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Manovra economica, Conte surfa sui numeri ma l’Ue chiede il conto

Entro fine mese il governo deve presentare l’aggiornamento del Def. Il nuovo governo pronto a presentare a Bruxelles una stima di deficit che formalmente dovrebbe fermarsi al 2%
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Giuseppe Conte sembra quegli animali che cadono in letargo: prima di affondare in catalessi devono fare provviste per l’inverno. Il presidente del Consiglio sa benissimo che anche per lui arriverà l’inverno della manovra economica, così sta accumulando ( o sta cercando di fare) consenso. E lo sta facendo in maniera molto efficace. Vale a dire sta “surfando” sui problemi del governo.

Non li affronta di petto: li accarezza, li evoca, li sublima. Una strategia che può funzionare ancora per tre settimane. Sebbene la corda verrà mostrata già a fine settimana. Conte, infatti, può “surfare” sui problemi del governo ( e della maggioranza), ma non può “surfare” sui numeri di finanza pubblica. Entro fine mese il governo deve presentare la Nota d’aggiornamento al Documento di Economia e finanza. Una specie di canovaccio di quella che sarà la manovra della Legge di Bilancio.

E non sarà una manovra facile. Per di più, i numeri resi noti ieri dall’Istat non agevolano il compito.

La revisione dei dati statistici sul pil ha comportato una riduzione della crescita del 2018 ed un simmetrico aumento del deficit, dal 2,2 al 2,4%. Roberto Gualtieri si presenterà a Bruxelles con una stima di deficit per il prossimo anno che, nominalmente, dovrebbe fermarsi al 2%; in realtà, punta a poter arrivare al 2,2/ 2,3%, in virtù della flessibilità data dalle riforme che il Conte bis punta ad introdurre.

Fermare l’indebitamento delle pubbliche amministrazioni al 2% nel 2020 significa migliorare dello 0,2% il livello del 2018. E tenerlo ( sempre nominalmente) in linea con le previsioni di quest’anno. In realtà, al Mef pensano di chiudere il 2019 con un deficit all’ 1,6/ 1,7%. Cifra che potrebbe restare nel cassetto, così da potersi giocare il prossimo anno uno 0,4% “occulto” a cui aggiungere uno 0,2% dato dalla flessibilità. In tal caso, il governo punta a recuperare 8/ 10 miliardi che tornerebbero utili per disinnescare almeno in parte l’aumento dell’Iva.

In tal modo, resterebbero da coprire una ventina di miliardi: 13 per disinnescare le clausole di salvaguardia sull’Iva, il resto per spese più o meno obbligatorie. E’ evidente che la sola lotta all’evasione non può essere sufficiente a coprire queste spese. Ne consegue che i tecnici del ministero dell’Economia stanno dando spazio alla fantasia per recuperare le risorse necessarie. Appare inevitabile che, anche per venire incontro alle richieste di Bruxelles, il governo dovrà rimodulare e ritoccare le aliquote Iva.

Molto probabilmente verranno alzate quelle sui beni di lusso o sui generi poco eco- compatibili. In realtà, l’obbiettivo di fondo è garantire almeno una quota di gettito aggiuntivo al bilancio europeo. Il contributo nazionale alle casse di Bruxelles è calcolato sull’ 1% del gettito Iva. Lo scorso anno Giuseppe Conte promise alla Commissione che il gettito italiano sarebbe aumentato di 230 milioni ( l’ 1% di 23 miliardi), ed in funzione di quest’impegno l’esecutivo europeo dette il via libera alla Legge di Bilancio.

Lo stesso Giuseppe Conte ora sta dicendo che quel contributo aggiuntivo italiano scomparirà. Di conseguenza, la Commissione deve rivedere il proprio bilancio. Paradossalmente, il commissario più “seccato” dalla scelta del governo italiano sarà proprio Paolo Gentiloni. Nel gabinetto degli Affari economici ha le deleghe anche per il Bilancio Ue. E sarà lui a doversi giustificare con gli altri commissario della marcia indietro del governo di Roma sull’aumento dell’Iva.

Che oggi tutti vogliono disinnescare, ma che lo scorso dicembre il Parlamento ha approvato con i voti della Lega e di M5S. Insomma, Giuseppe Conte fa bene a cercare di accumulare il consenso ed a dirottare l’attenzione dell’opinione pubblica su temi di politica estera. Tra breve, quel consenso sfumerà; come le risorse degli animali che vanno in letargo. E forse si esaurirà proprio in primavera, con la stagione delle nomine nelle aziende partecipate.

 

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