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Psicologici in carcere: cinque ore all’anno di colloqui per ogni detenuto

Si tratta di un ruolo fondamentale soprattutto per la prevenzione dei suicidi. Gli educatori, figura fondamentale nel progetto educativo e di reintegrazione, sono soltanto 931 su 60.254 reclusi: uno ogni 65
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Il carcere è, per definizione, un luogo di espiazione di una pena, un ambiente nel quale gli individui reclusi sono temporaneamente privati della propria libertà per aver commesso un reato, anche gravissimo. Da un punto di vista umano e costituzionale il carcere non deve essere però un luogo di sofferenza, di rabbia o di rassegnazione. Deve essere una realtà nella quale chi vi è recluso possa comprendere la gravità dell’errore commesso e apprendere quel tessuto di regole e di norme comportamentali la cui non osservanza l’ha portato a commettere il reato per il quale è stato condannato.

Alla prova dei fatti tutto ciò risulta spesso difficile, utopico, quasi inattuabile. Così, come ha osservato l’autorità del Garante nazionale delle persone private delle libertà nell’ultima relazione al Parlamento, dal carcere poi bisogna uscire, ma rimane il dato preoccupante che migliaia di detenuti permangono nei penitenziari, nonostante la possibilità di poter accedere alle misure alternative.

Tra le varie criticità che affliggono il sistema penitenziario, c’è l’enorme carenza di due figure fondamentali. Una è quella dell’educatore. È una particolare figura professionale che racchiude in sé funzioni diverse, e che con il suo nome richiama l’obiettivo ultimo di chi lavora in carcere. Ha il compito di instaurare e mantenere vivo un rapporto umano con il detenuto, in un contesto che tende a spersonalizzare ogni aspetto della vita quotidiana. Il suo lavoro è rivolto al recupero della persona, partendo dalla valorizzazione delle sue risorse individuali. Insieme al detenuto e ad altre figure professionali che operano in carcere, l’educatore costruisce un progetto educativo e di reintegrazione dell’individuo nel contesto sociale, coinvolgendo i servizi pubblici, le agenzie territoriali, le associazioni e le singole persone che si rendono disponibili. Questi progetti possono essere realizzati non solo all’interno del carcere, ma a anche attraverso strumenti legislativi che consentono al detenuto di scontare la sua pena all’esterno dell’istituto, in famiglia o in altre situazioni di vita. E, sempre a proposito delle misure alternative, Il lavoro dell’educatore mira anche a valutare la possibilità per il detenuto di scontare la pena fuori dal carcere. Ma la realtà è che tale figura professionale è carente. Attualmente sono 931 gli educatori impiegati nelle carceri italiane e se consideriamo che i detenuti – al 31 luglio – sono 60.254, il rapporto è un educatore ogni 65 detenuti.

L’altra figura professionale carente è quella dello psicologo. Fondamentale anche per la prevenzione dei suicidi. Infatti ha il compito di effettuare colloqui di sostegno ( per situazioni di disagio o sofferenza, malessere per difficoltà di rapporto con gli altri, ecc.), di diagnosi, valutazione, e motivazione ( quando è in progetto un inserimento in Comunità Terapeutica come programma riabilitativo alternativo alla carcerazione o successivo alla stessa); curano i rapporti con i Sert competenti territorialmente per i pazienti detenuti; collaborano con gli operatori delle Comunità terapeutiche e con le Associazioni del privato/ sociale per progetti rivolti ai tossicodipendenti in carico all’Unità Operativa. Figura, come detto, carente. Sono 600 in tutto e in media fanno 30 ore al mese. Il dato in rapporto con la popolazione detenuta è presto detto: meno di 5 ore all’anno per detenuto.

 

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