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Di Maio, impulsivo come un impeachment

Non è facile voltare pagina e cambiare stile per chi è abituato agli slogan da campagna elettorale. Il Commento di Claudio Rizza.
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Non dev’essere facile voltare pagina e cambiare stile per chi è abituato agli slogan da campagna elettorale, al fumo delle promesse senza dar conto del risultato finale. Risultato che ieri l’Istat ha dipinto in modo crudo: l’Italia è sempre miseramente a zero. Gli altolà di Di Maio sono dunque sembrati più quelli di un giapponese nella giungla che di un leader di partito impegnato a voltare pagina. Giuseppe Conte ha chiesto a tutti un cambio di passo, che lui chiama un «nuovo umanesimo», senza insulti e risse, non un governo «contro». Dovrebbe quindi aiutare il suo premier a condurre una trattativa equilibrata per portare a casa un’intesa che faccia prima di tutto bene al Paese. In questi casi sono sempre permessi irrigidimenti e polemiche, è normale, tra due contraenti così diversi e con un passato così burrascoso. Ma il “prendere o lasciare” è un atteggiamento sgrammaticato, impulsivo come un impeachment, che denuncia nervi poco saldi, autoritario e non autorevole.

Il giudizio, ancor prima di conoscere i dettagli di un programma di governo, l’hanno dato subito i mercati: la Borsa è scesa e lo spread risalito. Pessima notizia per il professor Conte, che è al massimo della sua personale popolarità e gode di un ampio credito europeo, immaginando di poter trattare con Bruxelles ad armi pari, e ottenere sostegno allo sforzo italiano di rilancio dell’economia, con meno tasse e più investimenti. Il momento sarebbe assai propizio, sia per le difficoltà che i partner europei e la stessa Germania stanno anch’essi affrontando, sia perché si sta facendo largo la convinzione che il Patto di stabilità vada reso più elastico con parametri meno punitivi. L’Europa e il Fondo monetario si sono pentiti in ritardo di come trattarono la Grecia, e si spera che la lezione l’abbiano imparata.

Di Maio fa il suo show scomunicando i toto ministri sui giornali, negando implicitamente di essersi sentito umiliato dal non poter più fare il vice premier, cosa confermata dai suoi. Ricorda di aver generosamente rinunciato a fare il premier per ben due volte, sempre con Salvini di mezzo. Ma dà la netta impressione di avere una ferita sanguinante sul tema della poltrona. E di giocare con poca lucidità una partita personale. Come capo del Movimento, dopo aver imposto il nome di Conte come precondizione per aprire il dialogo con Zingaretti, il suo obiettivo dovrebbe essere quello di lavorare per il premier, che non è più terzo tra due vice bellicosi, ma primo e unico. Forse tutto ciò imporrà a Conte di rinunciare alla sua proverbiale mitezza e cautela per prendere in mano la palla e chiarire chi è che comanda. Non c’è bisogno di tornare al 20 del mese, quando Salvini dovette chinare il capo e Conte dimostrò di avere la stoffa del comandante in capo, che gli è valsa la riconferma. Ma questo non è più tempo per le diarchie. Se un accordo è possibile bisogna discutere, mediare, anche rinunciare, impuntarsi sì, ma arrivare al risultato. Altrimenti si tornerà alle urne, e gli elettori sapranno decidere chi ha la coscienza a posto.

 

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