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Martelli: «Il capo dei grillini non può pretendere di fare il numero due»

Intervista all'ex esponente del Psi sull'attuale fase politica. «Immigrazione? L’accoglienza cieca un grave errore, il Pd torni al metodo Minniti, bisogna consolidare la libia. E spedire Renzi ad occuparsi dei campi»
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Claudio Martelli di crisi ne ha viste tante. Questa non gli sembra una delle più lineari. Anzi. Legge gli interventi di Grillo come un altolà a Di Maio, e spera che il Pd possa trovare il bandolo della matassa.

«Di Maio è un grande problema, impreparato e arrogante e anche avventurista. Ricordo l’impeachment contro Mattarella e adesso il tentativo di tenere acceso il forno con Salvini, l’alleato che lo ha cannibalizzato. Il leader della Lega ha fatto il suo. Non so scegliere il motivo per cui piace tanto agli italiani, forse perchè cercano un capo, e non potendolo avere si accontentato di Salvini; o perchè sa variare i toni, è molto efficace e diretto con i nuovi mezzi di comunicazione; forse soprattutto perchè è stato duro sull’immigrazione» .

Ecco l’immigrazione è stata il cavallo di battaglia.

«Certo. Gestita malissimo negli anni passati, soprattutto dal duo Letta- Renzi, perché poi Gentiloni e Minniti uno sforzo di contenimento serio lo hanno fatto. E’ andato in Libia, ha fatto accordi, ma una parte del suo partito non l’ha apprezzato. E pensare che Renzi ha fatto quell’intervista attaccando Gentiloni e Minniti sull’immigrazione: incredibile, loro che avevano frenato i flussi. La colpa è stata l’accoglienza cieca, imbroglionesca perché poi in realtà li facevano passare in Francia e negli altri paesi vicini senza nemmeno identificarli per impedire che tornassero indietro».

Hanno sospeso Schengen.

«E’ stato l’insuccesso del Pd, apparso come un partito che non garantiva la sicurezza. Si può lasciare questo tema totalmente alla destra? Non c’è da sorprendersi che succedano disastri elettorali. E’ stato il guaio maggiore» .

Poi che altro non ha funzionato?

«Beh il reddito di cittadinanza e quota 100 sono misure flop. Per non metterci le minacce a Bruxelles, gli attacchi a Parigi, le visite ai gilet gialli, questo nazionalismo de noantri, quando poi Orban se ne sta tranquillo con i Popolari europei».

Il giudizio sulla crisi del governo Conte?

«Aperta da dilettanti allo sbaraglio. Doveva dimettersi Salvini coi suoi ministri, a quel punto Conte era costretto ad andare dal capo dello Stato. Non si capisce quella scelta, né la retromarcia tentata per offrire a Di Maio la premiership».

Su Di Maio lei non è indulgente.

«Ha cercato fino all’ultimo di rimettersi con Salvini. Poi è intervenuto Grillo che gli ha detto basta. Certo allearsi con uno così è difficile, è incoerente, instabile, tende ad avvelenare i rapporti, fa risse».

Diciamo che Conte è entrato in campo e ha cambiato la partita.

«La bizzarria è che tu Di Maio indichi il presidente del Consiglio, ottieni un successo insperato, perché era logico che venisse cambiato anche il premier, e poi chiedi per te stesso di fare il vicepremier? Almeno Conte ha il merito di aver parlato ai 14 milioni che lo hanno visto in tv dicendo cosa pensava di Salvini. Se l’è guadagnata sul campo la possibilità di una riconferma. Ma lui perché dovrebbe fare il vice di Conte, che cosa c’entra? Il M5S ha il premier e il partito alleato ha un vicepremier, come è sempre stato nella storia. Quando Andreotti fece il premier, io ero il vice. Certo la Dc non poteva averne uno suo. Non esiste in qualsiasi grammatica elementare di equilibrio, quando si stringe un accordo, che un partito rivendichi premier e vice».

E il Pd di Zingaretti come si sta muovendo?

«Fa bene a insistere sui programmi. L’economia va male, siamo a zero, è stato perso un sacco di tempo, gli investimenti sono fermi. Solo il Bilancio va meno peggio del previsto. Un po’ perché vanno male tutti gli altri, c’è una stagnazione in corso. Bisogna approfittarne, è uno spiraglio che va sfruttato, cercando di abbassare le tasse, parlo del cuneo fiscale per il lavoro e le imprese non della flat tax, e fare investimenti».

Resta il dilemma immigrazione.

«La linea giusta è quella di Minniti, bisogna consolidare la Libia innanzitutto, Salvini se n’è dimenticato, Conte meno. Farei scontare a Renzi un po’ di purgatorio mi darei da fare perché venisse nominato responsabile per umanizzare i campi libici, dedicandosi a un compito umanitario internazionale, lasciando tranquilla la situazione del suo partito. L’attacco che ha fatto a Gentiloni mi fa pensare sia malato, punto da un insetto nocivo» .

Fa bene il Pd a cercare il governo con i Cinquestelle?

«Intanto c’è da bloccare l’ascesa di Salvini. Andare al governo con i grillini è il male minore, bisogna cercare di trasformarlo in qualche cosa di dignitoso. Non dovrebbe essere impossibile. A patto non ci sia dentro un Toninelli ai Trasporti, ma qualcuno bravo che sappia di crisi aziendali e di sviluppo, di lavoro. Qualcuno all’altezza. Il Pd non lo vedo uscito da tutti i suoi problemi. E’ un partito difettoso ma che non va buttato via in un contesto dove non c’è un fiorire di forze democratiche, rassicuranti. Il Movimento si divide tra i vaffa e un’anima più istituzionale, Salvini ha preso una rotta lontana mille miglia da un partito che sappia governare un grande paese civile e affezionato alle libertà private e pubbliche. Altro non c’è. E’ talmente necessario il Pd che gli si carica sulle spalle di essere liberaldemocratico ( come forse lo vuole Renzi) e contemporaneamente socialdemocratico. Craxi voleva far entrare i democratici americani nell’Internazionale socialista per fondere le due culture. Ma non gli fu permesso. Teniamoci ora quello che c’è».

 

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