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Alan Friedman: «L’Italia era isolata, così può ripartire»

L’economista Alan Friedman, in libreria con “Questa non è l’Italia”. «Spero che il governo giallorosso riporti stabilità, calma, civiltà nella vita pubblica e nel confronto politico. E che affronti il nodo centrale del paese: l'economia»
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«Mi auguro che l’Italia torni a essere quel Paese solare, aperto, democratico, europeista e atlantista che è stato per settantacinque anni, esclusion fatta per gli ultimi quattordici mesi. Auspico che ciò accada, nonostante abbia la preoccupazione che, anche dopo la caduta di Salvini, il Paese sia cambiato, si sia snaturato».

Un quadro a tinte fosche, pur se non privo di lievi accenni di speranza, quello tracciato dal giornalista e scrittore statunitense Alan Friedman, che nel suo nuovo libro Questa non è l’Italia – pubblicato, come i precedenti Questa non è l’America ( 2017, vincitore del Premio Roma per la Saggistica) e Dieci cose da sapere sull’economia italiana ( 2018), da Newton Compton Editori – esamina, con sguardo a un tempo critico e ironico, l’attuale situazione politica ed economica in cui versa il Belpaese, offrendo al contempo possibili soluzioni ai problemi più stringenti.

Friedman, al governo giallo- verde ne è seguito un altro giallo- rosso. Ritiene che “questa” possa tornare a essere l’Italia?

Durante la sua parabola di governo, l’ex- ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini ha svilito la cultura generale e introdotto un livello di volgarità che neanche Silvio Berlusconi in vent’anni era riuscito a fare: al confronto Berlusconi, populista ante- litteram, sembrerebbe un gentiluomo, una voce moderata e ragionevole. Le cicatrici di questo periodo – i danni al tessuto sociale del Paese, questo clima di odio diffuso – non potranno guarire rapidamente, ci vorrà del tempo. Spero che questo nuovo governo possa portare stabilità, calma, civiltà nella vita pubblica e affrontare risolutamente il problema dell’economia.

Il nuovo ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha da una parte accantonato il progetto della flat- tax e dall’altra annunciato di voler sostenere con maggiore convinzione la green economy. Ne condivide le prospettive?

In un capitolo del libro, “La ricetta”, propongo alcune idee per stimolare la crescita e creare nuovi posti di lavoro. Mi trovo d’accordo sul Green Deal, con l’intento di un maggior impegno nella green economy: dovremmo tutti fare più attenzione al cambiamento climatico e combattere le posizioni propugnate da Donald Trump e altri capi di Stato che negano verità scientifiche e avversano l’Accordo di Parigi. Credo che il futuro dell’economia italiana sia legato in modo particolare a due aspetti: all’ambiente e alla digitalizzazione diffusa. Trovo scandaloso che la banda larga non sia presente in tutto il Paese, la cui diffusione capillare comporterebbe una spesa relativamente non eccessiva – circa cinque miliardi di euro – e garantirebbe, attraverso l’e- commerce, la creazione di una cospicua quantità di posti di lavoro nel Mezzogiorno. Alcuni esponenti del governo mi hanno confidato di contare su una maggiore flessibilità da parte dell’Unione europea per finanziare investimenti pubblici in un’ottica di sostenibilità ambientale. Non so se ciò accadrà, ma non ne sarei così sicuro. Ravviso come priorità: disinnescare l’aumento dell’Iva ( costo 23 miliardi), tagliare l’Irpef e ridurre il cuneo fiscale a favore dei lavoratori e delle piccole imprese ( almeno 5 miliardi l’anno) e promuovere investimenti pubblici, necessari a generare crescita, aggredire la piaga della dispoccupazione giovanile e stimolare la domanda interna. La mia preoccupazione è che non sia facile reperire i fondi necessari, in quanto immagino che la flessibilità di Bruxelles – a cui in precedenza hanno abilmente attinto Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, ottenendo in tre anni quattordici miliardi di flessibilità sul deficit – potrebbe attestarsi al massimo su una forbice compresa tra i 5 e i 10 miliardi. Non si può contare solo su questo, è necessario anche introdurre una certa disciplina e combattere gli sprechi nel settore pubblico.

Matteo Salvini all’opposizione del governo giallo- rosso: una sconfitta o una buona occasione per far levitare il consenso in vista delle prossime tornate elettorali?

Salvini non rappresenta una novità in Italia. Era il pupillo di Umberto Bossi, fa politica da venticinque anni. Credo che Salvini sia preparato a una lunga traversata nel deserto, stile il Berlusconi degli anni 1996- 2001. Nel suo caso, essa potrebbe consumarsi nel quinquennio 2019- 2023. Ritengo che sia capace di mantenere la propria base elettorale la quale, insieme a Giorgia Meloni, costituirebbe circa il 40% del Paese: una vera minaccia per la democrazia in Italia. Una minaccia, Salvini lo è stata di sicuro: ha attaccato e denigrato le più diverse istituzioni, la Costituzione, il Presidente della Repubblica, l’Ue, Mario Draghi, l’Osce, l’Ubp [ Ufficio Bilancio Parlamentare, Ndr.], la Banca d’Italia, nonché l’allora ministro dell’Economia Tria. Come risultato abbiamo avuto: decrescita, stagnazione, isolamento, un posizionamento filo- putiniano. Adesso tutto questo deve cambiare.

