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Il destino “cinico e baro” della destra divisa che non sa fare sistema

Costretti all’opposizione. Nella percezione dei vertici del Carroccio I potenziali alleati sono visti nel migliore dei casi come ausiliari di complemento. Nel peggiore come rivali soprattutto nelle regioni del centro e del sud
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Se fino a un mese fa – alla vigilia della pazza crisi agostana innescata da Matteo Salvini – qualcuno avesse detto che la destra si sarebbe trovata, nel giro di qualche settimana, all’opposizione e frazionata invece che unita e al governo lo si sarebbe preso per uno stravagante.

L’ipotesi più percorsa infatti – come si ricorderà – era che la crisi di governo gialloverde avrebbe fatalmente proiettato il nuovo centrodestra a trazione leghista al successo elettorale e al governo del paese. La cronaca di queste ore invece attesta un governo Pd- Cinquestelle in formazione e la destra non solo spinta all’opposizione ma per sovramercato divisa su strategie e condotta tattica, preda di polemiche interne, percorsa da diffidenze e veleni, gelosie e rivalità. Soprattutto marciante in ordine sparso senza nemmeno un’intesa di massima su come fare fronte comune contro quello che si presenta a tutti gli effetti come un nuovo centrosinistra.

Salvini ha convocato per ottobre la piazza a Roma dove verranno lanciate le parole d’ordine che caratterizzeranno la campagna d’autunno contro il “governo ribaltonista”, come viene già definito il Conte- bis dal discorso leghista. L’idea, esposta molto chiaramente in questi giorni da Giancarlo Giorgetti è quella di mettere in stato di accusa un esecutivo colpevole non solo di aver impedito le elezioni con una fusione a freddo tra due partiti incompatibili in nome del potere e delle logiche del palazzo, ma di essere addirittura organico a interessi stranieri, manovrato dall’Unione europea e più specificamente dall’Eliseo e dalla cancelleria di Berlino.

In fondo è lo stesso spartito – con qualche variazione – che da giorni interpreta la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, la quale tuttavia contesta a Salvini la dilazione della mobilitazione popolare. Le elezioni negate, secondo la Meloni e i suoi infatti, richiederebbero una mobilitazione immediata di piazza per denunciare in diretta il presunto strappo democratico che Pd e Cinquestelle starebbero consumando ai danni della nazione. Una polemica tenuta sottotraccia ma che rivela lo stato di tensione esistente tra Fratelli d’Italia e Lega. Meloni contesta a Salvini, e a dire il vero non da oggi, la dilazione e il rifiuto di saldare in un’alleanza formale le due forze sovraniste. La leader di Fratelli d’Italia nutre il sospetto che il capitano leghista abbia in mente per sé e il suo partito un protagonismo assoluto senza l’ombra di alleati.

Un sospetto fondato visto che Salvini non ha mai nascosto con i suoi di voler perseguire una sorta di vocazione maggioritaria per la Lega che le circostanze attuale dovrebbero, secondo i suoi calcoli, implementare. E del resto nella percezione dei vertici del Carroccio potenziali alleati come la Meloni sono percepiti come degli ausiliari di complemento nel migliore dei casi, dei rivali, soprattutto nelle regioni del centro e del sud, nel peggiore.

Forza Italia invece, la terza gamba del centrodestra, sembra oscillare tra la spinta all’opposizione e la tentazione di un sostegno esterno e indiretto al nuovo governo. Certo ufficialmente gli azzurri esprimono un’opposizione rotonda al governo giallorosso e l’indicazione è il no alla fiducia. Ma poi in sostanza, come confermano i bene informati, sarebbero già una trentina i parlamentari ( più di venti al Senato) pronti a puntellare l’operazione Conte, gli stessi che erano già disponibili a sostenere “l’ipotesi Orsola” del governo istituzionale.

Si dirà che questa situazione di divisione a destra risponde a quella fisiologia politica per cui mentre il potere fluidifica e unisce la sua assenza esaspera divisioni e fratture. Salvo che però questa stessa conflittualità esisteva anche quando era ancora tutta in piedi l’ipotesi di un centrodestra a favore di sondaggi e proiettato al governo del paese. Ed esisteva anche quando il centrodestra ha governato per lunghi anni il paese sotto l’egida federatrice di Berlusconi tanto che alla fine proprio mentre sembrava vicino il traguardo del partito unico quell’alleanza è esplosa con le defezioni di Casini e poi di Fini. La questione sembra dunque essere un’altra. Quale? Forse la risposta riposa in due motivi principali.

Il primo è l’incapacità della destra di fare sistema, nel suo affidarsi alle leadership forti e assolute – che si rivelano dei miti e che durano il tempo di una stagione – e che soprattutto sono incapaci di dialogo e gioco di squadra all’interno della stessa area.

Il secondo – e questo spiega più in particolare il ciclico ritorno all’opposizione anche se elettoralmente maggioritaria – nella propensione della destra a pensare che per governare una società complessa basti l’immediato consenso elettorale – sempre più fluido e pulsionale – e non sia invece indispensabile una classe dirigente capace di interloquire con l’apparato dello Stato profondo, il sistema delle istituzioni, della burocrazia, del mondo culturale. Così da non essere disarcionata al primo serio errore tattico come è stato quello di Salvini sui tempi e i modi della crisi di governo.

Ma se così è bisogna registrare che anche questa lezione – il ritorno all’opposizione con le urne potenzialmente piene – non è servita a molto.

 

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