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I giochi di potere e l’inganno delle fake news

Mescolare fatti veri con eventi immaginari, è questo il tratto distintivo di una società in cui tutta la comunicazione è diventata autoreferenziale
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Simona Andrini*

Un grande giurista, Riccardo Orestano, maestro di scienza e di vita, esortava a riflettere sul fatto che andando a fondo nello studio delle cose si possono proporre solo introduzioni, e dunque, parlare non di oggetti dati, ma, piuttosto, di semantiche di una metafora. Si tratta di un monito che, a mio avviso, appare prezioso nell’approssimarci all’asperrimo tema delle fake news, ovvero a quei fenomeni che vivono di quella vita virtuale che è poi l’essenza dell’apparenza.

Cosa sono infatti le fake news?

Sono smaccate bugie? Informazioni apparenti? Leggende metropolitane? Mancate verità, non vere ma verosimili? Trompe l’oeil semantici? Fisionomie mimetiche? Apparenze che vivono di visibilità?

Ed inoltre, sono loro ad essere false o la falsità è solo la nostra? Sono false solo perché non ci piacciono ed allora fake news diviene il nome che il potere dà ad ogni informazione che lo disturba ( che mina le sue fondamenta, che stimola il dissenso)? Oppure, paradossalmente, sono invece vere proprio in quanto sono false? Ecco appunto : semantiche di una metafora!

Del resto anche il prestigioso HLEG – High Level Group – il team di esperti nominati a novembre dall’Unione Europea, nel suo rapporto Multidimensional Approach to Disinformation

in ordine alle fake news e alla disinformazione in Rete, dopo 4 mesi di lavoro, 39 esperti chiamati, una consultazione pubblica e un sondaggio che ha coinvolto oltre 25.000 cittadini ha dovuto riconoscere che la vera minaccia è la disinformazione non le notizie false.

Questo perché gli esperti sono addivenuti alla conclusione ( peraltro non così imprevedibile) che il termine fake news non riesce a cogliere la complessità del problema della disinformazione che comprende contenuti che non sono totalmente falsi bensì costruiti mescolando informazioni e fatti. Quelle che in italiano si chiamavano le mezze- verità.

Ora io credo che se davvero vogliamo andare alla radice della questione dobbiamo avere contezza del fatto che il problema della disinformazione nasce dalla ambivalenza genetica della comunicazione. Cosa significa infatti comunicare? Comunicare come noto è parola latina ed in una prima accezione ci restituisce il significato di “rendere comune”. Però la parola latina cum- munus contiene in sé la radice di munus, il dono.

…. Di questa ambivalenza del concetto di dono, dunque di questo lato oscuro contenuto nella comunicazione, oggi abbiamo perso memoria, perché astutamente la comunicazione si presenta sempre con l’ingenua veste dell’informazione. Tanto che quando nel linguaggio corrente parliamo di mass media e ne traduciamo il significato, generalmente, indifferentemente, parliamo di mezzi di comunicazione o di mezzi di informazione di massa, dando per scontato che comunicazione e informazione siano termini se non assolutamente sinonimi certamente intercambiabili.

Qui l’inganno. Infatti, a ben vedere comunicare non è semplicemente informare. Comunicare è assai più che informare. L’uomo quando comunica si esprime per convincere, vale a dire, per modificare le conoscenze, le opinioni ed i comportamenti degli altri. Comunicare, pertanto, non è semplicemente informare, altrimenti i nostri telegiornali, o i nostri quotidiani sarebbero tutti uguali Ma non solo. Perché se l’informazione è ancella del fatto, vale a dire necessita e presuppone un evento che la crei ( non può esserci informazione senza accadimento), non necessariamente lo stesso accade per la comunicazione.

In questa, infatti, si consuma un meccanismo che noi sociologi chiamiamo di auto- teliticità della comunicazione, ad indicare quel processo attraverso il quale la comunicazione si svincola dal proprio télos, dal proprio fine, che è quello di essere funzione dei fatti che si producono, e pone essa stessa come fine.

Una testimonianza autorevole di questa autotelicità sta nel testo dell’ex ambasciatore e presidente dell’Ansa, Boris Biancheri “Elogio del silenzio”, laddove scrive «di anni in cui prese corpo, quasi senza che il pubblico lo avvertisse, un mutamento nella rappresentazione della realtà. Tutti i mezzi di comunicazione che in vario modo e in diversa misura avevano assolto in passato la funzione di rendere i cittadini partecipi di ciò che succede nel mondo ( rendere comune), per difendersi da una feroce concorrenza a chi dava per primo una notizia, anziché comunicare la realtà cominciarono a crearla, anziché riferire all’esterno come viene esercitato il potere, cominciarono ad appropriarsene».

Questa autoteliticità della comunicazione, questo suo totale affrancamento dal proprio fine predicato fa sì che la comunicazione, non più funzione dei fatti, diventi la condizione e addirittura, in non pochi casi, la pre- condizione della loro stessa esistenza: i fatti “non accadono” se non sono visibili nei media. Parafrasando l’antico broccardo: Quod non est in web non est in mundo.

La conseguenza è che il fatto non più prius logico, si desostanzializza. In tal guisa, fatti che non esistono possono essere creati: l’effetto annuncio, le gogne mediatiche o, più scherzosamente, il Cacao meravigliao di Renzo Arbore. Oppure, appunto, le fake news, le false notizie con il loro subdolo corteggio di mezze verità.