Rimanendo sul panorama politico italiano, Mat- teo Renzi ha abbandonato il Pd per fondare un nuovo partito, Italia Viva, nonostante alcuni deputati filo- renziani continuino tuttora a militare nelle file del Partito Democratico. Pensa che Renzi stia tenendo il piede in due staffe o che voglia svuotare il Pd dall’interno?

Credo che Matteo Renzi voglia condizionare il governo giallo- rosso, nonostante mandi Teresa Bellanova in qualità di capo delegazione a sedersi al tavolo con Luigi Di Maio e Dario Franceschini. È ironico come i Cinquestelle abbiano sempre manifestato la volontà di non prendere accordi con Renzi mentre, come un abile burattinaio, quest’ultimo, forse per rispetto o forse per dileggio, invii in sua vece qualcun altro a dialogare con loro. Mi ricorda gli anni Ottanta, quando Bettino Craxi possedeva l’ 11% di voti e, in virtù della proporzionale, esercitava il proprio ascendente all’interno del Pentapartito: da questa posizione riuscì a favorire la caduta di governi, diventare premier, condizionare le nomine, ecc. Per certi versi, sembra che Renzi voglia diventare il nuovo Craxi, e potrebbe anche avere successo: non ha alcun interesse a far cadere il governo, quanto invece a influenzarne l’andamento – come dimostra il recente no all’arresto del forzista Sozzani –, presenziare alla designazione del successore del Presidente Mattarella e, soprattutto, prendere parte alle decisioni in tema di politica economica.

Nel libro ha contestualizzato e storicizzato il fenomeno dell’immigrazione da e per l’Italia…

Ho cercato di sottolineare le gravissime storture contenute nella Legge Bossi- Fini – di cui ancora adesso paghiamo il prezzo –, che andrebbe cestinata una volta per tutte. Per quanto riguarda la crisi prodotta dalla guerra in Siria e dai disordini in Medioriente, essa ha raggiunto il picco nel 2015- 16, per poi perdere d’intensità. Il lavoro svolto dal governo Gentiloni attraverso l’operato di Minniti, cinico come descrivo nel libro, aveva già risolto gran parte del problema ben prima dell’arrivo di Salvini al governo. Questo bisogna riconoscerlo.

Secondo le intenzioni dell’Unione europea a guida Von der Leyen e del nuovo governo italiano, bisognerà approntare un nuovo e più efficace meccanismo di redistribuzione delle quote di migranti, nonché superare gli accordi del Trattato di Dublino. Confida che ciò sarà possibile?

In Questa non è l’Italia rivelo le parole di un autorevole esponente tedesco molto vicino a Juncker – che ha lavorato presso il suo ufficio per diversi anni –, il quale afferma che manca una reale volontà di riformare il Trattato di Dublino in quanto è troppo difficile far parlare tutti i Paesi dell’Unione con un’unica voce. Penso che se ciò avverrà, avverrà gradualmente. Nella prima fase, attraverso una coalizione di ‘ volenterosi’, costituita da alcuni dei Paesi più solidali e generosi, e, se questa dovesse sortire risultati positivi, fra qualche anno si potrebbe giungere alla modifica del Trattato di Dublino. Sarà molto complicato, ciò nonostante mi aspetto segnali positivi da parte dell’Ue anche nei confronti dell’Italia.

A fine ottobre si concluderà il mandato di Mario Draghi alla guida della Bce, cui succederà la francese Christine Lagarde. Ritiene che sarà all’altezza di riceverne il testimone?

Vi sono due notizie, al riguardo, una buona e una cattiva. La buona notizia è che Christine Lagarde è una grande professionista, seria e intelligente, che sicuramente porterà avanti la politica espansiva di Draghi e probabilmente la incentiverà, attraverso tagli ancora più alti dei tassi d’interesse. Ciò tamponerà una fase problematica, tra spread basso e crescita zero per l’Italia e per altri Paesi della zona euro e difficoltà varie di carattere macroeconomico. La cattiva notizia, invece, è che, essendo un politico francese, fedelissima di Nicolas Sarkozy e reduce da otto anni alla direzione del Fondo Monetario Internazionale, la Lagarde non ha esperienza come banchiere centrale: in ambienti particolarmente conservatori non aggrada molto l’idea che la Banca Centrale venga gestita da un politico, in quanto essa dovrebbe per l’appunto risultare indipendente dalla politica. Detto questo, a mio avviso la buona notizia è più importante della cattiva.

 

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