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Pd, il fantasma proporzionale che fa più paura della scissione

Nei sondaggi riservati l’ipotesi di un partito centrista non decolla: per ora accreditato solo di un misero 3%
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Martedì scorso, nel programma di Floris, Nicola Zingaretti spiegato così il cambio di idea sulle elezioni: ‘ Per me bisogna fare tutto per evitare la scissione del Pd’. Intendeva dire che sino a quel momento non aveva considerato possibile l’accordo di governo con l’M5S perché sarebbe costato la scissione dei renziani, versione # senzadime ed era in realtà una giustificazione furbetta.

Il segretario del Pd avrebbe preferito il voto propri per tagliare a Renzi le unghie parlamentari. In compenso è vero che in buona parte il suo cedimento, cioè la scelta di accettare obtorto collo l’accordo di governo, è dovuto proprio alla necessità di evitare una scissione che sarebbe stata altrimenti quasi inevitabile.Ma il fatto che, per il suo esordio televisivo da segretario di una maggioranza ormai insediata, il segretario del Pd abbia scelto di parlare apertamente di scissione rivela di per sé quanto poco quella minaccia sia stata fugata.

La scissione incombeva e incombe. Non la si può definire certa, dal momento che, quando si tratta di Matteo Renzi e del suo tipico modus operandi, le cose sono certe solo una volta verificatesi. Altrimenti tutto può essere rimesso in discussione sino all’ultimo secondo. Va da sé che, ove si schiudesse per l’ex segretario una concreta possibilità di riprendere in mano il partito, ogni fantasia di scissione finirebbe di corsa in soffitta.

Ma nonostante il ragazzo di Rignano sia tornato al centro della scena quell’ipotesi resta pochissimo probabile e dunque l’eventualità che il progetto di scissione proceda è, se non sicura, almeno probabile. Quel piano di battaglia è già notissimo. Si tratterebbe dell’uscita di Renzi con un manipolo di senatori dal gruppo parlamentare del Pd per passare al Misto, lasciando tuttavia il grosso della truppa, guidata dal capogruppo Marcucci, sotto lo stendardo del Pd, per ‘ marcare il territorio’.

La schiacciante maggioranza di cui almeno sulla carta godono i renziani tra i senatori ( 40 voti su 52), renderebbe possibile il gioco, la divisione per finta, lo scaglionamento. Il senso politico dell’operazione, però, è meno chiaro. Il capo aveva fatto circolarela voce che l’ora X era fissata per ottobre. Poi ha rinviato all’anno prossimo. Questione comunque di pochi mesi.Quel che resta confuso è il senso dell’operazione. Dovrebbe trattarsi di un passo propedeutico verso la formazione del partito centrista che Renzi ha in mente e per il quale ha già avviato contatti con settori di Fi. L’ex premier non avrebbe comunque alcuna intenzione di far cadere il governo.

Non prima del varo di una legge elettorale proporzionale che per lui è questione di vita o di morte. In attesa del varo di quella legge, però, l’ex segretario acquisterebbe però visibilità, connoterebbe le proprie posizioni in funzione ‘ antigrillina’ e ‘ antisinistra’, determinando così il quadro ideale per la discesa in campo della nuova formazione.

Che il progetto, tutt’altro che segreto, preoccupi Zingaretti è ovvio. Non significa però che il segretario sia convinto che le intenzioni del ‘ nemico interno’ siano realmente quelle che fa circolare sin troppo copiosamente. Secondo un test della segreteria la nuova formazione non andrebbe per ora al di là di uno sconfortante 2/ 3%. Una scissione all’interno della stessa maggioranza sarebbe poi difficilmente spiegabile e ancor più difficilmente comprensibile. La stessa pubblicità data in anticipo a una manovra che avrebbe casomai restare coperta sino all’ultimo depone più a favore di una minaccia messa in campo come strumento di pressione che a un progetto effettivamente perseguito.

A torto o a ragione il gruppo di testa del Pd ritiene che sia proprio così, che lo spettro evocato da Renzi serva a moltiplicare la sua forza contrattuale. Per strappare un maggior numero di sottosegretari nell’immediato e per condizionare il governo in un’ottica meno contingente, ma soprattutto per spingere verso il ritorno al proporzionale. In teoria dovrebbe essere garantito.

Nelle riunioni preparatorie del programma di governo tutti i capigruppo avevano stretto in materia un ‘ patto tra gentiluomini’ privo di ambiguità. Ma in quel tavolo sedevano i capigruppo Delrio e Marcucci, entrambi renziani, e comunque in politica i gentiluomini scarseggiano.Zingaretti non perso tempo nel premer sul freno. Chiede un correttivomaggioritario o almeno una soglia di sbarramento alta. Prova a dilatare i tempi anche della riforma costituzionale targata 5S proprio per ostruire la via della scissione.

Ma la legge proporzionale non è interesse solo di Renzi. E’ fondamentale anche per i 5S, se vogliono evitare di trovarsi costretti all’alleanza con il Pd alle politiche. E sul fronte opposto, per evitare il ritorno al proporzionale si sono già mossi i soliti ‘ grandi vecchi’ del centrosinistra, a partire da Prodi, la cui presa sul Pd è ancora fortissima. Così, ancora una volta, proprio la legge elettorale e le divisioni del Pd si profilano come la mina più pericolosa per il neonato governo. Non sarebbe il primo a saltare su quelle mine.

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