faccetta nera sarai romana e per bandiera avrai quella italiana..’ e si sarebbe comportata di conseguenza. Invece ha annunciato lotta senza quartiere, referendum abrogativo compreso, all’ipotesi peraltro remota di una nuova legge sulla cittadinanza basata sul cosiddetto Ius culturae.

Una presa di posizione che, lasciando da parte le facezie, si presta a qualche considerazione politica, non fosse altro che per il fatto che Alleanza Nazionale in cui Meloni si è formata e di cui è stata giovanissima deputata e ministro, aveva mostrato attenzione per l’integrazione della «generazione Balotelli».

Sarebbe quindi opportuno che la destra affrontasse il complesso tema della cittadinanza in modo più approfondito e rifuggendo dalla tentazione di cavalcare il timore, certamente diffuso, della progressiva perdita di identità della nostra patria.

Già, la Patria ovvero la terra dei padri. Illudersi che l’Italia possa essere per i figli degli immigrati nati e cresciuti nelle nostre città la loro patria, è sbagliato e può essere perfino controproducente per una effettiva integrazione sociale.

Per loro la Patria intesa come terra dei padri non può che essere la Tunisia, l’Egitto, le Filippine… Anche se nati e cresciuti a Milano o Palermo, i figli degli immigrati sono e saranno per molto tempo legati alle radici e alle tradizioni famigliari. Esattamente come è stato per milioni di italo- americani e italo- australiani.

Ma se l’Italia non può essere la Patria dei figli degli immigrati, può e deve essere la loro Nazione, la loro comunità nazionale. Del resto si è cittadini di uno Stato nazionale, non di una Patria.

Diciamo meglio: si è cittadini di uno Stato nazionale o tali ci si diventa. E a questo proposito va fatta chiarezza. Acquisire la cittadinanza italiana solo per il fatto di essere nati nel Belpaese sarebbe gravemente sbagliato. Perfino negli Usa, dove vige da sempre il cosiddetto Ius soli, si va facendo strada la necessità di abolirlo visto che le migrazioni di massa verso i Paesi economicamente più ricchi sono destinate ad aumentare sempre di più. Sarebbe però parimenti sbagliato se l’Italia continuasse a riconoscere la cittadinanza ai figli degli immigrati in modo burocratico, asettico, impersonale: al compimento del diciottesimo anno di età, su richiesta dell’interessato e alla sola condizione di aver legalmente risieduto in Italia fin dalla nascita. Una strada di carte bollate in attesa che passi il tempo, senza alcuna partecipazione attiva di chi vuole diventare italiano, non garantisce alcuna reale integrazione.

Serve altro, di qui la discussione sul cosiddetto Ius culturae. Sostanzialmente si tratta di stabilire per legge che il giovane figlio di immigrati che vuole diventare cittadino italiano debba non solo chiederlo ma debba dimostrare di avere consapevolezza di cosa ciò significhi, quali doveri ( non solo quali diritti) la acquisizione della cittadinanza comporta.

Deve quindi conoscere la nostra lingua, la nostra storia, la geografia della penisola, il nostro ordinamento istituzionale. E deve riconoscersi nei valori fondanti della Costituzione: la libertà, la uguaglianza senza distinzioni di genere o religiose, la laicità delle istituzioni, e così via. Il giovane figlio di immigrati che vuole diventare italiano deve dichiarare di riconoscersi in questi ( ed altri) valori e deve comportarsi di conseguenza. Questione tutt’altro che secondaria alla luce delle convinzioni religiose dell’Islam integralista.

Insomma, chi chiede la cittadinanza deve meritarsela perché è un traguardo da raggiungere, non una formalità burocratica. Un traguardo da festeggiare con solennità, ad esempio intonando l’inno di Mameli e giurando sulla bandiera Tricolore e sulla Costituzione fedeltà alla Repubblica e alle sue leggi.

Sinceramente non si riesce a capire perché l’onorevole Meloni tema tutto ciò come un crimine antinazionale. L’unico pericolo potenziale è che se un iter quale quello accennato fosse necessario per essere italiani, molti giovani di nome Brambilla, Esposito, Rossi dovrebbero… attendere.

Paradossi a parte, Meloni certamente sa che Renan definì la Nazione “un plebiscito che si rinnova ogni giorno”. Lasci quindi a Salvini la bandiera della paura, la destra politica italiana non l’ha mai innalzata.

E, visto che Balotelli è oggi un pò decaduto, la leader di FdI pensi ad una giovane donna: Paola Ogeki Egonu, punta di diamante della nostra fortissima nazionale femminile di pallavolo, nata a Cittadella da genitori africani. Non sono famosi, ma di giovani come lei ce ne sono tanti nelle nostre città e ogni giorno si impegnano per essere italiani non solo di nascita. Certo non ne hanno diritto a prescindere, ma perché non verificare con serietà se lo meritano?

 

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