… Con particolare riferimento al responso del HLEG, allorché parla di «contenuti non totalmente falsi ma costruiti mescolando informazioni e fatti», mi piace ricordare quanto nota Aristotele, allorché affronta il tema del “verisimile” che è «ciò che il pubblico crede possibile». E dunque «Val meglio un verisimile impossibile che un possibile verisimile». Val meglio raccontare ciò che il pubblico crede possibile, anche se impossibile- scientificamente, che non raccontare ciò che è possibile realmente se codesto possibile è rigettato dalla censura collettiva dell’opinione corrente ( si pensi all’odierno politically correct).

Non stupisca il richiamo ad Aristotele. Nel mondo greco sempre presente è il tema della perdita del valore della Verità. Lo ritroviamo già in Platone ove è posto il tema dell’Eristica. Come noto, l’eristiké tékne era l’arte di combattere dialetticamente al fine di far prevalere la propria tesi ma ( qui la differenza con la dialettica) indipendentemente dal suo contenuto di verità. ( Aristotele la definirà una degenerazione della prima Sofistica).

Platone nel Teeteto si scaglia contro coloro che forti di tale abilità fanno uso di quelle «argomentazioni false e ingannevoli che consentono di irretire l’interlocutore», e li chiama con disprezzo: mercenari di parole ( definizione che perfettamente calza, a mio avviso, per definire gli odierni spin doctors.) Nessun rimpianto, in queste mie brevi citazioni, dell’avara saggezza del nihil sub sole novi, ma solo il desiderio – richiamando il pensiero greco – di evidenziare come, se si vuole affrontare il tema dell’uso strumentale del discorso ( perché di questo stiamo parlando), non possa venire eluso il problema della Verità. Tema oggi più che mai impolitico, in un mondo, come l’attuale, ove ad esempio le coppie oppositive buono/ cattivo, bello/ brutto, giusto/ ingiusto, vero/ falso son divenute come per i grammatici di Port Royal – nulla più che aggettivi funzionalmente intercambiabili. In tal senso invocare oggi la parola verità, tragicamente, richiama lo shakespeariano ” Orazio tu parli di nulla”.

Infatti, l’invocazione è ipocrita, ( Ypokrites, come noto, è colui che parla dietro la maschera) e sovente suggerita da una precisa volontà di strumentalizzazione, essendo divenuta null’altro che forma di presunzione che il sistema sottrae all’uomo.

Del resto, ce lo ricorda senza mezzi termini Georg Simmel: «Si crede a ciò che si vuol credere. La menzogna, corrisponde alle aspettative di chi l’ascolta…». Anni di semiotica, del resto, ci hanno insegnato che accanto ai linguaggi che constatano, descrivono, ordinano dei fatti, ne esistono altri di ridescrizione e metamorfosi della realtà. Pur senza voler essere illuministi ad oltranza è opportuno non dimenticare la verità del dubbio, o ricordare con Nietzsche che le convinzioni sono nemici della verità più che le menzogne, perché il confine vero / falso è assai labile e la cultura della comunicazione non è affatto priva di un forte dato normativo.

Del resto è proprio nelle aule dei tribunali che abbiamo la dimostrazione della ineludibile e necessaria mediazione tra verità e realtà. Qui infatti la verità diviene qualcosa di mutevole, di veri- simile, perché nessuno può dire davvero ove essa si celi. La verità processuale per prima non è una verità assoluta ma solo, appunto, una verità giudiziale ( quanto risulta agli atti).

Il problema, semmai, è il fatto che nei social qualificare un dato come ‘ fatto’ significa asserire che un sintomo è stato ormai trasformato definitivamente in segno. Si invoca ed auspica, allora, saggiamente, che vi sia non censura ma principio di responsabilità. Benissimo, certo, ecco un altro grande valore che però nelle nostre società pare anch’esso viaggiare sempre più in incognito, financo in quei paesi ove l’Etica protestante è più consolidata. Perché non possiamo sorvolare sul fatto che è per primo il mercato a volere le fake news. Infatti grande fattore di incentivo alla diffusione di notizie false è costituito dalla facilità di tramutarle in strumento di attrazione di investimenti pubblicitari. Le notizie con molte visualizzazioni generano ricavi per molti soggetti. Vere o false che siano.

Ed allora, nessun dorma! Le notizie false, ci sono e ci sono sempre state. «Io non conosco fatti – sosteneva Nietzsche ma solo interpretazioni» ed aggiungeva: «Poi se anche questa è un’interpretazione allora tanto meglio». Ma ciò che è invece davvero fallace è usarle strumentalmente per distrarre dal vero fine che si vuole raggiungere.

In una parola, quello che in maniera carsica sottende questa vexata quaestio, e di questa impunemente si fa schermo, senza aver paura delle parole, è un problema di volontà di potenza. Infatti, quella verità oggi evocata così a gran voce come baluardo contro le fake news altro non è se non vile strumento che usa di una semplificazione simbolica per perseguire i propri fini.

Con la scusa della lotta alle fake news vengono in tal modo secondati quei pericolosi progetti di attribuire ad un privato compiti di giustizia. Assai pericolosa e grave è la proposta di lasciare a Facebook e simili la possibilità di una censura preventiva ( cosa che peraltro già in parte fa), dando vita – se vogliamo dare vero nome alle cose – ad un redivivo orwelliano Ministero della verità.

Siano allora di monito prezioso le parole di Theodor Adorno allorquando ci rammentava che «chi non commisura le cose umane a ciò che esse vogliono per davvero significare le vede alla fine in modo non solo superficiale, ma falso».

* Docente di Sociologia del diritto a Roma Tre

 

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