Se per la sua delicatezza e poetica, La veritè in apertura di Venezia 76, ha colpito gli animi più sensibili, è Noah Baumbach ed il suo Storia di un matrimonio Marriage Story, tra i tre film in concorso del giorno 2 della Mostra, a scuotere nel profondo lo spettatore.

Adam Driver e Scarlett Johansson sono Charlie e Nicole, un regista e la sua attrice, giunti ormai, loro malgrado, alla fine del loro matrimonio.

Nel lento e doloroso separarsi e stabilire il loro futuro e la custodia di un figlio tra la caotica New York e la troppo spaziosa Los Angeles, creano delle loro verità, si urlano dolore e ricordi rivisti, si innamorano e disinnamorano tante volte. Passare sotto la lente del cinema il matrimonio, un matrimonio, attraverso la struttura narrativa di un divorzio: così Noah Baumbach spiega la genesi del film: «nel momento in cui ho scritto la sceneggiatura ho capito che, quando una cosa non funziona più, è quello il momento in cui forse la riconosciamo per la prima volta. Improvvisamente siamo chiusi fuori dalla nostra casa e guardiamo quella casa, come è fatta e attraverso quel divorzio possiamo esplorare le caratteristiche di un matrimonio».

In una sceneggiatura fitta per 138 minuti di dialoghi, intere vite, passioni e sentimenti che ti passano davanti agli occhi e tanti piccoli dettagli che le rendono particolari, Baumbach compie nuovamente il miracolo, anche grazie ad un cast di attori superbi, in primis Johansson e Driver.

Delle loro scene intensissime insieme Baumbach dice: «Avere a disposizione questi due attori che si perdevano nella storia pur restando al tempo stesso in pieno controllo, é stata una grande emozione ed ha funzionato come una droga». Il caso ha voluto che Scarlett Johansson fosse ancora di più in parte del solito poiché lei stessa stava attraversando un doloroso divorzio. Di questa contemporaneità ha raccontato: «Quando mi sono incontrata con Noah, effettivamente stavo attraversando un divorzio ma lui non lo sapeva. Gli ho raccontato la mia situazione e lui ascoltava. Poi mi ha detto: ti sembrerà strano, ma il film parla di divorzio. Sembrava un po’ il destino ed è stata un’esperienza catartica, il film è arrivato al momento giusto».

Ancor più intimo seppur ambientato nello spazio è Ad Astra di James Gray, secondo film in concorso. Suo protagonista assoluto, in odore di Oscar, è Brad Pitt che si è messo totalmente in gioco in questo mix di storia personale e science fiction. Brad Pitt interpreta Roy McBride, un’astronauta messo sulle tracce del padre ( Tommy Lee Jones), mito della NASA, che credeva scomparso da quando era piccolo.

Il viaggio nel cosmo sarà l’occasione per il protagonista di venire a patti con il proprio passato e con un’assenza, quella del padre, che lo ha condizionato in vita, lavoro ed affetti. James Gray si serve della grandezza dello spazio per raccontare il microcosmo di un uomo, come afferma in conferenza. «Il film si ispira a una citazione che lessi sul muro di una Mostra che diceva: La storia e il mito iniziano sempre nel microcosmo del personale». Brad Pitt reduce dal successo di Once Upon a

time in Hollywood di Tarantino racconta: «La storia è così delicata che il nostro sforzo costante consisteva nel mantenere un equilibrio, tanto nel ritmo quanto nella voce narrante», dichiara l’attore. Aggiunge poi un commento sul lavoro al personaggio: «Tutti noi ci portiamo dentro qualcosa di puro fin dall’infanzia, ma se non sei sincero con te stesso poi non sarai sincero nemmeno con lo spettatore. Abbiamo anche riflettuto sulla mascolinità, sul modo in cui spesso gli uomini tengono fuori il dolore e la vergogna e tendono a rimuoverli».

A chiudere il cerchio della giornata, Haifaa al- Mansour, una delle due registe in concorso, con The perfect candidate, film sulla lotta di una giovane dottoressa araba per affermare il proprio posto in un mondo di uomini.