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Piano per il Sud? Prima i fondi mai spesi poi il nodo di duecento aziende in crisi

Le imprese del Mezzogiorno non riescono ad accedere a finanziamenti da poche centinaia di migliaia di euro
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Caro Direttore, riflettevo in questi giorni sulle parole di Giovanni Falcone che soleva dire “le idee camminano sulle gambe degli uomini”. Ma è altrettanto vero che non tutti gli uomini – e le donne, s’intende – hanno per forza idee buone da far portare in giro alle loro gambe. I primi, portatori, e i secondi, che hanno poche idee e confuse, magari convivono nello stesso luogo o vi sono nati, ma, come è evidente, si trovano dovunque: al Nord, al Centro, a Sud e nelle Isole. Per la stessa ragione per cui avevamo contestato la Lega Nord degli esordi, quando sosteneva che il Sud era tutto “ladrone”, che le sue classi dirigenti non erano adeguate malcelando una vena di discriminazione e di razzismo, credo che oggi non si possa accogliere acriticamente il ragionamento uguale e contrario che hanno fatto gli ideatori del neonato esecutivo. “È un governo per il Sud, che farà bene per il Sud”, hanno provato a spiegarci.

Da cosa lo deducono, se il programma attorno al quale si è costituito questo esecutivo, dedica al Mezzogiorno soltanto due smilze righe? “Perché ci sono molti ministri del Sud”, ribattono. Purtroppo, però, non esiste lo Ius soli della competenza. Vorrei partire dalla lettera che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, pugliese di origine, ha scritto ad alcuni quotidiani del Sud, e dalle affermazioni che ha speso pochi giorni fa alla Fiera del Levante di Bari. Ha parlato di un “Masterplan” per il Mezzogiorno, ha usato termini evocativi come “Grande piano”, ha preannunciato gli stanziamenti straordinari riproposti anche nelle ultime ore – ma senza indicare coperture, al momento. Ma mi chiedo se le mosse che il governo eventualmente compirà per dimostrare finalmente un briciolo di cura per le regioni meridionali saranno precedute dall’effettiva conoscenza dei problemi. Se non ci fosse, sarebbe illusorio pensare di risolverli.

Sono almeno trent’anni che, non appena un governo giura, il premier si impegna ad assicurare risorse per l’area meno sviluppata del Paese. Peccato che poi queste risorse, nei rari casi in cui arrivano a destinazione, finiscono per non essere spese o per essere utilizzate soltanto in minima parte. Il tema insomma non è solo trovare le voci di bilancio, ma controllare che quei soldi vengano impiegati, che siano spesi bene e non restino nei caveau o finiscano per finanziare qualche sagra o, peggio, sistemi clientelari. Se n’è accorta tardi – troppo – pure l’evanescente ministra uscente per il Sud, Barbara Lezzi. Dopo 14 mesi sprecati a soffermarsi su condizionatori d’aria e porti aperti, in una intervista di commiato al Corriere della Sera, ha ammesso: “Abbiamo scoperto fondi nazionali del 2000- 2006 ancora fermi, una regione – non dirò quale – ha 180 milioni di euro che non ha mai speso”. Bella scoperta. Solo per fare un esempio, al 30 giugno 2019, con la scadenza del programma per il dicembre 2020, la Campania ha speso soltanto il 18% dei fondi europei che le sono stati destinati. Uno dei dati peggiori d’Europa rispetto ai quali però nessuno si è mai mosso, nonostante quei numeri vengano registrati, per conto dell’Ue, proprio dal Governo. Pensare allora che la svolta stia nel nominare ministri nati al Sud o mettere soldi a bilancio è soltanto superficie che rischia di non arrivare ad avere effetti profondi, e reali, sulla vita delle persone. Il Mezzogiorno ha bisogno di un sostegno al suo particolare tessuto produttivo, fatto sopratutto di piccole imprese che vanno innanzitutto messe in rete fra loro e aiutate a crescere. E lo dimostra proprio la questione del credito.

Le imprese del Mezzogiorno non riescono ad accedere a finanziamenti da poche centinaia di migliaia di euro – quelli adatti alle loro dimensioni – mentre finanziamenti da decine di milioni di euro vengono assai più agevolmente accordati a multinazionali, a volte rapaci.

Ecco perché non basta che si parli ( finalmente, aggiungo) di Banca per il Sud, ma occorre sopratutto che questa nasca a misura delle esigenze delle aziende del territorio. E poi, quale produzione può mai crescere – in un mercato globale – se non ci sono strade, autostrade e ferrovie moderne per trasportare le merci? Anche su questo punto le premesse non sono chiarissime, non ci si può accontentare del richiamo alla Napoli- Bari, convitato di pietra di tutti i ragionamenti sul Sud dai tempi di Prezzolini. E poi questo nuovo governo è a forte trazione Pd: ebbene, fu l’ultimo ministro delle Infrastrutture del Pd, Graziano Delrio, a definanziare molte opere già progettate e cantierabili nelle regioni del Mezzogiorno, a togliere risorse ai nostri porti. Paghiamo oggi le conseguenze di quella clamorosa marcia indietro.

E di certo non può far ben sperare il match tra Pd, coi suoi precedenti, e il Movimento 5 Stelle, vincolato dalla sua originaria inclinazione alla decrescita e dalla pur non sempre costante ostilità ad opere strategiche come la Torino- Lione e il Tap in Puglia. Insomma, in attesa di verificare la concreta attuazione del “Master Plan”, io mi accontenterei di iniziare a vedere interventi mirati e immediati, a partire dalla positiva risoluzione delle quasi 200 vertenze di aziende del Sud in crisi che giacciono al Mise. Non è tempo grandi promesse ma di piccoli atti concreti.

* Presidente Associazione Nord Sud

 

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