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Tabagismo in carcere, dietro le sbarre si fuma di più e la sigaretta fa sentire liberi

Antigone e Sism lanciano l’allarme sui pericoli del tabagismo
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Continua l’approfondimento dell’associazione Antigone, in collaborazione con il Segretariato Italiano Studenti Medicina ( Sism), sulla conoscenza sulle patologie presenti in carcere e sulle loro cause. Dopo aver precedentemente approfondito le malattie infettive, questa volta tocca al tabagismo. Antigone spiega che l’uso di sigarette in carcere è maggiore che all’esterno, perché danno un senso di libertà, perché aiutano la socialità, per la situazione di dipendenza di tanti detenuti. Eppure in tanti vorrebbero smettere. Cosa che farebbe bene sia a chi fuma sia ai tanti, compreso il personale, che subiscono gli effetti del fumo passivo in ambienti spesso poco aerati. Secondo quanto scrive Elio Gentilini dell’associazione Antigone, Il tabagismo all’interno dei luoghi di detenzione è un problema di salute pubblica di primo piano, ma nonostante ciò gli studi nelle carceri italiane sono pochi.

Tra questi, Sempre secondo Antigone, meritano di essere citati “Il monitoraggio della salute dei detenuti nel carcere di Trento” e “L’indagine PASSI in carcere”, approvata dall’Istituto Superiore di Sanità. Dalla prima ricerca è emerso come nel carcere trentino il 72% della popolazione carceraria sia fumatrice: un dato in linea, se non superiore, a quelli rilevati dalla letteratura medica straniera. Da un’altra ricerca, consultabile nella “Relazione sulla situazione penitenziaria in Emilia- Romagna” ( 5), emerge che il 27% dei nuovi ingressi in carcere negli anni 2015– 2017 è rappresentato da fumatori. Sono numeri che probabilmente sottostimano l’effettiva portata del fenomeno.

Il fumo è spesso percepito come qualcosa di normale, con la conseguenza che spesso il detenuto- paziente non si cura di citarlo quando si fa il quadro sulla sua situazione medica, né il medico lo riporta sempre nella raccolta anamnestica di routine. All’interno del carcere, poi, è considerato ancora più normale.

Tre sono le cause principali dell’ampia diffusione del tabagismo nelle carceri: una psicologica, l’altra sociale, e la terza direttamente riconducibile al fenomeno delle dipendenze. Le cause di natura psicologica possono andare oltre il semplice stress della vita ristretta. Sempre Gentilini di Antigone spiega che la sigaretta può rappresentare in effetti uno dei pochi momenti di libertà all’interno di un ambiente fortemente costrittivo. Così come, fumarsi una sigaretta, è una risposta al desiderio di socialità. E poi ci sono i tossicodipendenti e tale dipendenza porta inevitabilmente un alto rischio di diventare fumatori.

Che fare? Antigone fa l’esempio del carcere di Sollicciano, quando, nel 2016, sono state introdotte le sigarette elettroniche. Attraverso il “sopravvitto”, cioè l’acquisto di beni di consumo in carcere, è divenuto stato possibile sostituire le sigarette tradizionali con quelle elettroniche. «Se il carcere, come prevede la Costituzione, è legittimo solo laddove contribuisce al reinserimento delle persone detenute – scrive Antigone nel suo secondo approfondimento sulle patologie in carcere –, non è possibile ignorare le condizioni di chi vive al suo interno, in primis quelle legate al diritto alla salute. Gli obiettivi di salute pubblica riguardanti la popolazione detenuta devono coincidere anche nelle pratiche con quelli che riguardano cittadini in stato di libertà, avendo entrambi pari dignità rispetto al bisogno di cura».

 

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