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Fine vita, l’intervento di Gaetano Quagliariello: «La vita e la morte non possono essere opzioni equivalenti»

È un errore voler stabilire per legge i parametri di dignità dell'esistenza
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di Gaetano Quagliariello

Caro Direttore, con la sentenza della Corte non sarà la prima volta che il Parlamento si occupa di fine vita. Anzi, la situazione attuale è in qualche modo figlia dell’inconsapevolezza di scelte del passato.

Prim’ancora di dire cosa va fatto, dunque, bisogna chiarire cosa non si deve fare: commettere il terzo errore consecutivo.

Tutto nasce dal cosiddetto “testamento biologico”. La legge 219 del 2017, prevedendo la possibilità di sospendere idratazione e alimentazione come fossero terapie, ha introdotto il principio eutanasico nel nostro ordinamento. Per questa ragione la Consulta, depenalizzando alcune fattispecie di suicidio assistito, non ritiene di aver istituito un nuovo diritto, ma di aver rimosso gli ostacoli per un esercizio più diretto – ad esempio con una sostanza letale – di una prerogativa già esistente: quella di procurarsi la morte per mezzo dello Stato. Il che da un lato – come spesso accade minimizza il salto compiuto, ma dall’altro registra una continuità difficilmente negabile.

Il primo errore, per chi ritiene che uno Stato debba essere orientato alla vita, è stato dunque di azione. Una legge sbagliata, la 219, rispetto alla quale le ( poche) grida d’allarme caddero nel vuoto di una sconcertante superficialità. Ora che le peggiori previsioni sono state confermate, sarà forse più chiaro cosa accade quando si imbocca il piano inclinato, e sarà più chiaro anche che tutto ciò non ha nulla a che fare con l’autodeterminazione. Non ha a che fare con la libertà, ma con la pretesa di un diritto esigibile e dunque con il dovere in capo allo Stato di garantirne l’esercizio. Ha a che fare con lo stabilire che vi siano vite degne e vite indegne, con il risultato che lungo questa china si parte dal caso limite del dj Fabo e si arriva alla giovane depressa, all’ignaro disabile fatto morire per fame e per sete, ai bambini soppressi in ospedale contro la volontà dei genitori in nome del loro “best interest”. Quando per uno Stato la vita e la morte diventano opzioni equivalenti, o addirittura la morte diventa il “miglior interesse”, si inizia con la morte su richiesta e si finisce con “l’uccisione umanitaria” degli inconsapevoli. E in nome della pretesa di stabilire i parametri di una vita degna sono state scritte le pagine più nere della storia dell’umanità.

Il secondo errore è stato una omissione.

Dopo che nel 2018 la Corte ha dato il suo irrituale ultimatum alle Camere, un anno è trascorso invano nell’illusione che questo momento non sarebbe mai arrivato. Per ragioni di contingenza politica, invece di assumersi il rischio di un confronto chiaro in Parlamento, si è lasciato che su un tema così cruciale fossero i giudici a dettare regole dalle quali ora, proprio per la loro fonte, sarà difficile tornare indietro.

Il Parlamento, insomma, è stato due volte colpevole: per aver fatto prima una legge senza cognizione, la 219, e per essersi sottratto poi al dovere di tappare la falla.

Questo duplice errore ha spalancato le porte al suicidio di Stato. Ora l’imperativo categorico è smentire la regola del “non c’è due senza tre”. Attendiamo la sentenza e salviamo il salvabile, rafforzando il più possibile gli argini che i giudici indicherann o e ai quali gli stessi fan dell’eutanasi a non potranno sottrarsi. Ci auguriamo che stavolta, sul fronte di chi gioca per la vita, non vi sia spazio per i tatticismi e per gli atteggiamenti farisaici. Il danno sarà difficile da contenere e il piano inclinato fa paura, ma possiamo ancora fermarne la pendenza.

 

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